I due populismi alle prese con la UE

Sgombriamo il campo da una sciocchezza. Le geremiadi con cui in Italia sono stati accolti i moniti venuti dai commissari europei, bollati come “inaccettabili interferenze”, sono del tutto improprie. Chiunque abbia un minimo di contezza delle istituzioni europee (e i politici dovrebbero averne), sa che esprimere opinioni sugli orientamenti della politica economica degli stati membri, e anche sulle politiche in fatto di immigrazione, è esattamente il compito della Commissione di Bruxelles. Per dirla un po’ brutalmente, i commissari li paghiamo proprio per questo. Nell’Unione europea esiste, certo, un deficit di democrazia, ma non nel senso che “questi non li ha eletti nessuno”, come dice rozzamente Salvini e con più eleganza qualche direttore di telegiornale. I commissari sono nominati dai governi e i governi, si deve presumere, sono eletti con regole democratiche in tutti gli stati dell’Unione.

Il metodo, quindi, è sacrosanto. Diverso, molto diverso è il giudizio sul merito delle osservazioni che sono state fatte. Nulla da obiettare sul monito di Dimitri Avramopoulos sul dossier immigrazione, con l’invito all’Italia a non deviare dalla linea dell’accoglienza e dell’integrazione. Le accuse di incoerenza e di ipocrisia rivolte al commissario sono ingiuste. Gli errori e le gravi debolezze che l’Unione europea ha manifestato in materia, e che hanno procurato al nostro paese le pesanti difficoltà che sappiamo, sono attribuibili solo in minima parte alla Commissione essendo il prodotto piuttosto dei governi e del collegio politico che ne applica le volontà, il Consiglio.

Quanto alle osservazioni di Valdis Dombrovskis e Jyrki Katainen, il giudizio è più complesso. Stando alle regole finanziarie che l’Unione si è data – o meglio: che i governi hanno dato all’Unione – il richiamo dei commissari responsabili per l’euro e per la crescita economica è ineccepibile e ritenerlo un’indebita ingerenza è semplicemente sciocco, visto che quelle regole sono state definite insieme e in diversi paesi adottate perfino nella legislazione nazionale. Come in Italia, dove il pareggio di bilancio è stato spensieratamente inserito nella Costituzione. I due commissari nient’altro hanno fatto che ricordare ciò che tutti dovrebbero sapere.

Il problema è a monte, come si diceva una volta nel politichese della sinistra. È il sistema ad essere sbagliato. La disciplina di bilancio, se è sganciata da ogni ipotesi di politica economica, cioè di programmazione e di governo dell’economia, e resa un valore assoluto, un feticcio, non è altro che la gabbia dell’austerity che da un lato ha soffocato i paesi con il debito più forte e dall’altro ha liberato il campo alla deregulation completa dei mercati finanziari. L’errore, epocale, della sinistra è stato quello di non combattere questa impostazione, di assecondare il trend adeguandosi, almeno dalla fine degli anni ’90, al pensiero economico unico dominante. Accettare quella logica ha avuto come effetto la tendenza a cercare gli spazi di manovra solo e unicamente nella (limitata) elasticità concessa, octroyée come le costituzioni nel dispotismo illuminato.

Ora, per quanto riguarda la sinistra, si poteva sperare, e forse si può ancora sperare, che si facesse (si faccia) strada la consapevolezza che nel continente che ha tra le maggiori quantità di ricchezza privata del mondo si possa uscire dal neoliberismo che inevitabilmente fa la fortuna dei paesi “forti” e dei ceti privilegiati e segna il destino dei paesi “deboli” e dei ceti più svantaggiati. La sinistra avrebbe quantomeno la possibilità di reimpostare il proprio rapporto con l’Europa nella chiave degli investimenti e delle politiche sociali e di battersi per una riforma radicale della politica finanziaria dell’Unione ben più orientata sugli investimenti e sulle politiche sociali, con un trasferimento di risorse molto maggiori sul bilancio comunitario e sulla Banca europea degli investimenti. Qualcuno, tempo fa, parlava di un “piano Marshall europeo”. Magari si potrebbe ricominciare a discuterne.

Considerati i tempi che corrono, si può pensare che questa radicale correzione di rotta per la sinistra non sia proprio facile. Ma certamente è impossibile per la destra: il neoliberismo che domina a Bruxelles non è altro che il precipitato del neoliberismo che ha travolto in quasi tutti i paesi d’Europa le buone ragioni del welfare e delle politiche volte a ridurre le diseguaglianze. Chi pensa che per la ripresa serva la flat tax e che il problema del lavoro sia solo quello di eliminare i vincoli burocratici e l’eccessiva regulation, dando libertà alle imprese ed escludendo il più possibile la mano pubblica dall’economia, non dovrebbe essere contrario, se fosse coerente, a chi predica l’austerità dei conti pubblici. Il fatto che non lo sia e si proponga di “battere i pugni” sui tavoli europei per ottenere più soldi, magari con la fantasmagorica pretesa di chiederli direttamente alla BCE, è la misura del suo populismo che, com’è noto, non ha nessun obbligo verso la coerenza.

Questa considerazione valeva, purtroppo, per gli ultimi governi a guida PD. Vale, è ovvio, massimamente per la Lega di Salvini, e vale anche per le fumisterie dei 5 Stelle e il loro ondivagare, in fatto di Europa, dalla demagogia pura al conformismo più opportunistico. La somma dei due populismi sulle relazioni con l’Unione rischia di essere davvero devastante.