Tutti al Palio di Siena
col Drappellone scomunicato

Non c’è angolo dell’italica patria nel quale non consumino feste, riti e mise en scène dal sapore medievaleggiante. Tanto più oggi che si torna a speculare, come nei tempi andati, sull’identità nazionale, bisognosa per reinventarsi, di continui rattoppi.  Ce ne sono per tutti i gusti. Guai però a mettere il palio di Siena in questo mucchio, guai a non distinguere le rievocazioni fasulle da feste di metallo prezioso. Lo ripeto, anche questa volta, agli amici che – puntuali come le dichiarazioni dei nostri governanti-arrivano, graditi ospiti, per assistere alla festa senese. Così, anche in questo sedici agosto del diciottesimo anno del ventunesimo secolo, le dieci contrade si contenderanno quel drappellone, l’unico premio potrà saziarli. Anche il maltempo che trattiene bloccati i cavalli nelle preziose stalle di contrada, impedendo le tradizionali prove o le polemiche per le improvvide sortite dell’arcivescovo contro il Drappellone, che comunque finirà in qualche benedetta contrada, anche se non benedetto, non fa altro che alimentare l’attesa che si fa più inquieta e più snervate. Arriverà il tardo pomeriggio del sedici agosto e, quei brevi minuti, consumeranno l’attesa e la speranza, la rabbia e le polemiche che prenderanno altre strade nel racconto che ogni contradaiolo farà della Carriera.

Oggi, a Siena, è davvero un ferragosto strano. Non ci possiamo allontanare troppo dal dramma di Genova e dalla “Sindrome di Vermicino” che puntuale scatta, in ognuno di noi, di fronte alla narrazione della grande tragedia e alle immagini che i media ci propongono con un’assiduità che va oltre il reale bisogno di far cronaca. Al contempo, la voglia di Palio incalza e le polemiche occupano gli spazi informativi, alimentando la tiritera sui social.  Tra frizzi e lazzi, a rendere il clima più agitato del solito, ci s’è messo anche l’arcivescovo con le sue impuntature.

Le parole dell’arcivescovo Antonio Buoncristiani sono state nette: ” Il Drappellone dipinto da Charles Szymkowicz è un’opera d’arte moderna ma non rispetta i caratteri della cultura mariana e per questo benedico la città, ma non il drappellone”. Una scomunica lanciata proprio in uno dei momenti salienti e distintivi del palio, l’offerta dei ceri e dei censi, un momento che da sempre rappresenta la perfetta congiunzione tra la dimensione civile e la religiosa della festa. A sostegno dell’arcivescovo si sono poi espressi, nel breve volgere di qualche ora, i Correttori (da intendere, per i non senesi, come parroci delle diciassette contrade). Il Drappellone non rispetta, a loro avviso, i canoni della rappresentazione mariana: in braccio la Madonna che può piacere o meno tiene un cavallo che ha preso, impropriamente,  il posto del Bambin Gesù. E’ blasfemia. Una presa di posizione che va ben oltre i giudizi sul valore artistico dell’opera o sulla sua gradevolezza o sull’accettazione da parte degli stessi contradaioli. Si mira, in sostanza, a ridiscutere i ruoli delle diverse istituzioni nella gestione della festa senese, con la Chiesa (ma non è la sola) che vuole dire la sua su aspetti non marginali della vita del Palio. Frutto dei tempi?

