Tutti i Giulio stritolati
da Al Sisi e troppi
silenzi colpevoli

Al commento giustamente sconsolato di Oreste Pivetta sull’assassinio di Giulio Regeni non ci sarebbe molto da aggiungere, se non che non era necessario attendere le carte della magistratura per sapere come fosse morto il ricercatore italiano. Subito dopo il golpe il regime di al-Sisi si era presentato al mondo con un saggio del suo stile: almeno un migliaio di dimostranti massacrati in una sola giornata, tra il Cairo ed Alessandria. Uccisi a freddo dai cecchini della polizia e dell’esercito, benché quasi tutti inermi. Nel frattempo altri oppositori venivano gettati nelle sale di tortura e poi, se fortunati, nelle prigioni egiziane, dove oggi si contano 60mila detenuti politici. Alcune centinaia di arrestati sono spariti nel nulla, di altri è stato ritrovato il cadavere orribilmente sconciato dalla tortura. Ma l’Europa ha fatto finta di nulla. Quella scia di sangue – lasciavano intendere politica e stampa in Italia – era il prezzo per la nostra sicurezza, dato che al Sisi ci aveva tolto di mezzo i terribili Fratelli musulmani, considerati ‘terroristi’ da Netanyahu e da molta nostra stampa.

In realtà il governo dei Fratelli era così allineato all’amministrazione Obama che i salafiti egiziani lo spacciavano per una creatura americana. Ma questa notizia non pareva arrivata a Roma. Tre anni dopo il golpe, mentre la repressione in Egitto era all’apice, Matteo Renzi, all’epoca premier, spargeva lodi spropositate su al-Sisi, definito ‘salvezza del Mediterraneo’. Ci furono reazioni nel pd, nel parlamento, in tv, tra gli opinionisti della carta stampata? Nulla, non una critica, un’obiezione, una richiesta di chiarimenti. Qualche domanda, inevitabilmente, fu rivolta al feldmaresciallo subito dopo l’uccisione di Regeni: ma con molto garbo. In un’intervista che pareva un’amichevole chiacchierata, al Sisi promise a due giornalisti italiani che il Cairo avrebbe scoperto la verità sulla fine del ricercatore: e quello fu l’ottimistico titolone della prima pagina.

La verità e il terrore di Stato

Nelle settimane seguenti il regime egiziano fucilò cinque suoi sudditi, tutti ladri del genere comune, e li presentò come gli assassini di Regeni. Nella sciatteria con la quale il Cairo aveva organizzato quella messinscena grossolana si poteva leggere disprezzo per la controparte italiana. Nondimeno governo e media tornarono a ripetere il mantra renziano da allora in vigore: ‘Pretendiamo la verità da al Sisi’. Sembra una vigorosa ingiunzione, in realtà è una formula furba che implicitamente afferma l’estraneità del presidente: se fosse coinvolto nell’assassinio, come potremmo chiedergli chi è stato? Il premier Conte (il Conte Due) è stato l’ultimo a ‘pretendere’ la verità dalla dittatura egiziano, però “guardandolo negli occhi”, tattica intimista rivelata alla stampa dal primo ministro al termine dell’incontro dello scorso luglio.

Al Sisi

Disgraziatamente al Sisi non sembra incline a confessare tra le lacrime che Regeni è stato sbranato dal Sistema, quel terrore di stato senza il quale il generalissimo non durerebbe un giorno. Le ipotetiche azioni italiane (ritirare l’ambasciatore, stracciare contratti, interrompere i voli per Sharm-el- Sheick) hanno la stessa speranza di successo della tecnica ipnotica di Conte. E allora? Possiamo sperare che Washington si impegni a fare fuori al Sisi, in quel caso anche l’Unione europea si sveglierebbe.

E in Italia? Mah. I segugi della cronaca giudiziaria sono sulle tracce di Antelope foundation, la minuscola ong che aveva promesso diecimila dollari ad un sindacalista, in realtà un informatore dei servizi egiziani, per il tramite di Regeni e della sua tutor. Con diecimila dollari non si finanzia una sollevazione popolare, e in ogni caso proprio quello, tentare di abbattere il regime, sarebbe stato necessario fare. In nome della giustizia, della stabilità, degli interessi dell’Unione e dell’Italia. Dopo tutto qui non si tratta di un italiano torturato e ucciso, ma di migliaia di esseri umani torturati e  uccisi: ecco il punto, la questione centrale. Se la nostra informazione comincia a comprenderlo solo ora, forse c’è qualcosa in quell’informazione che non funziona. E di questo bisognerebbe cominciare a discutere. Sarebbe finalmente un modo serio per onorare la memoria di Giulio Regeni.