Siria, riecco l’uomo delle
false prove su Saddam

Qualche settimana fa la Gran Bretagna, seguita a ruota dagli Stati Uniti, dalla NATO e da quasi tutti gli stati dell’Unione europea, ha scatenato una pesantissima offensiva diplomatica contro la Russia accusando il suo vertice politico, e nominativamente Vladimir Putin, di aver ordinato e organizzato l’attentato contro la ex spia Sergeij Skripal e sua figlia. Theresa May e il suo ministro degli Esteri Boris Johnson hanno sostenuto che il servizio segreto britannico aveva le prove inoppugnabili della colpevolezza dei russi. Quelle prove non sono mai state esibite e molto probabilmente non esistevano e intanto continuano ad emergere, uno dopo l’altro, dati di fatto che rendono sempre più discutibili le ricostruzioni ufficiali dell’attentato. L’ultimo è venuto dai responsabili del laboratorio incaricato delle analisi, i quali hanno negato di aver mai sostenuto di aver accertato l’origine russa del gas usato, che peraltro non è stato ancora identificato. Si tratta di una secca smentita all’affermazione ufficiale e pubblica del ministro degli Esteri in persona secondo il quale la sostanza era stata identificata e non c’erano dubbi sul fatto che fosse arrivata dalla Russia.

In queste ore il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, seguito dal presidente francese Emmanuel Macron, evidentemente immemore dei disastri causati dalla precipitazione di Nicolas Sarkozy sulla Libia, annuncia per imminente una ritorsione contro i siriani e i russi per l’uso che i primi avrebbero fatto di armi chimiche a Douma. Date le condizioni, non si può escludere uno scontro diretto tra gli americani e i russi dalle conseguenze pericolosissime. Anche stavolta non è adombrato alcun dubbio, ma nessuna prova viene esibita. Secondo gli osservatori internazionali presenti in Siria, e in particolare gli operatori dell’organizzazione Health Cluster che ne riferiscono direttamente all’ONU, pare accertato che a Douma sia stato usato il cloro, che ha provocato la morte atroce di decine di persone tra cui moltissimi bambini, come è testimoniato dalle scene orribili che ci giungono da laggiù, ma non si ha la minima contezza su come il cloro sia stato diffuso né, soprattutto, da chi.

Facciamo la massima chiarezza. Questo sito e chi scrive ritengono che Bashar al-Assad sia un feroce dittatore che non si è mai fatto scrupolo di uccidere i propri sudditi e che per questo dovrebbe essere chiamato a rispondere davanti alla Corte internazionale penale dell’Aja e che sia da condannare nel modo più fermo il sostegno che gli viene offerto dai russi. Così come, in relazione al caso Skripal, sono ben consapevoli dei metodi criminali usati in passato, e minacciati nel presente, dagli attuali dirigenti di Mosca contro gli oppositori e chiunque potesse creare qualche pericolo al potere di Putin.

Ma è lecito avere più di un dubbio sulle granitiche certezze su cui si basa il piano di Trump per punire “l’animale Assad”. Ci si deve chiedere, intanto, che interesse avrebbe mai avuto il dittatore di Damasco a ordinare un attacco con armi chimiche, il cui utilizzo sa benissimo essere inaccettabile per tutta la comunità internazionale (russi compresi, almeno a parole) e tale da suscitare reazioni severe. Nella Goutha le sue forze hanno già vinto la battaglia della riconquista, a colpi di cannone e di bombardamenti “normali” che hanno ucciso migliaia di innocenti: dal punto di vista militare l’attacco chimico appare del tutto ridondante, oltre che politicamente controproducente. La stessa “inutilità” peraltro è stata riscontrata in altre occasioni nelle quali il regime di Assad era stato accusato di aver impiegato gas nervini come il Sarin e altre sostanze e va detto che esistono molti dubbi, oggi, non sul fatto che siano stati usati, ma su chi li avrebbe usati.

Le autorità russe smentiscono che siano state le forze di Assad a usare il cloro. Non c’è ovviamente alcun obbligo di credere loro, e però sarebbe molto ragionevole accettare la proposta, avanzata da Mosca in sede ONU, di far giungere sul posto funzionari della commissione internazionale istituita proprio per vigilare sulla distruzione (a maggior ragione il non-uso) delle armi chimiche in possesso delle forze di Damasco e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Una rappresaglia americana cancellerebbe questa possibilità.

Come nel caso Skripal, è saggio prendere con più di una riserva le affermazioni sull’esistenza di “prove” per giustificare atti di guerra, diplomatica o guerreggiata sul campo. Chi avesse qualche dubbio farebbe bene a ricordare la denuncia dell’esistenza delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein che servì da pretesto all’invasione dell’Iraq del 2003: una fake news costruita ad arte dall’amministrazione americana e prontamente avallata da Tony Blair (che, almeno lui, in seguito ha chiesto scusa). La denuncia delle inesistenti armi irakene fu pronunciata all’ONU dal Segretario di Stato Colin Powell, ma nella vicenda ebbe un ruolo determinante l’allora sottosegretario per il controllo delle armi e le questioni di sicurezza John R. Bolton, il quale riuscì a boicottare il lavoro del direttore dell’agenzia internazionale per l’energia atomica Muhammad el-Baradei, che avrebbe potuto accertare l’inesistenza di armi o progetti nucleari in Iraq.

John. R. Bolton è da pochi giorni il nuovo consigliere per la sicurezza del presidente Trump.