Un azionariato
pubblico europeo
per la ripresa

Una carta dopo l’altra, il magnifico castello eretto a luglio dai capi di Stato e di governo dell’Unione europea sotto il nome di Next Generation EU – che stampa, media, politici ed economisti si
ostinano a chiamare erroneamente Recovery Fund – rischia di diventare molto meno attraente di come era apparso all’alba del 23 luglio quando si era frettolosamente parlato di un momento hamiltoniano per l’Europa.
Sappiamo che la decisione del Consiglio europeo è stata il frutto di un compromesso politico che deve essere ancora tradotto in atti giuridicamente vincolanti e in misure finanziarie fra le quali la più rilevante è l’aumento del cosiddetto “massimale delle risorse proprie europee” che consente all’Unione di finanziare le spese europee del Quadro Finanziario Pluriennale e che dovrà ora
coprire anche i 750 miliardi del Next Generation EU passando dall’1.2 al 2.0% del Reddito globale dell’Unione europea con una decisione unanime dei governi e la ratifica di tutti i parlamenti
nazionali.
In Italia si discute confusamente dell’uso dei 37 miliardi di prestiti che ci spetterebbero usando la linea di credito emergenziale del Meccanismo Europeo dii Stabilità (MES) mentre negli altri paesi europei si analizza in modo più approfondito il rapporto fra i nuovi strumenti di prestiti legati al Next Generation EU ed i loro effetti sui debiti pubblici nazionali sia dal punto di vista del loro costo (gli interessi passivi) che del loro peso quando dovranno essere rimborsati dagli Stati beneficiari.

Mutualizzazione dei debiti nazionali

Al momento della nascita degli Stati Uniti d’America, Alexander Hamilton riuscì a trasformare il debito che le 13 ex-colonie britanniche avevano accumulato nella lotta per l’indipendenza dal Regno Unito in debito pubblico federale gettando così le basi della federazione con un lungo processo che portò a imposte federali solo dopo la fine della Guerra Civile e al dollaro come valuta federale all’inizio del diciannovesimo secolo.
Durante la crisi scoppiata fra il 2007 e il 2008 da parte di economisti tedeschi e del think tank Bruegel era stata lanciata l’idea di mutualizzare i debiti degli Stati europei – al di sopra o al di sotto del 60% del PIL nazionale – trasformandoli in parziale debito pubblico europeo. Come si sa, non se ne fece nulla e – al contrario – l’obiettivo dell’austerità produsse una nuova governance confederale fondata sull’idea (o sui pregiudizio) secondo cui l’aumento dei debiti pubblici era la causa e non l’effetto della crisi. Ne seguì una serie di regole (Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack, Semestre Europeo, Meccanismo Europeo di Stabilità) coerenti con quest’idea. Dopo la pandemia o meglio al centro della pandemia i governi non hanno deciso di trasformare i debiti nazionali – che ormai superano il 100% del PIL per giungere al 160% italiano – in debito federale europeo ma di aggiungere ai debiti nazionali debito europeo consentendo alla Commissione europea di raccogliere risorse sui mercati dei capitali al fine di emettere titoli provvisori europei per distribuire agli Stati sovvenzioni (grants) e prestiti (loans).
Le sovvenzioni saranno – come si dice – a fondo perduto nel senso che serviranno a co-finanziare progetti di investimento nazionali coerenti con le priorità decise dalla Commissione così come il
Fondo regionale e il Fondo Sociale aiutano alla coesione economica, sociale e territoriale. Non a caso la Commissione europea ha proposto (e il Consiglio ha accettato in attesa dell’accordo
del Parlamento europeo) che le sovvenzioni siano fondate sull’art. 175 del Trattato di Lisbona che fissa le regole fondamentali di quella politica di coesione.
Non avendo deciso di “mutualizzare” i debiti nazionali, l’uso dei prestiti europei oltre alle sovvenzioni rischia di aumentare l’ammontare di quei debiti che alcuni Stati – a cominciare dalla Spagna, dalla Francia, dal Portogallo e dalla Germania – finanziano attraverso l’emissione di titoli del tesoro nazionale a tassi bassissimi o addirittura negativi.
Questa situazione ha spinto già il governo portoghese di Antonio Costa e sembra stia spingendo i governi spagnolo, francese e tedesco ad accettare le sovvenzioni e solo i prestiti legati alla
cosiddetta “cassa di integrazione europea” (SURE) ma a rinunciare agli altri prestiti legati allo European Recovery and Resilience Facility che è la parte più importante del Next Generation EU
per una somma totale di 360 miliardi di Euro che potrebbe essere richiesta entro il 2023.

Un Tesoro europeo

I rischi legati all’aumento dei debiti pubblici nazionali e quindi alla debole o nulla attrattività dei prestiti europei, il cui costo è maggiore per alcuni Stati di quelli che essi pagano quando emettono titoli del tesoro nel quadro della politica di tassi della BCE, erano già stati immaginati prima della decisione del Consiglio europeo di luglio spingendo ad esempio il governo spagnolo di Pedro Sanchez, i Verdi tedeschi e il Movimento europeo in Italia insieme al Centro Studi sul Federalismo a riproporre la creazione di un vero Tesoro Europeo dotato del potere di emettere titoli “perpetui” indicizzati al valore nominale ispirandosi alla proposta di “azionariato pubblico” lanciata negli anni ’90 dal premio Nobel dell’economia Robert Shiller, padre della finanza comportamentale, una forma di titoli a metà strada fra le obbligazioni e la azioni e che funzionano come stabilizzatori dell’economia globale.
La questione è stata riproposta dagli economisti Giovanni Tria e Pasquale Lucio Scandizzo su Il Sole 24 Ore il 10 ottobre 2020. La proposta non fu presa in considerazione né dalla Germania e dalla Francia nel non-paper del 4 maggio che è stato all’origine dello European Recovery Plan né dalla Commissione europea quando propose successivamente il Next Generation EU ma viene studiata ora dalla Banca Mondiale e dal FMI per contrastare l’instabilità finanziaria dei governi in una situazione di perdurante incertezza della durata della pandemia e dei suoi effetti economici e sociali.
Il successo sui mercati della raccolta di capitali per finanziare il SURE e la scarsa attrattività dei prestiti europei da parte degli Stati eventualmente beneficiari dovrebbero spingere la Commissione, il Consiglio e il Parlamento europeo con il sostegno del Sistema Europeo delle Banche Centrali a riaprire il dibattito sui “titoli perpetui” aggiornando e adattando la proposta di regolamento che istituisce lo European Recovery and Resilience Facility e aprendo così la strada ad un vero Tesoro e debito pubblico europeo.