Cinema e teatro
troppe proteste
per un mese di chiusura

Se il celeberrimo marziano di Ennio Flaiano, senza prendersi l’incomodo di scendere sulla terra, s’affacciasse sul nostro facebook o ascoltasse qualche radio dovrebbe dedurre che gli italiani non sono solo un popolo di naviganti, di santi e di poeti, ma sono soprattutto un esercito di teatranti, di spettatori teatrali, di attori, di registi, di consumatori accaniti di Shakespeare, di cinefili affamati (con propensione netta per i cinepanettoni natalizi), oltre che di drogati dallo spriz.

Cultura
Foto di Andreas Glöckner da Pixabay

Proteste contro le chiusure

Mai tante proteste si sono levate contro una decisione del governo in tempi di coronavirus, la decisione di chiudere teatri e cinema. Per un mese. Sottolineo: per un mese. Nella illusione che questo ed altri provvedimenti ci permettano, tra un mese, di cominciare a riaprire.
Sono il primo, come tanti altri, a dire che la cultura è risorsa centrale in un paese civile e che le istituzioni dovrebbero investire e investire molto di più per la cultura (magari a partire dalle scuole elementari, prima che dai teatri), che il degrado che sta vivendo questo paese nasce da lì, dallo smarrimento di valori culturali, dal dissesto della istruzione pubblica, dalla oscena comunicazione televisiva (sì, forse, per la salute pubblica sarebbe urgente chiudere anche la tv), eccetera eccetera.

Quanti sono gli spettatori di cinema e teatro

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Però tanto alte grida di dolore per la chiusura di un mese di cinema e teatri francamente mi sconcertano. Riesco ancora a contare: secondo l’Istat nel 2018 solo il venti per cento (arrotondo per eccesso) della popolazione italiana dai sei anni in su dichiara di essere andata a teatro una volta almeno, è soprattutto tra i bambini e i ragazzi fino ai 19 anni che si registrano le quote più elevate di spettatori (quante volte mi sono lasciato travolgere a teatro da simpatiche scolaresche vocianti), per quasi l’84 per cento degli spettatori si registra un’affluenza a teatro che non oltrepassa le tre volte nell’anno, contro un 6,3 per cento di chi vi si reca sette volte o più (tra questi ultimi si distinguono le persone dai 55 anni in su)… Risparmio il fiume delle percentuali Istat e mi risparmio il cinema. Se si chiude un mese, tre spettacoli o sette spettacoli li si recupera in un amen e si pareggiano altrettanto alla svelta i conti con la propria ansia di cultura.

E’ ovvio che quanti lavorano nel teatro (penso ad attrezzisti, costumisti, elettricisti, falegnami, eccetera eccetera) hanno diritto a rivendicare un sostegno. Non so come: finanziamenti, cassa integrazione… Vale anche per il cinema: penso ai gestori di sale cinematografiche, già sufficientemente deserte ben prima dell’avvento del coronavirus (racconto sempre quando due anni fa, a Milano, all’Anteo mi capitò di assistere alla proiezione di Dogman, il bel film di Matteo Garrone, da solo, circondato dal vuoto totale: roba da prendersi paura).
Ma anche in questa protesta mi sembra di leggere il vizio nazionale (spolverato nobilmente di amor per la cultura), che si potrebbe riassumere in quell’acronimo anglosassone divenuto popolare a proposito di cave, discariche, strade, gallerie, gasdotti, inceneritori: Nimby, Not In My Back Yard, Non nel mio cortile sul retro. Chiudetemi tutto, ma non… la piscina, il ristorante, il bar, la palestra, il parrucchiere…

Ciascuno rivendica un dpcm su misura, come se la pandemia fosse solo affare degli altri, sempre accusando per ciò che non si è fatto, sempre indicando una giustificazione per i propri desideri, senza mai avvertire la responsabilità per ciò che si è combinato, dalle discoteche alle spiagge, dalle scampagnate sui monti al ritorno all’irrinunciabile movida.

I camion di Bergamo, gli intubati e i contagiati…

Ho sempre negli occhi la fila dei camion militari che attraversano Bergamo, gli “intubati” in attesa di sentenza, i quarantamila morti, i ventimila contagiati al giorno. Quest’altro lockdown di un mese è niente di fronte a quelle immagini: in fondo a teatri chiusi, a palestre chiuse, a ristoranti e bar semichiusi, continuiamo a mangiare, ad andare a scuola, a lavorare, a camminare, insomma, fortunatamente per molti di noi, a vivere. Dovremmo rallegrarci per un sacrificio a termine, partecipando alla salvaguardia di un interesse comune.

Messaggio da Hong Kong

P.s. Ho letto da qualche parte che il professor Crisanti indica come modelli da perseguire quelli adottati da Corea e da Taiwan.

Ricopio da un post apparso su facebook alcune righe di una signora (non cito il nome) che vive ad Hong Kong: “… io vorrei tanto tornare in Italia ma visto il modo scellerato in cui gli italiani (e gli europei in genere) stanno reagendo alla pandemia, non so quando sarà possibile. Gestire una pandemia è difficile e di sicuro le scelte sono discutibili. Però vi prego: c’è la pestilenza. Il mettere costantemente in discussione tutto non sta aiutando. Vi imploro di accettare una disciplina a tempo determinato che ci aiuti a superare questa crisi sanitaria. Noi a Hong Kong da dieci mesi viviamo a metà: con grande disciplina e pochissima polemica, ma ancora solo a metà. Mascherine per tutti sempre e senza storie, rare o inesistenti cerimonie religiose e nessun concerto o teatro. Qualche cinema ma non sempre. Qui applicano “sopprimere e rilasciare”: quando aumentano i casi sopprimono le attività. Quando diminuiscono aumentano. Quasi nessuno di noi è andato in vacanza per cercare di togliere fiato al virus. In Europa non capisco perché questo sia parso improponibile… qui bar e ristoranti hanno chiuso e i contagi sono scesi. Perché in Italia è tutto una polemica e un’opinione? C’è una pandemia! Non si può sperare che passi con questo costante “sì, ma così no” e mancanza totale di volontà di sottomettersi alle restrizioni inevitabili. Perché l’esempio asiatico (Corea, HK, Taiwan: democrazie o semi-democrazie) vi deve sembrare così inutile? Certo che le chiusure servono. Se le persone si vedono fuori ci sono due considerazioni: intanto fuori il contagio è inferiore che in locali chiusi. E se le persone si assembrano, multe. Da dieci mesi a HK abbiamo il massimo di 4 persone alla volta all’aperto (due al massimo da marzo a giugno). Dura, ma nessuna polemica all’italiana…”.

Scusate per la lunghezza del post scriptum.