Tutela del patrimonio:
caos sotto il cielo di Roma

Il disegno di legge illustrato dal senatore Walter Tocci in un affollato incontro svoltosi alla Fondazione Basso di Roma il 20 novembre, di cui ha parlato in modo puntuale Danilo Maestosi su questo stesso sito il 25 novembre (“Una legge per Roma futura”), è destinato a segnare senza dubbio una svolta nel modo stesso di concepire la salvaguardia dell’eredità storica e artistica della Capitale.
Non sembri eccessivo dirlo, dal momento che l’atto parlamentare – mentre scrivo, infatti, Tocci dovrebbe averlo già depositato al Senato – ha come finalità l’istituzione di una nuova Grande Soprintendenza di Roma (in un linguaggio più “giuridico”, Soprintendenza generale di Roma o S.G.R.), che tuteli e valorizzi in modo unitario il paesaggio e il patrimonio culturale compresi entro il perimetro del Comune: quindi, dal centro storico cinto dalle Mura Aureliane al suburbio e alla Campagna Romana. Un’area, quest’ultima, che ha formato con la “città murata” un insieme inscindibile, dall’età classica fino all’Unità d’Italia.
Alcune delle frasi che ho appena usato sono prese di peso dai primi articoli del DdL, e già da queste enunciazioni penso non sfugga la novità di impostazione del provvedimento. Non starò a descriverlo nel dettaglio, e tuttavia una cosa mi preme porre fin d’ora all’attenzione: l’iniziativa di Tocci (che prima dell’incontro alla Fondazione Basso ne aveva già parlato in più sedi, fin dal febbraio scorso, suscitando molto interesse e le prime discussioni) fa emergere finalmente nel modo più chiaro, e direi per la prima volta con un simile rilievo pubblico e politico, una delle contraddizioni principali delle “riforme” con cui Dario Franceschini, a capo del Ministero per i Beni Culturali (MiBACT), ha modificato nel profondo l’amministrazione della tutela a livello nazionale. Ho messo la parola “riforme” fra virgolette, perché (la notazione è di Tocci) le norme Franceschini sono state fatte passare quasi tutte ricorrendo allo strumento dei decreti e dei regolamenti ministeriali, senza alcuna discussione in Parlamento: e questo, di per sé, è già un fatto grave.

Scavi di Ostia: il Capitolium

Ma veniamo al merito, limitandoci a quel che è successo nella Capitale e lasciando da parte la cronistoria del modo tortuoso e perfino convulso con cui i provvedimenti ministeriali si sono sovrapposti, e talvolta aboliti l’un l’altro, nel breve arco di tempo che ho detto. Fotografiamo la situazione attuale della tutela a Roma, cioè la (definitiva?) risultante di tale processo. Tocci evoca spesso, nei suoi interventi, un’immagine di immediata efficacia: chi si spostasse oggi da Piazza Venezia verso l’Appia Antica si troverebbe, via via, sotto l’invisibile protezione di ben tre uffici diversi: il Parco archeologico del Colosseo nell’area dei Fori Imperiali, del Foro Romano-Palatino e del Colosseo; da Porta Capena a Porta San Sebastiano, la “Soprintendenza speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma” (e ci sarebbe molto da dire anche sulla terminologia); da Porta San Sebastiano ai confini del Comune, il Parco archeologico dell’Appia. E fin qui siamo nell’ambito della tutela di Stato, ma sull’Appia insiste anche un Parco regionale, con propri vincoli e norme. È così che, nei fatti, va a farsi benedire il grande sogno di Antonio Cederna di un cuneo paesistico e monumentale unitario, che dall’Agro sud-orientale si spinga fino ai Fori Imperiali e al cuore della città.
Ma non basta, perché se allarghiamo lo sguardo dobbiamo menzionare ancora – entro i limiti del Comune di Roma – l’altro Parco archeologico statale di Ostia; e non dimentichiamo i musei, che, per citare solo quelli di antichità, sono stati scorporati dal territorio di riferimento, facendone degli uffici dirigenziali a sé. Ora, chiunque conosca appena – ad esempio – il Museo Nazionale Romano sa bene quanto questo grande e glorioso organismo (che comprende ben quattro sedi principali: Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo, Palazzo Altemps, Crypta Balbi) sia stato finora l’indispensabile punto di riferimento della ricerca archeologica a Roma e nel suburbio, riguardo ai magazzini, ai laboratori di restauro, agli uffici, agli archivi… eccetera. D’ora in avanti, che fine faranno le migliaia di reperti che giornalmente il sottosuolo di Roma continua a restituire?
È questa solo una delle tante e angosciose domande possibili. Ma il vero punto politico è quello che ho provato ad esporre all’inizio, quando dicevo che il DdL Tocci, facendo pernio su Roma, fa esplodere una delle contraddizioni più clamorose della linea tenuta da Franceschini nei confronti dell’amministrazione dei beni culturali in tutta Italia. Infatti tale “riforma”, nelle proclamazioni e forse anche nelle intenzioni dei suoi promotori, era partita da un orientamento “olistico”, o – se l’aggettivo non piace – da una visione interdisciplinare, diacronica, globale della salvaguardia territoriale. Una visione respinta da molti, ma che personalmente condivido, perché vòlta a superare gli steccati mediante i quali, fin dal primo Novecento (ma all’epoca la cosa era storicamente spiegabile), erano stati ripartiti gli uffici della tutela monumentale e paesistica, articolati da allora in Soprintendenze settoriali: archeologiche, storico-artistiche, architettoniche.
Agli inizi del Terzo Millennio questo impianto – che pure aveva alle spalle una storia di tutto rispetto, e aveva costituito per decenni un valido argine agli scempi del patrimonio culturale e ambientale italiano, salvandolo in parte – mostrava ormai la corda, perché superato sul piano metodologico e perché non più rispondente alle esigenze della collettività. Qui il discorso sarebbe lungo, ma per tornare a noi (e anche volendo prescindere dalle storture e dai gravi limiti che l’applicazione pratica del criterio delle Soprintendenze uniche sta mostrando in tutto il Paese), cosa
rimane di realmente “olistico” nel modo in cui il governo di Renzi e di Franceschini ha trattato l’eredità storica di Roma? Al termine del tormentato iter dei provvedimenti cui ho alluso, più nulla: abbiamo di fronte un panorama dominato – al contrario – da una parcellizzazione che da un lato ha di nuovo suddiviso parte del patrimonio secondo competenze disciplinari, dall’altro si è tradotta in uno spezzettamento territoriale che sfiora l’assurdo.
1/ SEGUE