Trump sfida le donne
e perde l’Alabama

Donald Trump può metterla come gli pare, dare la colpa agli altri, al candidato repubblicano in primis, ma se la sconfitta alle elezioni suppletive per il Senato in Alabama ha un volto, quello è il suo. Per la prima volta dal 1992 lo Stato del sud profondo e conservatore passa di mano e va ai democratici, eppure solo 13 mesi fa l’Alabama si era consegnata con passione all’improbabile sfidante di Hillary Clinton, regalandogli un vantaggio del 28 per cento. E’ la prima sonora batosta per il presidente che vede ora la maggioranza al Senato ridotta ad un solo seggio, un handicap per la sua agenda.

Trump era stato consigliato dallo staff della Casa Bianca di tenersi alla larga da una competizione divenuta tossica, dopo che l’ex giudice Roy S. Moore, già in odore di razzismo e di omofobia, era stato accusato prima da quattro poi da altre donne di averle molestate quando erano ancora delle ragazzine. Ha tirato dritto e si è fidato del suo consigliere Steve Bannon, l’uomo delle fake news e dell’ultradestra nazionalista e militante, uscito dal ruolo ufficiale alla Casa Bianca ma ancora in auge nell’entourage presidenziale. Ha tirato dritto, sfidando gli avvertimenti dell’establishment repubblicano, del leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, che aveva chiesto a Moore di farsi da parte minacciando di spedirlo davanti alla commissione etica e di espellerlo se fosse stato eletto. Persino Ivanka Trump, che è la figlia del presidente, ma anche una donna e una madre, aveva fatto presente a The Donald che per quelli come Moore, che molestano i bambini, “c’è un posto speciale all’inferno”.

 

Trump non ha badato a Ivanka, né alla copertina di Time che ha scelto il movimento #metoo come “persona dell’anno”, né al monito della sua ambasciatrice all’Onu Nikki Haley che ha invitato a dare ascolto alle donne che denunciano. Non ha nemmeno colto l’inopportunità di sostenere un molestatore essendo lui stesso accusato – da una ventina di donne – per ragioni analoghe. Il presidente ha creduto che la sua parola avesse ancora il potere di incantare gli elettori a dispetto di tutto. “Potrei sparare a uno in strada e non perdere un voto” aveva detto nella sua campagna presidenziale. Beh, oggi non è così. E anche #metoo ne ha qualche merito.

Qualcuno ne ha anche la macchina elettorale degli avversari. I democratici di Doug Jones sono riusciti a mobilitare l’elettorato afro-americano, donne soprattutto (mai così alta l’affluenza dalle presidenziali del 2012) ma anche una parte dell’elettorato bianco che nemmeno Obama era riuscito a conquistare: i giovani, ma anche una quota di donne istruite alle quali deve essere sembrato intollerabile mandare al Senato un tipo che metteva le mani addosso alle 14enni e poi andava a messa. Solo una fetta della società bianca dell’Alabama, ma sufficiente a sparigliare le carte e a tagliare l’erba sotto ai piedi di Moore, riuscendo in quella che all’inizio sembrava una missione impossibile e che alla fine è diventata una sfida in cui i democratici avrebbero vinto comunque: nelle urne o restando alla finestra a guardare il caos che si sarebbe scatenato nel Gop, semmai Moore ce l’avesse fatta, pronti ad incassare i dividendi alle elezioni di mezzo termine dell’anno prossimo.

La vittoria, limitata si dirà, ha l’effetto di galvanizzare il fronte democratico. Presto per trarne conclusioni su scala nazionale, ma adesso l’ipotesi di conquistare la maggioranza in una delle due Camere non sembra più solo un miraggio. E’ vero che la vittoria arriva sulla scia di un candidato impresentabile – non lo era anche Trump a suo tempo? – ma è anche vero che la candidatura di un outsider, un Trump dell’Alabama come Moore, è figlia delle profonde divisioni in campo repubblicano. Ed è stata perdente.

I commentatori Usa si aspettano che la guerra fratricida nel Gop vada avanti – qualcuno parla di “guerra civile” tra i repubblicani. Ma il leader della maggioranza McConnell paradossalmente oggi tira un sospiro di sollievo. Moore al Senato avrebbe avuto la potenza devastante di una bomba: lavori paralizzati per mesi in attesa dell’esito della commissione etica, lo scontro frontale con la Casa Bianca e l’imbarazzo, non secondario, di doversi difendere dall’accusa di aver accolto nelle proprio file un sospetto pedofilo.

Certo la maggioranza si è assottigliata e dovrà dare prova di una compattezza che finora non ha avuto se vuole proseguire nel tentativo di smantellare l’Obamacare e di incassare la riforma fiscale che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Non sarà facile, la fronda anti-Trump esce rafforzata dall’esito in Alabama. E anche se il presidente ha dimostrato di avere molte vite, non sembra essere più un re Mida dei consensi. Per i repubblicani si apre una stagione di riposizionamenti.