Trump abdica al ruolo
di “leader globale”
La Cina si prepara

La crisi pandemica del Coronavirus potrebbe alterare l’equilibrio geopolitico mondiale spostandone il baricentro dagli Stati Uniti alla Cina​? La domanda è lecita alla luce delle reazioni delle due superpotenze a un evento globale che riguarda in primo luogo la sicurezza e la salute della popolazione mondiale, ma che può avere conseguenze di lungo periodo ben più importanti.

Una prima prospettiva per affrontare l’argomento riguarda l’atteggiamento di Washington. Mentre la dinamica dei contagi accelera in tutto il mondo, gli Usa di Donald Trump sembrano avere abdicato al tradizionale ruolo di leader globale in grado ​di coordinare ambiziose risposte multinazionali alle emergenze globali. Alcuni episodi convalidano questa tesi. Anche se nelle prime fasi dell’epidemia di Coronavirus Washington ha inviato aiuti alla Cina, negli stadi successivi della crisi l’amministrazione Trump ha sostanzialmente lasciato i paesi alleati a loro stessi. Con almeno un paio di gravi ‘stonature’ diplomatiche. La prima è l’improvviso divieto ai voli tra Europa e Stati Uniti, applicato unilateralmente lo scorso 14 marzo, varato senza consultare o avvisare preventivamente alcun alleato europeo. Il secondo strappo ha riguardato il G7, del quale gli Usa hanno la presidenza quest’anno. Malgrado questo ruolo ‘obbligato’, il presidente di turno Trump, pur cedendo alle sollecitazioni del presidente francese Macron per organizzare una videoconferenza d’emergenza ai massimi livelli sul Coronavirus, ha di fatto lasciato a Parigi anche l’incombenza di organizzare l’evento. Questi episodi evidenziano una netta discontinuità rispetto alla crisi economica globale del 2008, e all’epidemia del virus Ebola nel 2014, nelle quali gli Stati Uniti avevano ​subito assunto il coordinamento della risposta internazionale. Lo stesso era successo anche nel 2003 quando il presidente George W. Bush aveva ​varato e attuato un piano per combattere la diffusione dell’Aids nel mondo, con una dotazione finanziaria di 90 miliardi di dollari, considerata tutt’ora la più rilevante mai messa ​in piedi per un’operazione mirata contro una singola malattia.

Spazi di manovra

Se Washington rallenta e si sottrae Pechino accelera per sfruttare gli ampi spazi di manovra lasciati liberi dal concorrente. Segnando un paradosso, visto che sono stati proprio gli errori della Cina – come il tentativo iniziale di coprire la gravità e la diffusione dell’epidemia di Coronavirus – che hanno contribuito a creare la crisi che sta colpendo gran parte del pianeta. La Cina sta riuscendo, infatti, a posizionarsi presso l’opinione pubblica come leader della risposta globale alla pandemia. La ‘narrativa’ cinese risulta particolarmente efficace su tutti i fronti: dall’abbondante comunicazione sulle proprie strategie, tecnologiche e sanitarie per debellare la pandemia al suo interno, all’assistenza materiale con uomini e materiali sanitari, inviati a molti Paesi colpiti, a partire dall’Italia. Il vantaggio cinese nell’assistenza di emergenza è oltretutto amplificato dal fatto che gran parte degli strumenti che il mondo sta impiegando per combattere la pandemia sono già ‘made in China‘, come le mascherine chirurgiche. C’è poi, e veniamo al terzo elemento vincente del colosso asiatico, una forte campagna diplomatica in corso che non riguarda solo la diffusione di informazioni utili, ma anche l’aspetto istituzionale. E’ il caso della lettera inviata pochi giorni fa dall’ambasciatore cinese presso l’Onu ai rappresentanti di tutti i 192 paesi membri dell’organizzazione per segnalare non solo i successi ottenuti nel contenere la pandemia nelle regioni di Hubei e Wuhan ma, soprattutto, per annunciare un notevole impegno finanziarrio a favore dell’Organizzazione mondiale della sanità per migliorare la sanità pubblica nei paesi poveri. Una mossa, quest’ultima, opposta rispetto a quella dell’amministrazione Trump che ha proposto forti tagli del suo stanziamento all’Oms non includendo peraltro alcun contributo all’organizzazione nel suo primo intervento di emergenza proposto al Congresso.

Per ora, insomma, è abbastanza chiaro come in questa “battaglia di narrazioni” i cinesi siano diventati molto bravi in quello che una volta era un tradizionale punto di forza degli Stati Uniti, il “soft power”, potere morbido, legato alla comunicazione e a strategie diplomatiche ben coordinate con gli aiuti internazionali e con la presenza nelle istituzioni globali. Il rischio per gli Stati Uniti è alto. Ed è ben descritto dall’ex vicesegretario di Stato Kurt Campbell – che ha lavorato nell’amministrazione Obama – e che avverte come un evento globale come l’attuale pandemia possa mettere a repentaglio il primato geopolitico Usa. C’è un precedente storico significativo. “Gli ordini globali – scrive Campbell – hanno una tendenza a cambiare prima gradualmente e poi tutti insieme. Nel 1956, un intervento fallito a Suez mise a nudo la decadenza della potenza britannica e segnò la fine del Regno Unito come potenza globale. Oggi, i politici statunitensi dovrebbero riconoscere che se gli Usa non si muoveranno per affrontare questo momento, la pandemia di coronavirus potrebbe segnare un altro “momento di Suez”.