Tre ragioni per la sconfitta di Corbyn
L’inquietante strategia dei conservatori

Tutte le sconfitte sono dolorose, sia individuali che collettive. Alcune però lo sono più di altre e anche a un mese di distanza, quella del Labour Party alle elezioni politiche nel Regno Unito è senz’altro una di queste.

Lo è per la parte più povera del Paese che ha votato in massa per il Labour Party, milioni di persone che hanno pagato e pagheranno sulla loro pelle le politiche di un governo conservatore.

Lo è per tutti i socialisti del mondo perché con il Labour di Corbyn viene sconfitto il più serio tentativo di trasformazione del sistema finanzcapitalista plasmato dall’egemonia neoliberale mai avvenuto nell’Occidente democratico.

Lo è per tutti i progressisti d’Europa perché la sconfitta del Labour porta con sé l’uscita dall’Unione Europea del terzo paese più grande e la prospettiva di una rottura radicale col “continente”, con un impatto enorme sulle vite di milioni di cittadini britannici ed europei, compresi centinaia di migliaia di italiani in Gran Bretagna e decine di migliaia di Britannici in Italia.

Lo è, infine, per tutti coloro che hanno a cuore la pace nel mondo, visto che mai come in questi giorni sarebbe importante avere a capo della terza potenza nucleare e ponte tra le due sponde dell’Atlantico un pacifista come Jeremy Corbyn. Questioni enormi, su cui fermarsi a riflettere, che segneranno il futuro del Regno Unito e eserciteranno un’influenza profonda su quello dell’Unione Europea, dell’Occidente democratico e dell’ordine geopolitico mondiale.

Il Labour resta la seconda forza politica

Bisogna resistere la tentazione di semplificare l’analisi e non sottovalutare le conseguenze di un voto che mette seriamente a repentaglio la sopravvivenza del Regno Unito. I dati dicono chiaramente che sono prive di fondamento sia la lettura che vuole il Labour sconfitto per via delle radicalità del suo manifesto sia quella che indica nella proposta di tenere un nuovo referendum sulla Brexit la ragione della sconfitta.
È vero esattamente il contrario. È soltanto in virtù di un manifesto radicale con dentro la proposta di un referendum per tenere il Regno Unito nella UE che il Labour è rimasto la seconda forza politica britannica, con oltre 10 milioni di voti e il 32% (13% in più di quelli presi dal Pd di Renzi nelle elezioni politiche). Uno sguardo ai dati e un’analisi delle vicende dei mesi passati permettono di accorgersene.

Le proposte economiche

La radicalità innanzitutto. Le proposte economiche del Manifesto del 2019 rispecchiano sostanzialmente quelle del 2017 in cui il Labour raggiunse il 40% e quasi 13 milioni di voti, con oltre 10 punti percentuali in più rispetto all’era pre-Corbyn nel più grande aumento di consensi di un partito britannico dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Certo, la stampa moderata e i tabloid erano stavolta pronti a demonizzare quel programma molto più che nel 2017 ma come mostra il rapporto del celebre sondaggista conservatore Lord Ashcroft la campagna antisocialista ha sostanzialmente contribuito a tenere lontano dal Labour l’elettorato che nel 2017 aveva scelto i Tories (che si tengono quasi tutti i loro voti cedendo appena il 3% ai LibDems) ma non ha significativamente eroso il consenso del Labour Party, che aveva prodotto un piano solido e una narrativa all’altezza sulla necessità di un green new deal, le cui politiche di nazionalizzazioni rimangono popolari presso una maggioranza assoluta dell’elettorato e i cui temi non sono peraltro stati discussi abbastanza durante una campagna elettorale dominata dalla Brexit.

L’emorragia di voti euroscettici…

CorbynLa Brexit ha invece senz’altro contribuito a far perdere al Labour una significativa quota di elettorato, in particolare nei 54 seggi persi tra il 2017 e il 2019 che avevano votato leave al referendum del 2016 dove è evidente un travaso di una quota di voti dal Labour ai Tories e in misura minore al Brexit Party di Farage. Tuttavia, come rivela il rapporto del think tank progressista Datapraxis, che ha esaminato con attenzione dove siano finiti i 2,612,548 voti persi dal Labour tra il 2017 e il 2019, circa un milione e trecentomila sono andati a partiti pro-remain (distribuito tra liberaldemocratici, verdi, e nazionalisti scozzesi, tra cui il rapporto stima ci siano 200 mila elettori che votarono leave ma hanno cambiato idea), più del milione di voti finiti ai partiti pro-leave (tra cui il rapporto stima ci siano 300 mila elettori che votarono remain) a cui possono essere aggiunti una certa quota degli astenuti (l’affluenza è diminuita di un punto e mezzo).

