Trentino-Alto Adige:
la disfatta della sinistra
e il flop dei Cinquestelle

Il giorno dopo le elezioni in Trentino e in Alto Adige si possono fare i conti e i confronti, si può tornare alla storia e ricordare che a Bolzano si votava un tempo per il Movimento sociale, si può tentare l’elenco dei concorrenti e delle sigle politiche, una teoria interminabile e imperscrutabile per chi vive lontano, si può distinguere tra il voto nei capoluoghi, Trento e Bolzano, e il voto nelle campagne e lassù in montagna, si può discutere di elettorato italiano e elettorato sudtirolese, si può misurare il peso della lingua e quindi delle appartenenze e quindi delle diversità con gusto antropologico e sociologico. Non mi sembrerebbe un esercizio utile.

Forse sarebbe più utile guardare da lontano, osservare questo voto, che dovrebbe esprimere la virtù dell’autonomia locale esaltandola, come un voto nazionale, che interpreta cioè la cattiva tendenza nazionale e allora potrebbe essere sufficiente riconoscere che la Lega vince, che a Trento per la prima volta vince la destra, che il sottosegretario leghista Fugatti sarà il nuovo presidente della provincia doppiando il candidato del centrosinistra Tonini (a Bolzano deciderà il consiglio provinciale), che il M5s s’affloscia lasciando spazio alla dissidenza visto che il transfuga Paul Koellensperger sta al secondo posto a Bolzano con il quindici per cento dei voti dopo la Svp, che il Pd mette in cassaforte un’altra sconfitta (dopo essere riuscito alle politiche di pochi mesi fa a imporre la candidatura di Maria Elena Boschi da Montevarchi), che Forza Italia è al capolinea. Stop.

Non saprei trovare una motivazione locale, provinciale, al successo della Lega. Ci sarà, non dubito, perché si votano le bandiere ma anche le persone, però in questo caso a noi interessa una sola persona, Matteo Salvini, che ogni giorno ci spiega come si fa a conquistare il cuore e i voti della gente (del popolo, come preferisce lui), che lo applaude incurante della sua volgarità, di una politica che è solo propaganda e quando va bene interesse di una base elettorale, promesse e demagogia, bugie e insulti. Salvini interpreta il sentimento della gente (o del popolo) che odia i politici, che non tollera e non comprende i meccanismi della democrazia, che adora l’uomo forte (antico vizio nazionale), che vuole essere rassicurata nel proprio privilegio. Soprattutto Salvini guida, cioè indirizza, il sentimento della gente, suscitando paure e rassicurando al tempo stesso: annuncia invasioni e blocca le navi, vietando i porti; perseguita gli immigrati, risvegliando il peggior razzismo; denuncia delitti d’ogni genere e assicura armi e legittima difesa; respinge l’Europa, rispolverando in compagnia di Di Maio il vocabolario a petto in fuori d’altri tempi, vocabolario mai cancellato (“me ne frego” al vertice delle preferenze, ma si è aggiunto il dimaiano senza vergogna “tireremo diritto”). Riducendo la complessità del presente allo schemino “buoni (io) – cattivi”, di volta in volta indica il nemico: l’Unione, gli immigrati, quelli di sinistra, i “giornaloni”.

Di recente (a Pontida e poi via etere e a La7 durante il talkshow InOnda) persino i “matti”, accusati d’essere colpevoli di “un’esplosione di violenza” (visto che la legge 180 avrebbe cancellato, a suo parere, qualsiasi struttura di cura: lui pensa ai manicomi, ovviamente), senza che qualcuno dei cosiddetti giornaloni insorgesse contro tale manifestazione di ignoranza e di falsità.
Tutto questo, Europa, immigrati, matti, sinistra e “giornaloni” dovrebbe aver ben poca presa in comunità come quelle di Trento e di Bolzano, province ricche, sicuramente ben governate (anche dalla sinistra), protette, ad alta qualità di servizi, province che non hanno certo bisogno del reddito di cittadinanza promesso dai grillini e argomento di ben scarsa efficacia dove i redditi sono già alti per conto loro, anche se non disdegnerebbero di pagare meno tasse, così felicemente benestanti da temere una sola cosa: che qualcuno o qualcosa venga a turbare il loro benessere, la loro pace (trascurando di considerare quanto la risalita dello spread e le sofferenze bancarie mettano a rischio i loro risparmi: miracoli della propaganda “sovranista”).

Si potrebbe pensare ad un altro vizio italiano: il trasformismo spicciolo, cioè l’arte di saltare sul carro del vincitore, seguendo l’aria che tira, anche se in ballo non c’è poco o nulla. Abbiamo sempre avvertito il fascino delle “adunate”.
Sinistra e centrosinistra avranno di che piangere: dissipato un patrimonio, sciolta a Trento un’alleanza (con il partito autonomista trentino) che aveva consentito la vittoria nel turno precedente, riemergere sarà un’impresa ardua. Controllando le tabelle dei risultati nei piccoli comuni delle due province, lo “zero” è una costante accanto ai simboli del centrosinistra: dà il senso amaro dell’inesistenza e soprattutto dell’inutilità.
Immagino che riflessioni e discussioni non mancheranno, di fronte ad un esito che consegna il Nord-est alla Lega con percentuali che sfiorano il cinquanta per cento. Si può rispondere attendendo il traino nazionale (il che è un po’ come sperare nel sol dell’avvenire) o ricominciando da capo, da un elenco dei problemi concreti e attorno a questo costruire unità, rinnovando il gruppo dirigente, magari riscoprendo qualche eredità del passato (penso ad Alex Langer) che serva a ridare vigore alla cultura. Salvo sperare che la gente si stanchi prima o poi delle chiacchiere e dei muscoli di Salvini, scoprendone miracolosamente l’inconsistenza (mi piacerebbe oggi ascoltare quei cittadini, lontani dalla pratica partitica, che hanno votato Salvini, per capirne le motivazioni). Che il vento giri insomma. Non solo in Italia: c’è un’Europa vicina (si chiama Austria, ad esempio) che contamina, che potrebbe divenire un modello (e forse lo è già diventata).