Vince la linea Visegrad
E in mare ancora morti

Conte è contento, beato lui, e i 5Stelle esultano. La lega e Salvini un po’ meno, ma tutti cantano vittoria. Il Consiglio europeo si è concluso come si son conclusi negli ultimi anni quasi tutti i vertici dei capi di stato e di governo di questa Europa sempre più stanca. Con un compromesso in cui poco si dice e molto si tace in modo che tutti possano far finta di aver ottenuto qualcosa e mollato poco o nulla. E il “qualcosa” dell’Italia in che cosa consisterebbe? Nel fatto – ha detto Conte uscendo dal Consiglio – che finalmente la fragile frontiera di mare che separa le nostre coste dall’Africa è diventata frontiera di tutti, che si è stabilito che i poveri disgraziati salvati dalla morte in mare verranno considerati un problema dell’Unione europea e dall’Unione europea verranno gestiti.

Che cosa voglia dire esattamente, vedremo. Intanto, il primo effetto pratico della esautorazione delle ONG che salvavano la gente in mare e l’affidamento alla sola guardia costiera libica delle operazioni ha provocato una tragica ripresa delle morti in mare. Un centinaio di persone, settanta uomini e trenta donne, pare, e anche alcuni bambini sono affogati perché la nave dell’ONG Open Arms non è potuta partire dal porto della Valletta in quanto le autorità maltesi le hanno impedito di rifornirsi di carburante. Chi ritiene che operazioni così importanti e delicate possano essere messe nelle mani delle strutture militari libiche, assolutamente inadeguate e spesso complici dei trafficanti, si assume una responsabilità pesantissima. È appena il caso di ricordare la denuncia fatta pochi giorni fa dall’ONU sul ruolo di Abd Al-Rahman Al-Milad, capo della Guardia Costiera libica di Zawiya, porto di partenza di molti barconi di profughi, che – è stato accertato – collabora attivamente con le organizzazioni criminali e gestisce in proprio il sequestro di imbarcazioni di profughi con tutto il loro contenuto umano. Di questi dettagli, evidentemente, a Bruxelles non si è parlato.

Ma torniamo all’inizio. Come sarà, concretamente, la nuova gestione “europea” dei profughi? Intanto, non ci sarà alcun obbligo per nessuno. L’accoglimento avverrà “su base volontaria”. Che è come dire che i paesi di Visegrad continueranno a fare quello che già fanno: mettere il catenaccio alla porta e fregarsene di quel che succede fuori. Solo che, a differenza che nel passato, potranno farlo senza rischiare di dover pagare un prezzo per il loro egoismo. D’altronde neppure fino ad oggi lo hanno pagato giacché la minaccia di usare l’arma della riduzione dei fondi strutturali è stata molto agitata e mai usata.

L’abolizione della obbligatorietà delle quote di accoglimento è una bella botta per l’Italia, anche se Salvini non mancherà di gioire per la vittoria ottenuta dai suoi alleati sovranisti dell’Europa dell’est continuando a galleggiare su un’incoerenza della quale nessuno, chissà perché, gli chiede conto. Ma è solo un aspetto del bruttissimo e impraticabile (per fortuna, verrebbe da dire) compromesso di Bruxelles. L’altra disposizione contenuta nel confuso documento finale è la creazione di quelli che con un capolavoro di ipocrisia vengono chiamati “centri controllati”. Centri “controllati” vuol dire centri chiusi dai quali non si può uscire: in altri termini centri di detenzione, prigioni, controllate da guardie armate e con il filo spinato intorno. Come quelli in cui l’Ungheria di Viktor Orbán tiene già rinchiusi quelli che arrivarono con la cosiddetta “rotta balcanica” e che hanno suscitato sacrosante indignazioni dalle nostre parti. Tutti i migranti, abbiano o no diritto all’asilo, vi verrebbero rinchiusi, fino alla decisione sulla loro sorte: chi non ha diritto alla protezione, i cosiddetti migranti economici (cioè i poveracci che sfuggono alle carestie, alla morte per fame, alla miseria nera e non hanno la “fortuna” di arrivare da paesi in guerra), verrebbero rispediti a casa, gli altri avrebbero il diritto di restare.

Ma dove, se non esistono più le quote paese per paese? Evidentemente nello stato in cui si trova il “centro controllato”, e così saremmo punto daccapo. Inoltre c’è un altro problemino: come si farà a rimandare a casa quelli che non potranno restare, in mancanza di accordi di rimpatrio con i paesi di provenienza? Dettagli, cui provvede a modo suo un documento (del quale parleremo fra un po’) della imminente presidenza austriaca  sostenendo l’idea di allestire campi provvisori per gli espulsi dalla UE fuori dalla UE. Nei paesi del Nord Africa che non ne vogliono sapere? in Albania? in Kosovo? nel Liechtenstein? a San Marino? Non si sa.