…E quella dei voti europeisti

In circa metà dei seggi persi dal Labour in cui aveva vinto il leave, i voti Labour finiti ai partiti pro-remain avrebbero impedito la vittoria dei conservatori. Basta un’occhiata a collegi come Bury South, High Peak o Stoke-on-Trent Central, per accorgersene. Sono in tutto più di venti i seggi che avevano votato leave dove i conservatori hanno vinto soltanto grazie alle divisioni dell’opposizione e alla disaffezione dei remainers che avevano votato Labour nel 2017 e considerando anche i 7 seggi che il Labour ha perso dove aveva invece vinto il remain, quasi tutti in Scozia, appare chiaro come l’emorragia di voti europeisti ha pesato almeno quanto quella di voti euroscettici.

corbynDel resto, la tesi di un Corbyn sconfitto perché troppo europeista rispetto a un paese euroscettico non regge alla prova dei numeri se in quella che è stata universalmente descritta come la “Brexit election”, il 52,3% dei voti sono finiti a partiti che sostenevano un nuovo referendum contro il 45,6% a partiti che volevano procedere con la Brexit senza consultare gli elettori.

Aggiungendo anche i voti dei candidati indipendenti parliamo di oltre 17 milioni di voti per un nuovo referendum, in un mandato popolare di entità simile e segno opposto a quello per la Brexit del referendum del 2016. Sulla carta, una chiara maggioranza pro-remain in un nuovo referendum se si considera che secondo il rapporto Ashcroft gli elettori europeisti che hanno scelto i Tories sono in numero comparabile se non superiore agli euroscettici che hanno scelto il Labour (20% dei remainers hanno votato Tories contro il 16% dei leavers pro Labour).

Non ha vinto la Brexit

Per questo dire che in queste elezioni abbia vinto la Brexit non è corretto, va ricordato che l’ipotesi che il Regno Unito nel suo complesso avesse cambiato idea sulla Brexit è estremamente realistica e va sottolineato che la vittoria di Johnson dipende anche dall’effetto distorsivo del sistema elettorale e dal fatto che gli elettori pro-Brexit sono distribuiti meglio rispetto ai contrari, con il leave che nel 2016 ha vinto nel 60% dei collegi per le elezioni politiche pur essendo votato da meno del 52% della popolazione.
Le ragioni dell’esito elettorale sono dunque più complesse. Tre quelle fondamentali: una relativa alla strategia dei conservatori, una a quella del Labour e una alla leadership di Jeremy Corbyn. Iniziamo dalla prima.

Promuovere disillusione: la inquietante (ma vincente) strategia dei Tories

Una delle principali differenze tra il 2017 e il 2019 è stata sicuramente la forza della campagna di Boris Johnson, centrata su un messaggio semplice ripetuto ossessivamente (get brexit done) che pur guadagnando soltanto un punto rispetto al 2017 ha portato a rubare al Labour oltre 50 seggi grazie a una migliore distribuzione dei consensi (crescendo nei seggi pro-leave e arretrando in quelli pro-remain).
Per capire lo sfondamento dei Tories nel cosiddetto Red Wall, i seggi tradizionalmente Labour delle vecchie aree industriali e minerarie delle midlands e del nord est dell’Inghilterra, bisogna però riconoscere che già nel 2017 Theresa May aveva guadagnato milioni di voti, fallendo la conquista di molti di questi seggi per pochi voti. In realtà la vittoria dei conservatori è l’apice di un processo di erosione del consenso laburista in atto almeno da un decennio e portato a compimento nel 2019.

financial times
Nella figura tratta da un articolo pubblicato il 17/12/2019 sul Financial Times si vede come il margine di vantaggio del Labour sui Tories nei collegi con il maggior numero di elettori working class diminuisce costantemente dal 1997.

L’accordo con l’Ue

A questo va aggiunto il fatto che l’accordo con la UE raggiunto a sorpresa a metà ottobre ha completamente cambiato la dinamica politica. Se prima una chiara maggioranza del paese avversava la prospettiva di uscita senz’accordo e le cronache erano dominate dalle divisioni tra i Tories, l’accordo ha invece portato un’unità di intenti mai raggiunta prima dai Tories sulla Brexit.

Da una parte i deputati remainers erano rassicurati dalla presenza di un accordo in cui non speravano più, dall’altra l’ala estremista dei leavers vedeva accolte le sue principali richieste (l’eliminazione della clausola di salvaguardia per il Nord Irlanda e una promessa di divergenza dalle regole europee in vista del futuro accordo commerciale) e decideva di sostenere compattamente il deal visto come l’ultima chance di portare a casa la Brexit.

