Tradire don Milani: sull’attualità
e il futuro della scuola di Barbiana

Tradire il messaggio di Barbiana

“Essere fedeli a un morto è il massimo dell’infedeltà”. A dirlo fu don Milani poco prima di morire. Tradire un messaggio, infatti, significa paradossalmente tradurlo, tramandarlo, consegnarlo. Senza snaturare il suo contenuto, ma sapendo riadattarlo alla realtà che cambia. La frase ci dà il senso, inoltre, della portata straordinaria della Scuola di Barbiana, un’esperienza pedagogica ancora non del tutto esplorata, data la sua profondità.

Il testimone, don Milani, lo diede ai suoi allievi, a quei ragazzi che la frequentarono e costruirono con lui un metodo sperimentale, avendo l’impressione di giocare. Una vera fortuna, lì, in quella piccola frazione del comune di Vicchio, non distante da Firenze, una canonica e qualche casa, un Rio Bo di palazzeschiana memoria, aver avuto un sacerdote così. Una circostanza incredibile per quei figli di boscaioli, operai, pastori, che si trovarono a essere protagonisti di una nuova pedagogia, di un rivoluzionario modo di insegnare e imparare, insieme.

Martinelli, allievo “infedele” don Milani

Edoardo Martinelli, allievo del priore e coautore della nota Lettera a una professoressa, si è assunto da allora la responsabilità di “non rimanergli fedele”, affinché l’esperienza venga reinventata e riproposta. Non racconta volentieri i suoi ricordi di allora, probabilmente perché sono entrati a far parte di una iconografia che rischia di venire strumentalizzata o mercificata.

“Come mai le istituzioni non coinvolgono il gruppo storico di Barbiana, quelli come me che hanno vissuto direttamente l’esperienza?”, è duro Martinelli, con gli anni ha capito che si è innescato un processo di mistificazione, frasi fatte, aneddoti, che non fanno giustizia di ciò che fu nella realtà quella scuola/laboratorio. Don Milani è ancora oggi una sfida, tutti ne parlano, ma, ogni volta che si è messa mano a una riforma scolastica, gli ex allievi del priore sono stati emarginati. “Non si è andati fino in fondo, non si è inventato uno schema alternativo, la scuola è rimasta per lo più istituzione o casta, intoccabile, in poche parole”, dice.

“Quando Lettera a una professoressa esplose, ne furono stampati milioni di copie, fu tradotta in moltissime lingue, chiunque la conosceva e ne parlava – afferma Edoardo Martinelli – ma di essa si approfondirono soprattutto gli aspetti più ideologici; si discusse di dispersione scolastica o classismo; fu presentata come “la scuola che non boccia”. A quell’epoca lasciare indietro un ragazzo significava mandarlo appresso alle pecore o a fare legna nei boschi. Non c’erano per lui molte altre possibilità, se non quelle dettate dalle generazioni passate. Oggi trattenere un ragazzo può significare dargli il tempo che vuole”.

L’ex allievo di Barbiana parla a ruota libera, si percepisce la traccia viva della sua formazione umana e culturale, lezioni nate dall’imprevisto e da elementi di occasionalità. “Scuola vivi fine a te stessa”: era l’abitudine da scardinare, quel contenitore didattico, cioè, che lasciava il mondo reale al di fuori delle proprie aule, essendo funzionale alla formazione delle future classi dirigenti e in questo, sì, classista e autoreferenziale.

Scrittura collettiva e tecnologia

“Attorno a un grosso tavolo, chi in piedi, chi seduto, abbiamo inventato la scrittura collettiva. Una tecnica umile, che parte da un contesto di realtà. – racconta Martinelli – Don Milani non era semplicemente il maestro, ma anche il regista, colui che ci forniva gli strumenti, ci indicava il metodo. In un simile ambiente di apprendimento, nessuno di noi si mostrava demotivato o svogliato, eravamo tutti coinvolti in prima persona, eravamo i veri protagonisti della lezione, la quale era ogni giorno diversa e attrattiva”.

Viene da sé il parallelismo con la scuola moderna, in cui l’introduzione delle nuove tecnologie, come dimostrano alcuni studi, non pare produca risultati entusiasmanti sui livelli di apprendimento, sia perché i docenti non sono sufficientemente formati sia perché spesso manca l’analisi critica nel loro utilizzo.

Secondo Martinelli, don Milani anche in questo è stato profetico: ha anticipato le problematiche odierne relative ai nuovi strumenti didattici, ha messo in guardia sui rischi di un loro uso fuorviante, vedendo nello strumento non un semplice mezzo d’uso ma un ambiente, una tecnica autogenerativa che consente la programmazione in itinere o addirittura la realizzazione da sé del libro di testo.

“In un ambiente di apprendimento come quello di Barbiana non era possibile distrarsi. Sul tavolo c’erano decine di fogli sparsi e ogni volta era un problema assemblarli. In questo, ad esempio, le nuove tecnologie, come la Lim, oggi sono di grande aiuto. Non vanno, pertanto, demonizzate a priori, vanno solo sapute governare. Ecco perché in quella scuola non ci furono mai bocciati. Questi arrivarono alle magistrali: erano due didattiche che si scontravano e due mondi che comunicavano ancora poco”, afferma.

La scrittura collettiva, quindi, era già, senza saperlo, apprendimento analogico. Un sapere anarchico poiché le regole, gli schemi logici, gli obiettivi, li individuava dalle reali esigenze dell’alunno.

Cose semplici, ma essenziali, prese in prestito dalla cultura contadina: sapere ciclico e cooperativo, il cui simbolo all’epoca era l’aia, lo spiazzo libero in cui si facevano i lavori manuali e si chiacchierava, si cantava, in poche parole, si faticava insieme e con piacere.

Barbiana 2040

“La scuola di oggi, invece, – ammonisce in conclusione Edoardo Martinelli – rischia di somigliare alla giara di Pirandello, perfettamente costruita, in cui zì Dima però rimane intrappolato e può liberarsi solo a patto di romperla”. Il martello per questa operazione potrebbe essere riscoprire la vera didattica di don Milani, finalità che persegue proprio il progetto “Barbiana 2040”. Martinelli lo porta avanti in collaborazione con Unical e il Laboratorio di Pedagogia dell’Antimafia, diretto dal prof. Giancarlo Costabile, una proposta alternativa alla pedagogia neoliberista, in sintonia con lo spirito della Scuola di Barbiana. Il priore e la sua azione esemplare vengono già proiettati nel futuro, da qui a 20 anni saranno sicuramente ancora attualissimi, perché il suo metodo/non metodo si piega e adatta alle generazioni di alunni e alla scuola che cambia. Un gruppetto di case sull’Appenino toscano, ragazzi diversamente condannati alla dispersione scolastica o a lavori sfruttati, sono diventati incredibilmente materia di dibattito accademico, modello di sperimentazione, ideale.