Trump, Putin, Renzi:
i “neo-cinici” assaltano
i nostri valori democratici

Non ci scandalizza più nulla, tra giravolte politiche e repressioni sparse qua e là nel mondo? Ovvero: stiamo diventando dei neo-cinici, un po’ felici alla Scilipoti-Razzi, un po’ dolenti, un po’ a corrente alternata? C’è un tarlo insidioso che continua a rodere le decenti strutture su cui si è edificata – tra alti e bassi, battaglie sociali e moderne Costituzioni – la nostra Europa, quella che definiamo occidentale, liberal-democratica, di capitalismo temperato (più o meno). Il tarlo, ingiustamente meno temuto della idolatria globalizzatrice, si chiama relativismo morale. Un laissez faire della coscienza molto invasivo in politica e nei media, una bestiolina da maneggiare con cura. Discendendo il nostro corredo morale dai principi della Rivoluzione francese e dall’Illuminismo, in noi convivono due tensioni opposte: un relativismo ”progressista” per ciò che riguarda cultura, religione, modi della socialità e un fiero (almeno a parole) universalismo in fatto di ragione, scienza e diritti umani. Se non mi permetto giudizi morali su come un mio simile gestisce la sua sessualità e i suoi abiti non solo mentali, essendo questi ultimi relativi a uno dei tanti contesti possibili in una società aperta, mi sento però in diritto di giudicare, con criteri oggettivi, una violazione della libertà personale, di parola, di opinione e così finisco per valutare negativamente l’imposizione del chador, l’infibulazione, la sottomissione femminile in Paesi fuori dal nostro cerchio.

Green e i laser dei “potentati ebraici”

Nella realtà, non funziona sempre così, l’indignazione nel nome di alti valori custoditi sembra diventato un lusso in questi tempi di allarme, di business first, di strapoteri finanziari globali. E il relativismo morale, parente stretto dell’indifferenza e della paura, dilaga, lesiona architravi del vivere civile, scalfisce leggi fondamentali e tradizioni. Piccola deviazione al di là dell’Atlantico, per ricordare quanto il quadriennio trumpiano ha avvelenato i pozzi. Tra i deputati repubblicani siede Marjorie Taylor Green, ovvero quando il folclore fa paura. Green, fra mille altre uscite surreali, ha sostenuto apertamente l’ipotesi che gli incendi in California dello scorso autunno siano stati provocati da un laser malvagiamente indirizzato dallo spazio sugli Stati Uniti, il tutto a opera di sordidi e oscuri potentati ebraici. Lungi dal consigliarle una lunga parentesi di cura psichiatrica, i suoi colleghi repubblicani hanno preferito il silenzio per non perdere voti, alla faccia dei Padri Fondatori. E questo è relativismo cinico coi fiocchi. L’inquinamento mediatico e le fake news giocano la loro partita, i media combattono di rimessa, ma non tutti. La soglia di tolleranza si è alzata.

La repressione delle piazze in Russia

Putin notoriamente predilige come arma dialettica Novichok e manganelli. Ok, lo zar ha il consenso popolare per farlo e un pelo fitto sul petto per non provare rimorsi. Ma come mai al di qua degli Urali ci vogliono clamorose retate di coraggiosi in piazza e arresti grotteschi per far sollevare almeno un ditino di rimprovero sui giornali e in tv? Di casi Navalny ce ne sono a centinaia, a migliaia e rappresentano il portato diretto di uno Stato mangiato vivo dalla corruzione. La Russia secondo gli indicatori di Transparency International è al 131° posto nella classifica che misura la corruzione percepita e se ci si prende la briga di leggere “Niente è vero, tutto è possibile, avventure nella Russia moderna” di Peter Pomerantsev si comprende il perché. Eppure sul Corriere della Sera l’ex ambasciatore Sergio Romano regolarmente si scoccia e indigna dell’indignazione, per lui le sanzioni alla Russia e una voce europea ben chiara contro le ennesime derive antidemocratiche putiniane sono solo un segno di scarsa Realpolitik. Ma quale? Quella che nel ’38 a Monaco fece chiudere gli occhi di Francia, Italia e Regno Unito, davanti all’annessione dei Sudeti da parte di Hitler? E con la Crimea nel 2014 com’è andata a finire? Putin si è goduto il plebiscito all’annessione e ora l’economia va a gambe all’aria.

Renzi e la monarchia saudita

Si digerisce tutto. E va bene che noi italiani siamo dei neo-cinici allenati, però c’è chi esagera. Matteo Renzi, principe del machiavello, si permette, ad esempio, una prestazione pubblica molto osé con Mohammed bin Salman, erede al trono saudita, perché sa di potersela cavare senza pagare troppo dazio, nonostante, in un “dialogo” con l’autocrate, si tuffi in lodi iperboliche ai suoi progetti economici, paragonandoli a un nuovo Rinascimento. Il breve video è consigliabile per apprezzare l’inglese recalcitrante di Renzi, i suoi sorrisi e il suo sguardo da squalo, la sua improntitudine nell’affermare: «Non voglio parlare del costo del lavoro a Ryad perché come italiano sono molto invidioso». L’incontro-marchetta era stato organizzato dalla Future Investment Initiative, il braccio “culturale” del Fondo per gli investimenti pubblici dell’Arabia Saudita che cerca di “potenziare le idee più brillanti del mondo”. Un Big Game e l’ex primo ministro è presente nel board della Fondazione. Alè, avanti con brio. Gli ha forse nuociuto alla reputazione la creazione di Italia Viva nel settembre 2019 giusto tre mesi dopo aver escuso categoricamente di voler fare un partito: «Non mi metto a rifare la Margherita»? Non scherziamo.

Il precedente di Blair

Del resto Tony Blair, un po’ il fratello maggiore di Renzi-Follow the money, ha sostenuto nel 2003 l’invasione dell’Iraq e nel 2015 ha chiesto scusa, trovando pure il modo, nel frattempo, di convertirsi, lui anglicano, al cattolicesimo e continuando serenamente la sua remunerata attività di consigliere e conferenziere in tutto il mondo. Cioè: attizzo una impresa militare scellerata accreditando la tesi farlocca delle armi di distruzione di massa in mano a Saddam e poi chiedo venia e procedo fischiettando per la mia strada. Le armi della distrazione di massa e il pappone mediatico spettacolar-emozionale hanno stravinto davvero, riuscendo diabolicamente a trasformare critica e dissenso in operazioni di per sé politiche di parte. E ciao principi assoluti della nostra democrazia e difesa della informazione libera.

BiIancio. Tra i neo-cinici moltissimi ci guadagnano, ma tutti, tra calli crescenti alla sensibilità pubblica e soglie di tolleranza in ascesa, ci perdiamo. In ogni senso. I valori morali non si quotano in Borsa, alla lunga però ci tolgono salute, civile ed economica.