Nel corso degli ultimi decenni in particolare da quando dai tardi anni sessanta sono stati coinvolti autori estranei alla più radicata tradizione figurativa nostrana nell’avventura del Drappellone, si è indicata una strada nuova. Cosi è stato per tanti importanti artisti che hanno dovuto passare sotto le feroci critiche dei popoli delle contrade o subire le reprimende di questa o quell’autorità. Nel luglio del 2010 le critiche si erano rivolte per la madonna con la kefiah dell’artista libanese Alì Hassoun, sul quale proprio lo stesso arcivescovo non intese aprire una querelle religiosa o da guerra santa. In un passato ancora più lontano erano incappati un bel numero d’importanti artisti: da Mino Maccari a Valerio Adami, dal giapponese Sho Chiba con la sua madonna dal gusto orientaleggiante al francese Gérard Fromager che la rappresentò come una donna che spinge una carrozzina o Ugo Attardi che la propose con il volto nero. In che misura la contemporaneità e il cosmopolitismo può irrompere in una festa secolare, molto legata a canoni conservatori? Scrive oggi, con saggezza, Roberto Barzanti sul Corriere Fiorentino: “Questo pellegrinaggio dell’Assunta entro tradizioni diverse risponde alle domande di un pluralismo culturale che sappia interloquire con sentimenti inconsueti. Non c’è, forse, città che possa vantare una sequenza di icone mariane come Siena. Che insorgano tentazioni di censure o che ci si senta toccati in antiche sicurezze è normale. Ma ciò che conta, in questo inquieto arrovellarsi tra arte religiosità, è che, nel circuito imprevedibile del Palio, la Madonna continua a vivere, differente ogni volta, e ogni volta scrutata come si fa con un’amica fedele”.

Il palio è un organismo radicato nella storia eppure delicato. Nelle sue molteplici forme in origine era una festa molto diffusa nel Medioevo. Una manifestazione popolare di giubilo che era legata a eventi politici o religiosi per celebrare questo o quel santo, questo o quel Signore. Rispetto ad altre feste, però, il Palio ha avuto la forza di reggere al lento scorrere dei secoli proprio perché è stato e rimane un appuntamento che coinvolge tutta la popolazione.  Mentre nelle altre città ebbe un periodo di vita più o meno continuato, e cadde in disuso in epoche più o meno remote, solo a Siena invece di decadere e finire, non solo si è mantenuto passando attraverso le turbinose vicende della storia ma è andando acquistando una forma sempre più solenne e festosa, fino a diventar l’espressione più viva dell’anima della città. Ricorro per spiegare questo “miracolo” al mirabile testo di Giovanni Cecchini e Dario Neri, scritto per “ Il palio di Siena “, una bellissima edizione editata nel 1958, quando ancora la cultura di massa mass-mediatica non si era impossessata del palio e delle feste popolari: ” La ragione per cui non è mai caduto è una ragione di carattere politico, perché che il Palio era legato strettamente a una cerimonia in cui si affermava la sovranità di Siena. Infatti, il palio non era una festa a sé stante, ma chiudeva una manifestazione politico-religiosa della maggiore importanza per il Comune, cioè la solenne offerta dei ceri e dei censi, nel giorno della vigilia dell’Assunta”. E’ casuale che proprio in questa circostanza l’arcivescovo abbia rivendicato un ruolo che, sin dalle origini, è appartenuto al Comune? L’allarme vero è su questo versante più che sulla disputa artistica o religiosa. Le parole dette stamane da Sindaco fanno intendere quale sia, appunto, la vera portata della vicenda.

Certi meccanismi sono delicati e vanno saputi preservare con cura. Solo così il palio rimarrà una festa di metallo prezioso in mezzo a tante imitazioni di carta pesta. Non un revival di folclore né un appuntamento acchiappaturisti. E’ stato ricordato, di recente, un bell’articolo di Carlo Cassola, inviato a Siena dal suo giornale per scrivere un pezzo sulla festa senese. Lo scrittore è scettico, come lo sono gran  parte degli intellettuali spediti a commentarlo scettici ma man mano che passano le ore, man mano che s’immerge nel clima vero del palio, ne è conquistato. Si converte. Lo testimonia con la chiusa dell’articolo: “Finché ci saranno degli uomini che indosseranno i vecchi costumi medioevali senza vergognarsi, ma anzi, con fierezza e con gioia, non ci sarà il pericolo che la secolare tradizione del Palio invecchi”. Continuano a indossarli con fierezza e gioia, anche con un Drappellone ufficialmente non benedetto.