Ultra destra al governo
Vienna cerca sudTirolo

È il primo governo con ministri dell’estrema destra in Europa ed è il governo con il capo più giovane. Ma c’è un terzo record che il nuovo esecutivo di Vienna guidato dal trentunenne Sebastian Kurz ha segnato prima ancora di giurare nelle mani del presidente della repubblica: la velocità nello sparare boutades indecenti. Tale, infatti, dev’essere considerata l’idea di concedere il passaporto austriaco ai cittadini italiani dell’Alto Adige-Sud Tirolo di lingua tedesca o ladina (italiano nein, bitte!).

Era una vecchia fissazione di Heinz-Christian Strache, il leader dei liberali per niente liberali della FPÖ che il democristiano Sebastian Kurz ha chiamato a fare il suo vicepresidente. Quando la declamava nei comizi e finché era scritta sui volantini elettorali l’idea di proclamare per decreto austriaci i cittadini d’un altro stato era considerata propaganda, e anche di bassa lega. Ora è diventata la prima iniziativa politica del nuovo governo di Vienna. O forse no, perché prima che diventi ufficiale e si trasformi in un incidente diplomatico di prima grandezza con il governo di Roma e con l’Onu (garante degli accordi sullo status dell’Alto Adige-Sud Tirolo) è possibile che non se ne parli più, nonostante Strache e nonostante il favore che all’idea sarebbe stato espresso a colpi di tweet e di confidenze alla stampa amica dai soliti “ambienti vicini” allo stesso Kurz. Ci sono buoni motivi per ritenere, infatti, che la nuova ministra degli Esteri Karin Kneissl, indicata dalla FPÖ ma indipendente (bisognerà vedere quanto), ci penserà due volte prima di far progredire il dossier.

Di Frau Kneissl in effetti si dice che sia stata messa a capo della diplomazia di Vienna perché, nonostante le sue simpatie fiancheggiatrici per l’estrema destra, sarebbe una “europeista convinta” (testuale nei profili fatti avere ai media). Proprio come dice di essere lo stesso Kurz, il quale ha moltissime critiche da fare a “quelli di Bruxelles” e vuole che l’Unione cambi politica, in primo luogo sull’immigrazione, ma giura e spergiura che non metterà in alcun modo in discussione l’appartenenza dell’Austria alla comunità.

E qui veniamo al quarto record che il nuovo governo di Vienna si sta conquistando sul campo: quello dell’ipocrisia. È dai tempi di Jörg Haider che la FPÖ è contraria all’appartenenza dell’Austria all’Unione europea. Nelle sue esternazioni pubbliche, e anche nell’ultima campagna elettorale, Strache lo è stato, se possibile, anche di più, e così tutti i suoi compagni di partito. La conversione certificata da Karin Kneissl appare quindi troppo improvvisa per essere credibile davvero. Tanto più che si sa che proprio la professione di fede europea era stata l’unica condizione che il presidente della repubblica Alexander van der Bellen aveva avuto la forza di imporre prima di ricevere il nuovo governo alla Hofburg. Una vittoria, quella del presidente proveniente dalle file dei Verdi che qualche mese fa l’aveva spuntata proprio contro il candidato della FPÖ Norbert Hofer (ora relegato da Strache alla guida del ministero delle Infrastrutture), favorita dalla consapevolezza, nelle file della destra, che ingaggiare ora la guerra alla UE potrebbe essere pericoloso. Bruxelles, infatti, ha, o meglio avrebbe, in mano l’arma del ricorso all’articolo 7 del Trattato europeo, che prevede sanzioni fino alla sospensione per i paesi i cui governi violino i principi democratici fondamentali sui cui si basa l’Unione. Ora, non c’è dubbio che nei programmi e nelle dichiarazioni pubbliche degli esponenti della FPÖ- e dopo la svolta impressa da Kurz anche dei popolari della ÖVP – le violazioni abbondino.

L’Austria è stata già vicina ai rigori dell’articolo 7 già tra il 1999 e l’inizio degli anni 2000, quando la FPÖ era stata per la prima volta chiamata al governo, ma in un ruolo molto più defilato di quello d’oggi, dal popolare Wolfgang Schüssel. Poi l’ipotesi decadde anche per le difficoltà procedurali previste dall’articolo. Quelle stesse che frenano oggi le chance di usarlo contro i governi di Viktor Orbán in Ungheria e di Beata Szydło in Polonia. In realtà a frenare il rigore non ci sono solo le complicazioni procedurali ma anche la propensione del gruppo del PPE al Parlamento europeo a non rompere con Orbán e con il suo partito Fidesz forte di un buon numero di eurodeputati. E Orbán, a sua volta, garantisce il veto che la salva alla sua collega polacca. Si tratterà, ora, di vedere se lo stesso deplorevole opportunismo verrà applicato dai popolari nei confronti di Kurz e della sua Övp. Purtroppo ci sono buone ragioni per pensare che sarà proprio così.

Oltre che a stabilire record il nuovo governo di Vienna parrebbe intenzionato anche a smentire luoghi comuni. In primo luogo quello secondo il quale le nuove destre estreme che vanno facendosi largo in Europa avrebbero forti componenti “sociali”. La campagna elettorale della FPÖ è stata, sì, molto populista, ma il programma sulla base del quale si è formata la coalizione con i popolari pare esserlo molto meno. Fra gli obiettivi del governo sono indicati l’abbassamento delle tasse accompagnato, inevitabilmente, da tagli del welfare e l’accentuazione del dumping fiscale con cui le imprese austriache richiamano insediamenti e investimenti di aziende estere (molte italiane del nord-est). È prevista poi una notevole deregulation del mercato del lavoro, una specie di job-act tradotto in tedesco, con la possibilità di prolungare gli orari di lavoro addirittura fino a 12 ore (sic!). Un neoliberismo à l’autrichienne uno dei cui ispiratori sarebbe quello che viene considerato la più fine (se non l’unica) testa pensante della FPÖ: il duro e puro laureato in filosofia Herbert Kickl, messo a capo del ministero dell’Interno.

Molto “populisti” sono, invece, i propositi della nuova coalizione in fatto di immigrazione. E non solo a causa degli estremisti della FPÖ. Sarà appena il caso di ricordare che il balletto dei muri e dei carri armati anti-immigrati al Brennero fu musicato e diretto proprio da Sebastian Kurz, all’epoca ministro degli Esteri, in buona misura contro la volontà dei cancellieri socialdemocratici Werner Faymann e Christian Kern, e che fu sempre lo stesso ministro enfant prodige a prodursi in varie minacce all’Italia e a formulare la geniale pretesa che il governo di Roma bloccasse i profughi in arrivo tutti a Lampedusa. E sempre Kurz è stato, da ministro degli Esteri, il promotore del “gruppo dei dieci” che, a suo tempo, decise il blocco della via balcanica per la quale passavano i profughi.

Se le premesse sono queste, per il prossimo futuro c’è da aspettarsi l’adesione di fatto dell’Austria al blocco di Višegrad, quello dei paesi centro-orientali che rifiutano ogni collaborazione sul dossier immigrazione e l’inasprimento delle già forti tensioni sul confine con l’Italia. Se poi a Vienna dovessero insistere pure sulla “cittadinanza allargata” ai sud-tirolesi sono da prevedere grane serie per il prossimo governo di Roma