Torniamo ai “centri controllati”, che sono una geniale idea di Emmanuel Macron prontamente fatta sua, nei tête-a-tête ai margini del Consiglio, da Giuseppe Conte, tornato amico della Francia dopo la guerra degli insulti dei giorni scorsi (che Salvini comunque sta continuando a combattere). Anche questi centri verrebbero creati “su base volontaria”, ma, a scanso di equivoci, nelle varie conferenze stampa e nei pour parler del dopo vertice i leader del centro e del nord Europa hanno concordemente indicato tre paesi: la Grecia e la Spagna e l’Italia che – la geografia conta più delle decisioni dei vertici – continueranno ad essere inevitabilmente i primi che i profughi incontrano sulla loro strada per l’Europa. Conte ha detto che per quanto riguarda l’Italia “è una decisione che ci riserveremo a livello governativo e che prenderemo in modo collegiale. Direi che non siamo assolutamente invitati a farlo”. Ma si accettano scommesse sul fatto che, a meno che non salti tutto per manifesta impraticabilità delle indicazioni del Consiglio, presto quell’invito arriverà e saremo chiamati alla coerenza di quello che abbiamo firmato a Bruxelles. Il balletto, peraltro, è cominciato poche ore dopo che le conclusioni del vertice avevano cominciato a circolare. La lega e Salvini hanno fatto sapere che di centri in Italia non se ne parla proprio e l’impavido Conte ha sciolto immediatamente la “riserva” e ha fatto sapere che “collegialmente” l’Italia dirà di no, punto e basta. Un punto fondamentale della (presunta) intesa di Bruxelles è già andato in pezzi.

E l’altro, la riforma del regolamento di Dublino? Nonostante i bellicosi propositi del nostro governo e la minaccia di far saltare il vertice rifiutando la firma sul documento finale, se non avesse avuto soddisfazione, l’Italia non ha ottenuto alcun impegno in materia. Il superamento del regolamento di Dublino potrebbe essere discusso – dice il documento finale del vertice –  in un prossimo Consiglio, nel quale però la riforma verrebbe messa ai voti con l’obbligo dell’unanimità e non a maggioranza. Come dire che non se ne farebbe nulla, visto l’atteggiamento dei paesi di Visegrad (e non solo).

Ma si è trovata, almeno, una via d’uscita sui cosiddetti “movimenti secondari” (cioè gli spostamenti attraverso le frontiere interne di profughi già registrati in un paese) che rischiano di costare il posto alla cancelliera Angela Merkel, incalzata dal suo ministro dell’Interno e capo della CSU bavarese Horst Seehofer? Il comunicato finale contiene solo vaghe indicazioni, ma la questione resta sul tavolo con tutte le sue pesantissime implicazioni. Una, in particolare. Il governo austriaco dell’enfant prodige Sebastian Kurz, composto dai suoi democristiani e dal partito di estrema destra FPÖ, ha già fatto sapere che farà passare sul proprio territorio tutti i migranti che in passato si sono spostati dall’Italia e dalla Grecia alla Germania e che verranno espulsi dalla Repubblica federale. Per non lasciare dubbi sul modo in cui ciò avverrà qualche giorno fa ha dato disposizione ai suoi ministri dell’Interno, Herbert Kickl, e della Difesa, Mario Kunasek (ambedue FPÖ) di organizzare una grottesca “esercitazione” in cui migliaia di soldati e di poliziotti fronteggiavano una folla di esagitati figuranti che impersonavano i profughi. Nel prossimo futuro al Brennero dovremmo vedere uno spettacolo rovesciato rispetto a quello di qualche mese fa: migliaia di profughi che invece di passare dall’Italia all’Austria faranno il percorso opposto. E allora che farà il governo italiano? In coerenza con la propria posizione di superamento di Dublino, cercherà di opporsi? Saremo noi, stavolta, a minacciare di mandare i carrarmati al Brennero, schiereremo i carabinieri e intanto costruiremo un bel muro, o magari utilizzeremo quello innalzato a suo tempo dai gendarmi austriaci?

La questione dei “movimenti secondari”, insomma, è rimasta sul tappeto e continua a rappresentare una mina formidabile sotto la poltrona di Frau Merkel e, di conseguenza, sotto la stabilità di tutta l’Unione. D’altronde, pare proprio che nessuno dei dossier che al vertice avrebbero dovuto essere risolti abbia fatto un passo avanti. Si è solo evitata la rottura clamorosa.

