Tutti cercano l’anima
del governo, ma serve discontinuità col passato

Per il governo siamo ormai in piena fase teologica, tutti alla ricerca delle prove dell’esistenza di un’anima. Mentre il reale mondo dell’economia mostra segni di involuzione, nel cielo della politica si cercano “responsabili” per sterilizzare il rottamatore, che sempre più reclama l’allontanamento di Conte e si impunta sulle nomine. Al trasformismo, che in estate ha portato alla nascita del “bisConte raddoppiato”, si aggiunge ora nuovo trasformismo, per incollare i pezzi e marciare divisi verso la meta (non solo nomine, ma Quirinale).

Le ragioni dell’ascesa della destra sovranista non sono state neppure ricercate. Si pensa che basti mantenere il capitano a distanza dai palazzi basti a raffreddarne la carica eversiva. E’ però difficile battere le camicie verdi con una operazione nata in Parlamento (dove Pd conta poco più del 10 per cento dei deputati, molti dei quali peraltro nominati per l’obbedienza al credo renziano), e condotta nel segno della continuità di uomini e idee (al governo tranne Provenzano i ministri sono stati tutti sedotti dal vecchio corso gigliato).

Il Conte-bis tra populismo e renzismo

Tra il freddo calcolo trasformistico (con ministri grillini disposti a far da servi a due padroni e da sentinelle a uno stesso premier) e il plebeo urlo dei sovranisti la guerra è impari. Il governo va avanti senza un’idea di discontinuità programmatica e anzi la sua azione prosegue nel solco populistico. Il costo della politica, la lotta ai vitalizi, le norme spazzacorrotti, la riduzione dei parlamentari, la simbologia manettara con l’abolizione della prescrizione, la permanenza del cosiddetto reddito di cittadinanza, insomma tutti i contenuti qualificanti del Conte azzoppato, sono singole issues di marca populista e compatibili con le antiche trovate di più stretta marca renziana. E renzianissima è da considerare la politica economica adottata dal governo di svolta. La politica dei bonus, il taglio delle aliquote Irpef sono da alcuni decenni la terra promessa dei vari governi. Nelle mani di Renzi, per una consultazione soltanto, la trovata degli ottanta euro ha assicurato una effimera gloria elettorale. Roba vecchia e di scarso impatto macroeconomico, che alla lunga non ha funzionato neppure per il consenso.

Nuovo, invece, è che governo e parti sociali condividono l’asse culturale del liberismo mai declinante: libertà dallo Stato fiscale e riduzione del moloch burocratico. Oltre la ragioneria, che suggerisce i tagli delle aliquote per assicurare la erogazione di piccole somme quali surrogati di rinnovi contrattuali bloccati, non c’è nulla. Sono le pratiche pigre di un governo senza un programma di innovazione per impedire lo scivolamento nella periferia dell’Occidente. Alla distruzione del governo pubblico dell’economia ha contribuito molto la “svolta” ordinata nei primi anni novanta dalla Banca d’Italia, dagli economisti post-democristiani che sono stati i registi delle politiche alla lunga rivelatesi suicide di privatizzazione e smantellamento dello Stato imprenditore.

Anche volendo oggi ripensare alla radice un modello pubblico di governo dello sviluppo adeguato ai tempi, sono deperiti gli strumenti (amministrativi, normativi, imprenditoriali) indispensabili per affrontare con realismo la sfida. Il capitalismo italiano, divenuto sempre più marginale, fugge dagli investimenti, è parassitario, vive solo con regimi di monopolio e piogge di decontribuzioni. La fuga dei giovani con elevati titoli di studio è uno sbocco del tutto naturale per un’economia di nano capitalismo a conduzione familiare, con scarsa propensione all’innovazione, alla ricerca, alla managerialità, all’investimento, al rischio d’impresa.

La fatica del pensiero di una nuova politica industriale, che rinvia al tempo lungo, consiglia alle classi dirigenti italiane di mettere mano alla leva fiscale e con miracoli contabili regalare degli spiccioli in nome del sostegno della domanda interna. La questione salariale, che in effetti mostra un arretramento pauroso delle condizioni di vita materiale, si tramuta in occasione per escogitare piccole manovre elettorali. La domanda aggregata è solo un pretesto poiché le quote residue indirizzate in favore del reddito sono ricavate a danno della fiscalità generale.

La normalizzazione del conflitto di classe

Il sindacato, che non ha grande forza contrattuale nelle aziende, non ha la potenza per imporre condizioni più favorevoli ai lavoratori e perciò accantona pratiche conflittuali, che certo sono difficili da organizzare nell’universo della frantumazione, della scomposizione. E, per dare lo stesso ai lavoratori dipendenti la percezione di un qualche spicciolo che piove nelle tasche, condivide con l’impresa la contrazione delle risorse accantonate per le residuali politiche pubbliche.

L’impresa non si tira certo indietro dalla spartizione microcorporativa che ha il volto dei bonus e del cuneo fiscale. Le misure in questione sono infatti solo a carico della fiscalità generale e quindi per l’azienda risultano a costo zero. Come lo sono pure i cosiddetti accordi di welfare aziendale che l’impresa, se è scaltra, riesce a convertire persino in qualcosa di vantaggioso garantendo, con l’invenzione di proprie società affiliate, i servizi un tempo pubblici. Il renzismo economico realizzato, dal governo in carica, potrà forse con le acrobazie fiscali agguantare il miraggio di un una qualche modica ripresa dei consumi (in recessione?).

L’Italia, che procede veloce verso un declino trentennale, avrebbe però bisogno di grande politica e di un moderno conflitto di classe per sfidare i patrimoni improduttivi, le rendite, i privilegi delle compagnie finanziarie, le fughe dei capitali, le evasioni dei giganti delle multinazionali. Il conservatorismo sociale governativo condiviso dalle parti sociali (accettazione dello status quo, con i rapporti contrattuali vigenti, il livello contributivo esistente, i poteri consolidati, le miopi strategie imprenditoriali disponibili, i paradisi finanziari allettanti) non solo non costituisce la risposta al salvinismo ma, con la normalizzazione della lunga decrescita, evoca ambigui paesaggi sudamericani.