Trionfa Johnson,
Europa addio. Pesante sconfitta per Corbyn

Boris Johnson è ora al timone del Regno Unito, con una maggioranza di trecentosessantuno seggi, ben più dei trecento ventisei sufficienti per governare. BoJo sta incarnando con successo non le élite, ma un populismo che ha catturato la collera di chi non ce la fa a tirare avanti e non vede un futuro decente. Il partito della Brexit di Nigel Farage non ha vinto alcun seggio. In compenso i tories hanno guadagnato quarantasette parlamentari rispetto alle elezioni del 2017. La consultazione è stata dominata dal tema dell’uscita dall’Unione Europea, ma vista attraverso le lenti di un Paese in cui le disuguaglianze sono divenute intollerabili.

Jeremy Corbyn

Per il Labour la peggiore sconfitta

La sinistra di Jeremy Corbyn deve affrontare, dopo la sconfitta, la quarta di seguito in un’elezione generale e la peggiore dal 1935, un’impegnativa analisi. Poco più di duecento i seggi del Labour, sessanta in meno rispetto a due anni fa. I laburisti dovranno chiedersi, come del resto accade per molti partiti di sinistra in Europa, come riprendere contatto con i suoi storici e potenziali elettori. Jeremy Corbyn ha già annunciato, dopo la decima rielezione nel collegio di Islington North, che guiderà questa riflessione prima di un cambio alla guida del Labour. L’Unione Europea, da parte sua, non ha più margini per sperare di mantenere la Gran Bretagna come membro a pieno titolo. Bruxelles può solo confidare in un’uscita morbida, che mantenga le storiche relazioni politiche e commerciali.

È bruciante la sconfitta del Labour Party, che perde, con consistenti travasi a favore dei conservatori, quasi tutte le roccaforti del “red wall”, dalle città del nord fino alle Midlands post-industriali, esacerbate da anni di austerity e dal collasso dello stato sociale. L’ambizioso manifesto di Jeremy Corbyn e del suo staff avrebbe richiesto tempi lunghi che le famiglie impoverite hanno avvertito come incompatibili con le difficoltà sociali ed economiche. Il programma laburista si proponeva di rafforzare il ruolo dello Stato e l’economia britannica attraverso un “fondo di conversione nazionale”, rivolto prima di tutto a ricostruire la funzionalità delle infrastrutture in crisi e a sostenere la tecnologia non inquinante.

Da Corbyn una visione troppo teorica dei cambiamenti

Accanto a questo, un “programma turbo” per sostenere l’edilizia dal punto di vista ambientale e dei prezzi. Il terzo caposaldo era la semi-nazionalizzazione dei servizi, oltre a una riforma fiscale che avrebbe fatto veramente pagare le società di capitale. Corbyn ha scontato due fattori avversi: una visione troppo teorica dei cambiamenti e alcune posizioni elusive. C’era stato subito scetticismo anche a sinistra su un programma così vasto per una consultazione appiattita sul tema della Brexit: mancava l’elemento della democrazia progressiva, una valutazione realistica delle risorse e delle alleanze.

Un manifesto, quello di Corbyn, più adatto a forgiare il consenso su tempi lunghi che non ad ottenerlo, a poche settimane dalle elezioni. A questo taglio radicale non hanno corrisposto, da parte di Corbyn, posizioni altrettanto nette su alcuni temi, a cominciare dall’antisemitismo. Mike Katz, presidente del Movimento laburista ebraico, vanto della Gran Bretagna da novantanove anni per il suo impegno civile, aveva detto giorni fa che a nessuno importa nulla se molti ebrei hanno lasciato il partito, sentendo che non era più un luogo sicuro. A maggio la commissione nazionale sui diritti umani aveva aperto un’inchiesta.

Boris Johnson

La marcia trionfale dei conservatori

Va al di là delle previsioni, già favorevoli, la vittoria dei conservatori, che marcano il miglior risultato assoluto dal 1987. Johnson ha giocato facile e promesso di tutto: quindicimila infermieri/infermiere in più, nessun controllo doganale dopo la Brexit se non nel Mar d’Inghilterra in qualche sperduto porto e la Brexit conclusa per gennaio. Quest’ultimo annuncio è particolarmente campato per aria. Ora avrà certamente un Parlamento con una solida maggioranza, ma Johnson continua a considerare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea come un oggetto da consegnare agli elettori, e non un insieme di relazioni da negoziare e regolare.

Il Partito nazionale scozzese di Nicola Sturgeon spazza via i tories, guadagna diciassette seggi e arriva senza fatica a cinquantadue parlamentari a Westminster. La prima ministra ha già rilanciato da Edimburgo, un nuovo referendum per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito, con lo scopo di restare nell’Unione Europea da Stato sovrano. Allo stesso modo, la Brexit spingerà l’Irlanda del Nord ancora più lontana da Londra, dal momento che l’accordo sulla Brexit la derubrica a zona cuscinetto danneggiata dalle incertezze delle regole doganali. I lib-dem guadagnano solo un seggio, arrivando quindi a tredici parlamentari, con lo smacco della non elezione della leader Jo Swinson a Durbartonshire East, che aveva rappresentato per dodici anni, a favore di una candidata del Partito nazionale scozzese.

La sterlina vola, i mercati si sentono rinfrancati dalla stabilità del quadro interno britannico. Già a febbraio, tuttavia, annuncia Laura Kuenssberg della BBC, vi sarà un rimpasto di governo.