Trentin, i diari e quelle drammatiche ore del 31 luglio 1992


Nei sofferti diari di Bruno Trentin recentemente pubblicati da Ediesse molte pagine sono dedicate al famoso accordo del 1992 che superava il meccanismo di scala mobile e bloccava la contrattazione aziendale. Trentin lo sottoscrisse e poi diede le dimissioni. Una vicenda attorno alla quale si è riaccesa una discussione anche dopo l’uscita dei Diari. Ora per strisciarossa ha scritto una sua testimonianza uno dei protagonisti, Giuseppe Casadio, già segretario confederale della Cgil, all’epoca segretario del sindacato in Emilia Romagna (b.u.). Ecco il suo articolo.

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Sui diari di Bruno Trentin (in particolare sulle vicende dei protocolli del ’92 e ’93). Piccola premessa: a differenza di altri commentatori, considero questa pubblicazione uno scrigno. Un diario è sempre “la verità”; più vera dei dati documentari, delle pur preziose ricostruzioni storiche. Chi afferma di non ritrovare in queste pagine il Trentin che conosceva, sbagliava prima. La lettura di un diario richiede curiosità ed umiltà. Null’altro.

…Bruno, quel pomeriggio del 31 luglio ’92, non voleva andare a Palazzo Chigi.

La Cgil, dopo la crisi che aveva investito il gruppo dirigente e portato alla sostituzione di Antonio Pizzinato (nel 1988), aveva deciso di costituire un organismo intermedio fra Comitato Direttivo e Segreteria Confederale: la Direzione.
Organo numericamente ristretto, ma fortemente rappresentativo delle strutture territoriali e categoriali più rilevanti per dimensione organizzativa e/o per autorevolezza politica.
Personalmente ne facevo parte in quanto Segretario Generale della Cgil Regionale dell’Emilia Romagna.
Come facilmente intuibile, la Direzione fungeva da nesso fra centro e periferia, da tessuto connettivo in una organizzazione tanto vasta, articolata; ancora segnata da travagli interni, nonché da quelli originati dalle vicende politico-sindacali di quegli anni convulsi.
Ovvio che venisse coinvolta in occasione di trattative inter – confederali con i governi, su tematiche particolarmente rilevanti. Di norma, in tali casi, la Direzione assumeva veste di “delegazione trattante”, anche se non tutti i componenti potevano materialmente partecipare ai tavoli di trattativa; si rimaneva in seduta permanente a Corso d’Italia, per validare le scelte che si profilavano ai tavoli e scambiare orientamenti sulla conduzione della trattativa.

Il 1992 fu un anno durissimo e cruciale per l’Italia, per la sua situazione economica nel contesto europeo, per il vento di bufera che scuoteva il suo sistema politico.
La storia è nota: la finanziaria di oltre 100.000 miliardi di lire di tagli e risparmi nell’intento di agganciare Maastricht, la temporanea uscita dallo Sme (Sistema monetario europeo)…con decisione fulminea e adottata per decreto dal Governo Amato.
Entrarono in questo tritacarne anche questioni prettamente sindacali aperte da tempo: come riordinare il sistema della negoziazione collettiva, in particolare in considerazione delle ipotesi di superamento definitivo di ogni forma di adeguamento salariale automatico (scala mobile, disdettata da Confndustria). Ma il sistema contrattuale per intero, non solo in ambito salariale.
L’incontro con le parti sociali – l’ennesimo – fu convocato per il tardo pomeriggio del 31 luglio. In mattinata – annunciò Trentin alla Direzione – era anche stato inviato, da Palazzo Chigi, un testo scritto contenente le ipotesi considerate dal Governo conclusive.
La Direzione della Cgil si riunì nel primo pomeriggio per mettere a punto i cardini fondamentali su cui la Confederazione avrebbe attestato la propria posizione. Trentin relazionò, esplicitando valutazioni critiche sulla “proposta ultimativa” del Governo, e proposte alternative, formulate sulla base del protocollo unitariamente siglato il 10 dicembre 1991 e della conseguente piattaforma unitaria Cgil-Cisl-Uil. In particolare definì inaccettabili alcuni punti di merito; li riassumo approssivamente, riguardando le mie vecchie carte:
– definitivo superamento – piuttosto che ricontrattazione – di ogni automatismo salariale;
– blocco totale di ogni forma di contrattazione, non solo salariale, per il biennio ’92 – ’93, “compensato” dalla erogazione forfettaria di 20.000 lire;
– nessuna garanzia di legittimità del secondo livello di contrattazione, nemmeno dopo il ’93;
– difesa “parziale” del salario anche nei casi di prolungata discontinuità contrattuale.
Inoltre, valutazione fortemente critica su altri capitoli: politiche fiscali, politiche industriali…

