Trump va alla guerra dei dazi
ma la posta è anche la NATO

“You’re fired”. Trump licenzia il segretario di Stato Rex Tillerson e lo sostituisce con il capo della Cia Mike Pompeo e l’ennesimo terremoto scuote la sua amministrazione mentre si discute come (e in un certo senso anche perché) andare allo “storico incontro” con Kim Jong-un e nel pieno della guerra dei dazi mossa contro Europa e Giappone. Sulla quale, da quanto si capisce, il Segretario di Stato aveva fortissimi dubbi. Il cambio di Tillerson con Pompeo rende ancora più urgente capire che cosa ci sia dietro il durissimo scontro commerciale che sta per scatenarsi (e in parte è già in atto) tra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Europa. Intanto c’è quello che tanto “dietro” non è, ovvero una linea politica, quasi un’ideologia, affermata molto chiaramente e vestita di una sua coreografia, come s’è visto con il presidente che firmava i suoi decreti attorniato nel suo studio da un gruppo di operai metallurgici della Pennsylvania. La retorica “America first” ha i suoi riti un po’ farlocchi ma è un fatto molto concreto ed era molto ingenuo pensare, come qualcuno in Europa ha fatto, che fosse un fatto interno agli Stati Uniti che avrebbe avuto risvolti solo marginali sui rapporti internazionali. Il brutale allontanamento del capo della diplomazia ne è la più lampante conferma.

Il secondo aspetto che deve essere preso in considerazione è il quadro, complicatissimo e in costante evoluzione, dei rapporti interni all’amministrazione. Le dimissioni del consigliere economico Gary Cohn, annunciate proprio in polemica con la decisione di Trump di aumentare i dazi su acciaio e alluminio, testimoniano l’ennesima sconfitta, all’interno della Casa Bianca, della “cricca della Goldman Sachs”. Degli uomini e delle donne che Trump smentendo se stesso aveva chiamato nel proprio entourage dalla potente banca d’affari che durante tutta la campagna elettorale aveva accusato (non del tutto a torto) di appoggiare Hillary Clinton, è rimasto ormai solo il Segretario al Tesoro Steve Mnuchin. Nell’ordine hanno lasciato Dina Powell, vice capo consigliera per la sicurezza, a gennaio; Anthony Scaramucci, direttore della comunicazione, dopo solo 11 giorni dalla sua nomina in luglio, e in agosto il potente e contestatissimo Strategy-Chief Steve Bannon, colui che era considerato l’anima nera dell’amministrazione, il duro che contendeva il potere alla coppia “moderata” formata dalla figlia di Trump Ivanka e dal marito Jared Kushner, l’ispiratore delle uscite choc della campagna e dei primi tempi dopo l’insediamento, dal muro da costruire al confine con il Messico al Muslim Band, la pretesa di chiudere le frontiere per i cittadini dei paesi islamici.

A parte Bannon, che comunque nella banca non aveva mai avuto ruoli importanti, gli altri esponenti della Goldman erano considerati un po’ i garanti dell’ortodossia conservatrice repubblicana all’interno dell’amministrazione, insieme con lo stesso Tillerson e lo speaker della Camera Paul Ryan, all’inizio fiero oppositore dell’outsider Donald Trump e poi venuto con lui a più miti (anzi: molto miti) consigli. La riforma fiscale di qualche settimana fa era parsa essere l’ultimo punto segnato (postumo) dalla “cricca” nella direzione di una normalizzazione della politica economica dell’amministrazione sui canoni tradizionali del conservatorismo repubblicano, di cui la pace fatta tra il presidente e Ryan, doveva essere in qualche modo il sugello.

La dichiarazione di guerra sui dazi, ora, è invece l’effetto più evidente della sconfitta dei tentativi di far valere i princìpi dell’ortodossia repubblicana, di cui il dogma del libero scambio è stato tradizionale pilastro, che la cricca della Goldman aveva cercato di far prevalere in alleanza con Ryan e in stato di non belligeranza con la coppia Ivanka-Kushner. Ma soprattutto è il segnale dell’estrema volatilità politica e della assoluta imprevedibilità che fin dall’inizio caratterizzano l’amministrazione di Trump, lacerata dalla lotta per bande descritta drammaticamente dal giornalista insider della Casa Bianca Michael Wolff nel suo libro-reportage “Fuoco e Furia”.

Questa patologica imprevedibilità spiega in parte le evidenti incertezze e l’imbarazzo con cui i paesi dell’Unione europea, ma anche il Giappone, hanno risposto in prima battuta ai propositi bellicosi della Casa Bianca. A differenza della Cina, che ha subito contrattaccato, essi hanno pensato di trovare una via d’uscita nel curioso distinguo che Trump aveva introdotto, affermando che i dazi avrebbero risparmiato i paesi “amici”, il Canada, l’Australia e, stranamente, anche l’odiato (per altri versi) Messico, con la clausola ricattatoria che Canada e Messico accettassero di rinegoziare il Nafta. Mentre da una parte si cominciavano a preparare liste di prodotti cui applicare i dazi di ritorsione – whiskey bourbon, motociclette Harley-Davidson, jeans, tessili e camicie – dall’altra si tentava un’estrema mediazione in un incontro, convocato dalla commissaria UE Cecilia Malmström a Bruxelles, con il ministro del commercio giapponese Hiroshige Seko e Robert Lighthizer, l’ “incaricato” per le questioni del commercio estero che sarebbe, da quanto si capisce della confusa costellazione del potere intorno alla Casa Bianca, il braccio esecutivo del potente Segretario di Stato al Commercio, il vecchio miliardario Wilbur Ross, che ha costruito le sue fortune proprio nella produzione e nel commercio dell’acciaio.