Così, mentre il deal di Theresa May era stato sconfessato da larga parte dell’establishment pro-Brexit, il deal di Boris Johnson otteneva consenso quasi unanime tra i brexiteers, al punto che diversi candidati ed europarlamentari del Brexit Party di Farage annunciavano pubblicamente il loro sostegno, contro le direttive del leader.

Il ruolo di Farage

gran bretagna Corbyn JohnsonE proprio Farage ha giocato un ruolo decisivo nel favorire Johnson rinunciando a correre in tutti i 317 seggi vinti dai Tories nel 2017, compattando così il fronte pro-Brexit, impedendo ai laburisti di conquistare seggi (alla fine i Tories perderanno solo un seggio a Londra e sette in Scozia) e minando la credibilità complessiva della propria avventura elettorale.
E poco importa se l’accordo abbia comportato un clamoroso tradimento degli unionisti nordirlandesi e la violazione di una linea rossa molto chiara di tutto il partito conservatore visto che dal prossimo 1 febbraio il Nord Irlanda sarà più integrato con la Repubblica d’Irlanda che con il Regno Unito.

Ai Tories non sarebbe tuttavia bastato “vendere” il nuovo accordo sulla Brexit, come abbiamo visto dai numeri descritti in precedenza. Johnson aveva anche bisogno di alimentare la paura delle politiche redistributive laburiste nell’elettorato benestante che non vede di buon occhio la Brexit ed in generale di difendersi dall’accusa di essere un opportunista dalla scarsa credibilità. Per questo fin dalla sua elezione come leader Tory e conseguente insediamento come Primo Ministro, nel luglio del 2019, il piano congegnato dal consigliere speciale Dominic Cummings (lo stratega della campagna per il leave raccontato nel film Brexit: The Uncivil War) era quello di presentare Johnson come il campione della Brexit del popolo contro il parlamento di mestieranti antidemocratici che la vogliono bloccare e un Corbyn indeciso e imbelle, una narrazione ripetuta fino allo sfinimento senza significative sbavature.

Le fake news istituzionali di Johnson

C’era solo un problema: Johnson era il Primo Ministro a capo del terzo governo Tories in 10 anni, corresponsabile di una serie di fallimenti proprio sulla Brexit, ed era impossibile dipingere l’esponente di punta di una classe dirigente selezionata per livelli di arroganza, privilegio e sicumera come un oppositore dell’establishment.

Per ovviare al problema, la campagna Tories ha portato avanti un piano molto più sinistro volto a promuovere un senso di disillusione generalizzata nel sistema politico. Da una parte facendo circolare fake news “istituzionali” tramite veline anonime con statistiche inventate sulla situazione economica o sul programma del Labour, dall’altra lanciando una campagna social outsourced su una pletora di gruppi sconosciuti e creati ad hoc per le elezioni che simulando punti di vista “indipendenti” attaccavano immancabilmente solo il Labour.

Una valanga di denaro oscuro, lo stesso che ha finanziato nei mesi scorsi la campagna pro no deal Brexit raccontata da un’inchiesta di OpenDemocracy, ha finanziato, sia su facebook che google, pubblicità volte a minare la credibilità del programma del Labour e della figura di Corbyn (come quella che suggerisce subliminalmente l’assassinio del “simpatizzante dei terroristi” Corbyn).

Demonizzare Corbyn, normalizzare Johnson

I numeri di questa campagna occulta sono impressionanti: video postati da queste pagine sono stati visti anche 16 milioni di volte, aiutando a generare la sensazione che i politici siano “tutti uguali” per ridurre l’affluenza dell’elettorato filo Labour ed aumentare i consensi per l’uomo forte che prometteva, oltre che la Brexit, la fine della perenna crisi politica che questa ha generato e la conseguente intromissione della politica nella quotidianità di milioni di cittadini. Il governo conservatore realizzava così un duplice obiettivo: da una parte normalizzare le debolezze di Johnson facendo di tutta l’erba un fascio e dall’altra demonizzare l’immagine di Corbyn stoppando sul nascere la crescita della sua campagna.
In questo senso, la sospensione del Parlamento di settembre si inserisce in una generalizzata guerra contro la fiducia nella democrazia parlamentare, un meccanismo riproposto da molte destre sovraniste, a partire da Trump.

Grazie a questa strategia spregiudicata i Tories hanno raggiunto il 43,6%, il proprio massimo storico dalla prima vittoria della Thatcher nel 1979, relegando il Brexit party al 2%. Non sarebbe tuttavia bastato per vincere le elezioni se dall’altra parte non fossero stati commessi gravi errori strategici.

1) – continua