Tre quarti di secolo di Gigi Riva,
il mito di un’epoca che non c’è più

Essendo nato a Leggiuno (Varese) il 7/11/1944, Gigi Riva ha compiuto 75 anni. La figurina dell’album 1969-70, oltre a darci le informazioni anagrafiche, lo immortala in piedi, fisico da statua, le braccia conserte, in maglietta bianca con bordini rosso e blu. E’ un’edizione storica per la Panini che usava per la prima volta le “celline” autoadesive al posto della colla (esperimento presto fallito), ma lo è assai di più per i tifosi sardi visto che è la stagione dello scudetto del Cagliari. E Gigi Riva ne fu il protagonista assoluto.

E’ facile cadere in tentazioni nostalgiche, in giudizi retorici sul calcio e sull’Italia che fu. Del resto si può rimpiangere l’età, non gli anni dello stragismo, del terrorismo, della mafia padrona e del debito pubblico senza freni. Ma a costo di correre dei rischi, qualcosa va detta a proposito degli anni straordinari di Riva. Figlio di una famiglia povera del profondo Nord, arrivò a Cagliari, Serie B di calcio, nella stagione 1963-64. Era un ragazzino solo e impaurito, parenti e amici lo compativano: “Stai andando in Africa”. Una volta ha raccontato che guardando dalla terrazza di un albergo cagliaritano verso gli impianti della Saras di Sarroch sulla costa sudoccidentale, gli scesero le lacrime: era convinto che quelle fossero le luci della costa africana… I compagni e i dirigenti del Cagliari lo convinsero a restare almeno per un po’. Cominciò ad apprezzare il mare, a fare amicizia con i pescatori, a riconoscere l’affetto della gente, non solo dei tifosi: non se ne è più andato.

Tre quarti di secolo sono un cammino importante, ma non è solo per questo che Gigi Riva appare davvero un personaggio di un’altra epoca. Soprattutto riesce difficile immaginarlo nel calcio di oggi, non solo tecnicamente ma soprattutto sotto l’aspetto mediatico (tutti i calciatori che si rispettino hanno un profilo e migliaia di contatti sui social), lui così schivo e riservato, a cominciare dalla vita privata.

Calcisticamente è stato uno dei più grandi attaccanti di sempre, a giudizio di gente che se ne intendeva come Gianni Brera. Il suo attaccamento alla maglia fu assoluto: rifiutò trasferimenti e ingaggi straordinari, anche per quei tempi. Lo scudetto fu il miracolo di una squadra costruita sapientemente con pochi mezzi, dell’”amalgama” perfettamente creatasi in campo, delle discese di Domenghini e Nenè e delle parate di Albertosi, ma nessuno si sognerebbe di sostenere che il traguardo sarebbe mai stato anche solo lontanamente possibile senza di lui. E anche in Nazionale fece tantissimo, oltre a rompersi due volte le gambe: al punto che detiene tutt’ora il record di segnature azzurre (35 in appena 38 partite).

Tre quarti di secolo sono un traguardo importante, ma basta anche meno per diventare un mito. In fondo Riva, nel calcio italiano, lo è da tempo. Un po’ come nel ciclismo Coppi, a cui per molti aspetti (persino una dama bianca!) “Rombo di tuono” assomiglia. Altri dopo verranno, anche più forti (un Merckx, un Crujff, un Messi, eccetera eccetera), ma sarà difficile scalzarli dall’immaginario collettivo e trovare figurine altrettanto straordinarie.