Il tentativo della Commissione di Bruxelles e del governo di Tokio di far riconoscere i paesi della UE e il Giappone nel novero dei paesi “amici” risparmiati dai dazi è fallito, come era ovvio aspettarsi e ora pare molto realistica l’ipotesi di una escalation che investirà beni ben più importanti che il bourbon e i jeans, a cominciare dal settore delle automobili, che secondo molti è stato fin dall’inizio il vero obiettivo della Casa Bianca, il cui principale nemico (per ora commerciale) è la Germania che inonda l’America di Mercedes e Bmw. E non va dimenticato che tra poco tempo dovrebbe tornare sul tavolo delle controversie l’annoso contrasto nato dal rifiuto europeo di importare carne bovina americana trattata con gli ormoni. Una vecchia grana che nell’era di Trump potrebbe diventare davvero esplosiva. Insomma, c’è da dire che se il TTIP, il trattato di liberalizzazione che si era cercato di negoziare ai tempi di Obama, aveva gravissimi difetti e sarebbe stato, a giudizio di molti, disastroso per l’Europa, la guerra commerciale che si sta profilando ora sembra ancora peggiore.

La richiesta degli europei di essere considerati nel novero dei paesi “amici” era particolarmente ingenua anche per un altro motivo, che è il terzo aspetto, e non il meno importante, a nostro giudizio, dell’offensiva trumpiana. Il presidente l’ha anche citato espressamente, in un paio di occasioni. La sua pretesa di ottenere un equilibrio economico più “giusto” tra Europa e Stati Uniti, che risponda al suo principio-guida “America first”, passa non solo per i commerci ma anche per la NATO. Washington ritiene insopportabilmente sbilanciate a sfavore degli Usa le contribuzioni all’Alleanza e, con una logica un po’ rozza ma non proprio insensata, Trump pensa che la durezza in materia di dazi possa anche essere da un lato una “punizione” per gli alleati riottosi e dall’altro uno strumento di pressione per costringerli a sborsare il dovuto. Non a caso, ancora una volta il paese più preso di mira è la Germania, la cui cattiva volontà in fatto di aumenti delle spese militari è stata sempre individuata come uno dei maggiori problemi della NATO, sia a Washington che al quartier generale dell’alleanza a Bruxelles.

Non si tratta certo di una questione nuova: il problema del burden sharing è stato sempre posto da tutte le amministrazioni americane almeno dagli anni ’70 in poi. Ma è evidente che con l’avvento dell’amministrazione Trump è destinato inevitabilmente ad ingigantirsi.

Attenzione, però. Il problema diventa più grosso non solo per gli americani, che con questa amministrazione sono ovviamente portati a un’insofferenza sempre maggiore verso gli alleati “che non pagano”, ma anche per gli europei, che hanno sempre più motivi per guardare con preoccupazione se non con qualche sospetto all’egemonia americana, politica e soprattutto militare, sull’Alleanza. Anche in questo caso non si tratta certo di una questione nuova: la percezione di un relativo decoupling tra gli interessi americani ed europei esiste da molto tempo e ha avuto spesso effetti politici. Basti pensare, per fare solo un esempio, al Gran Rifiuto opposto a suo tempo da Francia e Germania alla partecipazione alla guerra in Iraq e alla spaccatura che ne derivò. E non sono certo estranee ai dubbi dell’Europa sulla corrispondenza della Nato ai propri interessi (e anche talvolta ai propri princìpi) le spinte, finora sempre senza esiti concreti, verso la ricerca di ipotesi di difesa comune: “europea”, non “atlantica”.

Date queste premesse, sarebbe logico aspettarsi che si aprisse ora una fase di seria riflessione, in Europa, sulla NATO, sulla sua struttura, la sua catena di comandi, la sua attualità storica (tre decenni dopo la fine del Patto di Varsavia e il dissolvimento dell’impero sovietico) e, in fin dei conti, della sua stessa esistenza. Con un uomo che dalla Casa Bianca persegue il mito, ideologico ma anche terribilmente concreto, dell’”America first” l’esistenza di un’alleanza che presuppone una forte comunanza di interessi e di destini e che all’articolo 5 del proprio statuto prevede l’obbligo dell’entrata in guerra di tutti se un membro viene attaccato è oggettivamente un anacronismo e un rischio. Qualche ambiente politico e intellettuale pare aver cominciato a rendersene conto. Ma i massimi responsabili di gran parte dei paesi europei continuano a recitare la retorica della comunanza di idee e di destini con gli Stati Uniti, a prescindere da chi li governa.

Non c’è più questa comunanza, essa non c’era ancor prima che al potere arrivasse Trump, pur se con Obama per qualche verso le due sponde dell’Atlantico si fossero, almeno culturalmente, un poco riavvicinate. Ora meno che mai. Sarebbe il momento che si cominciasse a prenderne atto seriamente.