Ma se sul piano degli effetti pratici i leader della UE non hanno prodotto alcunché, sul piano dei princìpi e della coerenza con gli ideali che dovrebbero essere il fondamento dell’Unione un risultato invece lo hanno prodotto. Un pessimo risultato. Un approccio inadeguato e contraddittorio alla drammaticissima questione delle migrazioni; una carezza sulla pancia del populismo ormai dilagante nei paesi del continente. Le “soluzioni” che vengono indicate, confuse, inadeguate, punitive verso chi arriva spinto dalla disperazione non sono una risposta neppure alla crisi degli accordi di Schengen che le politiche delle forze populiste e dei governi che ne sono preda stanno determinando e che diventerebbe manifesta e irrefrenabile se passasse il principio della restaurazione “per i migranti” dei controlli alle frontiere interne. Per controllare i migranti bisognerebbe controllare tutti e così uno dei fondamenti dell’unità europea, forse il più importante, la libera circolazione, se ne andrebbe all’inferno. E dove non circolano liberamente le persone prima o poi non circolano più liberamente neppure le merci. D’altronde non lo avete sentito il sodale di Salvini Luigi Di Maio sostenere che i dazi “non sono più un tabù” davanti a una platea (plaudente) di imprenditori agroalimentari? Forse non gli hanno spiegato che da molti decenni a decidere sui dazi non sono più gli stati ma l’Europa, come gli hanno puntualmente fatto notare da Bruxelles. Oppure lo sa, ma non gliene importa nulla: l’importante è strappare un applauso e qualche peloso consenso.

A guardare bene, lo spirito delle conclusioni del Consiglio europeo non è sostanzialmente diverso dal documento, illustrato nelle scorse ore, che il governo di Kurz aveva preparato per sottoporlo al COSI, il Comitato di Bruxelles che coordina i paesi membri in fatto di sicurezza interna.

E quel documento fa capire molto bene come la questione delle migrazioni possa essere il motivo della dissoluzione dell’Unione. L’Europa rischia sul serio di sfasciarsi. E in nome di che cosa? Di una “invasione” che non esiste: gli arrivi di migranti rispetto al 2015 si sono ridotti di più del 90%. Di un sistema di pregiudizi popolari elevati a princìpi di stato: “La crisi migratoria – si legge nel documento austriaco – ha avuto un impatto negativo sia sulla fiducia delle persone che sulla sicurezza in quanto tale”. Di previsioni fondate sulla paura piuttosto che sulla volontà di governare gli eventi: “In caso di ulteriori crisi migratorie, che purtroppo sono prevedibili, la distribuzione dei migranti potrebbe portare a una ulteriore destabilizzazione della situazione”. Di luoghi comuni diffamanti: “Non sono i più bisognosi a venire in Europa, ma soprattutto le persone che possono permettersi di pagare i trafficanti e che si sentono abbastanza forti da affrontare viaggi pericolosi”. Di infami criminalizzazioni: “A causa di fattori legati al loro background e alle loro scarse prospettive” i migranti “hanno problemi a vivere in società libere e tendono addirittura a rigettarle”, ragion per cui sono “particolarmente suscettibili alle ideologie ostili alla libertà e inclini a rivolgersi al crimine”.

Questi sono gli argomenti sostenuti dal governo che sta cominciando ad esercitare la presidenza del Consiglio dell’Unione. Dal governo di un paese di antica e alta civiltà, che oggi, di fronte all’arrivo di qualche decina di migliaia di poveri cristi in un continente di 500 milioni di abitanti detentori della più grande ricchezza del pianeta, non ha altra soluzione da proporre se non sbarrare le porte e mettere in galera i perseguitati.

Ma le notizie che ci arrivano da Bruxelles ci dicono che il problema non è solo l’Austria, con il suo governo di cui fanno parte ministri esponenti di un partito che non vuole musulmani in casa ed è stanco di sentirsi rinfacciare il passato nazista, quando la parte degli ospiti indesiderati la facevano non gli africani o i siriani, ma gli ebrei. Il problema è l’Europa, se per sistemare i 240 (duecentoquaranta) naufraghi della Lifeline sono stati necessari giorni di penose negoziazioni tra nove paesi. Duecentoquaranta diviso nove fa 26,6 periodico. Erano troppe 26 persone? Erano una “invasione”? Ma prenderseli in casa propria questi 26 poteva creare un precedente, s’è sentito dire: era una questione di princìpi.

Princìpi?