 

Su questa linea Trentin chiese un mandato, che gli fu confermato, alla Direzione. Poi, essendo giunta l’ora del previsto incontro a Palazzo Chigi, la riunione di Direzione fu sospesa.
Dopo pochi minuti, mentre alcuni di noi si intrattenevano affacciati alla balaustra dello scalone, avendo in conto di dover trascorrere molte ore in attesa di qualche telefonata, o notizia da Palazzo Chigi, Bruno uscì nel corridoio e si fermò con noi a parlare, dimostrando tranquillità e nessuna fretta. Dopo qualche generica battuta qualcuno gli chiese come mai si intrattenesse con noi, se ci fosse stato qualche rinvio.
Bruno rispose che non aveva alcuna intenzione di recarsi presso la Presidenza del Consiglio. Che non intendeva prendere parte ad una trappola già predisposta, a nostro danno.
(Ovviamente non sto qui riportando parole esatte, che non potrei ricordare con esattezza, ma il senso delle battute scambiate, che suscitarono molta sorpresa fra i 3-4 compagni presenti).
Poi, con tutta calma, rientrò nel proprio ufficio, accompagnato da qualche nostra imbarazzata battuta e invito a ripensarci. Ne uscì di nuovo dopo qualche tempo, e ci salutò dichiarando che, ovviamente, stava andando a Palazzo Chigi, ma con molto pessimismo e scarso entusiasmo.
Nel frattempo i cronisti diffondevano alcune notizie dalla Presidenza: sono già qua da tempo Del Turco, Benvenuto, naturalmente Amato…

Andò come si sa; a notte inoltrata tornarono in Corso d’Italia due Segretari Confederali presenti alla trattativa per comunicarcene la sintesi e la firma del protocollo – senza modifiche – anche da parte di Trentin.
La trappola era scattata; un vero e proprio ricatto. Senza la firma di tutti, il Governo si sarebbe dimesso, addossando a chi non avesse siglato tutte le conseguenze della drammatica situazione economica in cui si trovava l’Italia, (sopra sommariamente descritta per cenni) e i rischi di ulteriore aggravamento
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E’ opportuna, a questo punto, una notazione: i 2 compagni inviati da Trentin ad informare la Direzione non resero nota (per lealtà nei confronti di Bruno che lo aveva chiesto) la intenzione dello stesso di rassegnare le dimissioni dalla Segreteria Generale, a loro espressa, invece, a Palazzo Chigi al momento della firma.
Fatto sta che i componenti la Direzione presenti in Cgil in quel momento (taluni erano partiti dopo aver espresso il loro mandato alla Segreteria con il voto del pomeriggio) esercitarono le proprie prerogative esprimendo formalmente a maggioranza giudizio negativo sull’intesa. Non si discusse in quella sede dell’annuncio di dimissioni da parte di Bruno, appunto perché nulla se ne sapeva.
Il 31 luglio finì così: nello sconcerto e con un voto maggioritario che valutava negativamente l’intesa siglata. E senza altre indicazioni sul prossimo futuro.

Il mio ritorno a Bologna fu travagliato da molti interrogativi sul che fare; in fondo, che la voce dell’Emilia Romagna si esprimesse in senso contrario alla direzione indicata dalla Segreteria Generale, e per di più “alla cieca”, cioè senza che fossero in campo ipotesi alternative, appariva quasi un atto contro natura. Per tradizione consolidata e per coscienza mia.
Trovai comunque il modo, durante il viaggio, di convocare urgentemente per il mattino seguente la Segreteria Regionale, i Segretari Generali di tutte le Camere del Lavoro della Regione e di tutte le categorie Regionali.
Un dovere avvertivo inderogabile: sottoporre a verifica, in quella sede, il mio comportamento. E, conseguentemente, decidere un piano di azione.
Durante quella riunione giunse, ad ulteriore complicazione, la notizia delle dimissioni di Bruno, accompagnate dall’auspicio di una riunione del Direttivo Nazionale da tenersi ai primi di settembre.
Della riunione Regionale del 1° Agosto ricordo, in sintesi, due risultanze: il consenso unanime (al di là delle appartenenze alle diverse componenti politiche) al comportamento da me tenuto il giorno precedente a Roma. E l’impegno di ciascuno dei presenti a riunire il Comitato Direttivo della propria struttura prima dell’annunciato Direttivo Confederale Nazionale; vale a dire, quindi, o nei primi giorni di agosto (dove la maggior parte dei siti produttivi e dei delegati fossero al lavoro), o a fine agosto-inizio settembre negli altri casi.
Il vincolo era: al futuro, annunciato, Direttivo Nazionale si doveva giungere avendo, per parte nostra, discusso dello stato delle cose con tutti i quadri intermedi della Cgil Regionale, e avendone ricevuto un mandato.
L’orientamento era: sollecitare Trentin a ritirare le dimissioni; evitare ogni logica referendaria fra i sostenitori della parola d’ordine – superficiale e deresponsabilizzante – “revocare la firma” oppure NO (quando il Segretario Generale della Cgil compie l’atto di sottoscrivere un atto formale, con ciò stesso si produce un fatto politico di per sé irrevocabile; da quel momento in poi l’unica discussione possibile è sul che fare successivamente); quindi necessità di ricostruire le condizioni per una trattativa efficace, anche sulla base delle posizioni, prima unitariamente condivise, poi “tradite” il 31 luglio.

Così andò, fu possibile anche svolgere nell’immediatezza molte assemblee nei luoghi di lavoro non ancora chiusi per le ferie.
Giungemmo così al Direttivo Nazionale del 2-4 settembre con il supporto delle valutazioni, largamente convergenti, dei Direttivi di ogni struttura regionale. E guardando al futuro, a partire da una campagna di assemblee che Trentin sollecitò, nel ritirare con generosità le dimissioni.
Da queste basì si ripartì per riaprire la trattativa e acquisire il positivo protocollo sul modello contrattuale, del 23 luglio 1993. Approvato a larghissima maggioranza anche dalla consultazione di base. (Alcune autorevoli astensioni mi risultò difficile comprendere).

Concludo esternando un pensiero che mi è tornato più volte alla mente, nei tempi successivi; un pensiero forse impertinente, ma non incongruo.
In quella tarda serata del 31 luglio 1992 forse Trentin, stretto dal ricatto a cui stava responsabilmente cedendo, suppose che la Direzione riunita a Corso d’Italia avrebbe rigettato quei contenuti, riconquistando così nuovo spazio di manovra. Se ciò non fosse avvenuto, e pure la Direzione avesse considerato indiscutibili le “ragioni di contesto” che indussero Bruno a siglare un protocollo che pure considerava non condivisibile (su ciò non può esserci dubbio), quale situazione si sarebbe determinata? La Cgil senza guida: Trentin dimissionario e sconfessato pure dal suo gruppo dirigente più autorevole. Si consideri infatti che noi, a Corso d’Italia, e fino al mattino seguente, nulla sapevamo della determinazione di Bruno a dimettersi.
Ma questo non è scritto nei diari.