La sinistra deve creare
un’alternativa
ai mali della Calabria

Di elezioni regionali in Calabria si è parlato poco o niente già prima del 26 gennaio scorso e si è continuato a non farlo anche dopo il loro svolgimento. Gli unici due momenti che hanno portato le elezioni regionali calabresi in “prima pagina” sono state prima le dichiarazioni sessiste di Berlusconi alla vigilia delle elezioni (“conosco la Santelli da ventisei anni e non me l’ha mai data”) e poi, la domenica delle elezioni, il ballo per festeggiare la vittoria a cui hanno partecipato Gasparri e Tajani.

E invece sui risultati elettorali in Calabria e su come ad essi si è arrivati è utile riflettere e possibilmente parlarne. La prima considerazione da fare è che la Calabria è l’unica Regione, da quando è stata introdotta l’elezione diretta del Presidente, in cui nessun governatore è stato riconfermato per un secondo mandato. Nella maggioranza dei casi, i Presidenti uscenti hanno rinunciato o sono stati spinti a rinunciare alla ricandidatura, quando non sono addirittura intervenute le misure restrittive della magistratura ad impedirla, e quando invece il Presidente uscente si è caparbiamente intestardito nel volersi ricandidare ed ha perso in maniera clamorosa.

La seconda considerazione è che fino ad ora si è assistito ad una alternanza puntuale: nel 2000 fu vinse Chiaravalloti per il centrodestra, nel 2005 Loiero per il centrosinistra, nel 2010 Scopelliti per il centrodestra, alla fine del 2014 Oliverio per il centrosinistra e pochi giorni fa la Santelli, nuovamente per il centrodestra. La terza considerazione è che, tranne le elezioni del 2000, che si giocarono per poche migliaia di voti ed un testa a testa, i calabresi hanno sempre fatto vincere con percentuali vicine al 60% i presidenti prescelti, mentre i loro avversari principali si sono sempre attestati attorno al 30%.

La quarta considerazione riguarda invece la partecipazione al voto e l’astensionismo: In queste ultime elezioni regionali e nelle precedenti del 2014 ha votato appena il 44% degli aventi diritto, una cifra assai bassa ormai. Già qui si nota la differenza con le elezioni dell’Emilia Romagna svoltesi negli stessi giorni. Lì cinque anni fa si registrò uno dei più significativi cali di partecipazione con solo il 37,71% degli aventi diritto che andarono a votare, quest’anno invece ha votato il 67,67% a testimonianza della mobilitazione determinata dallo scontro politico in corso, dal movimento delle sardine e da una percezione dell’importanza che il voto veniva assumendo in quella realtà. Inoltre, la partecipazione al voto in Calabria per le regionali è andata calando in maniera progressiva: votò circa il 71% degli aventi diritto nelle elezioni del 2000 e del 2005, già nel 2010 votò solo il 60%. Bisogna tenere presente che in queste tre precedenti occasioni la tornata elettorale riguardava la quasi totalità delle Regioni, mentre le ultime due si sono tenute solo in Emilia Romagna e Calabria e per giunta nella stagione invernale, ma questo dato non è di per sé sufficiente a spiegare il permanere di una partecipazione al voto così bassa, tanto più dopo la controprova emiliano romagnola.

Tutte queste considerazioni mettono però in evidenza alcuni dati ormai consolidati: la progressiva perdita di credibilità della politica, la sua sostanziale omologazione tra i diversi schieramenti che vede tra l’altro un passaggio sempre più frequente di esponenti politici da uno schieramento all’altro, la disponibilità alla fiducia e la puntuale successiva cocente delusione degli elettori calabresi che li porta prima a premiare uno schieramento e poi a punirlo facendo vincere quello concorrente solo nel tentativo sempre più vano di produrre un cambiamento. Tanto che negli anni a più riprese si è parlato di un vero e proprio partito unico trasversale della regione.

Ad aggravare la situazione è certamente la legge elettorale regionale costruita per favorire le forze maggiori ed impedire l’affacciarsi di nuovi soggetti attraverso una soglia di sbarramento dell’8% per accedere in Consiglio Regionale da parte delle coalizioni e di almeno il 4% per le singole liste coalizzate, mantenere il ruolo centrale dei candidati attraverso il meccanismo delle preferenze che esclude la doppia preferenza di genere e la mancanza della possibilità del voto disgiunto che blinda i candidati dei partiti maggiori.

Anche in questo la differenza con l’Emilia Romagna è enorme. E poi ci sono i dati strutturali: la Calabria è una delle regioni più povere del Paese, con il pil procapite più basso d’Italia, un apparato produttivo debolissimo ed una emigrazione giovanile ed intellettuale altissima, servizi deboli se non inesistenti. La Calabria ha anche la criminalità organizzata più potente e pervasiva, ben oltre i confini della Regione, e una zona grigia che investe il mondo delle professioni e parti rilevanti delle istituzioni, come le inchieste giudiziarie condotte negli anni hanno più volte fatto emergere.

Una situazione del genere avrebbe avuto bisogno di una politica forte ed autorevole, credibile, in grado di individuare le priorità su cui agire per produrre il cambiamento necessario. Non sono mancati negli ultimi anni esempi positivi a livello locale (primi fra tutti Riace e nel recente passato Lamezia Terme) che hanno dimostrato che una proposta del genere sarebbe praticabile, anche in Calabria, ma si è trattato di casi isolati sui quali è stata condotta una vera campagna di denigrazione, delegittimazione e ulteriore isolamento, e non solo da parte della destra. Senza tenere presente tutto questo è difficile spiegare i risultati elettorali, recenti e passati. Facciamo alcuni esempi concreti: Solo due anni fa, alle politiche del 4 marzo 2018, il M5S hanno avuto una delle percentuali più alte d’Italia, oltre il 43%, ed eletto 18 parlamentari su 30 tra Camera e Senato. Una forza mai avuta da nessun partito nella storia repubblicana. A distanza di due anni il risultato, assai magro, dei Cinque Stelle è stato poco sopra il 7% mancando così anche una presenza in Consiglio regionale. La forza di maggioranza relativa della regione, invece di utilizzare il consenso elettorale ottenuto ed il tempo a disposizione per mettere in campo un progetto, promuovere una alternativa, si è mosso senza una idea, una bussola e con una rappresentanza istituzionale per lo più sconosciuta e senza alcun ruolo. E lo stesso è accaduto nei Comuni, importanti, nei quali si è votato negli ultimi anni. Ma nessuno se ne è minimamente preoccupato.

In queste elezioni, a scomparire completamente è stata anche la sinistra che ha addirittura rinunciato a candidarsi. Eppure storicamente ha avuto percentuali tra le più alte in Italia, ma il livello di desertificazione determinato da gruppi dirigenti locali miopi ed incapaci e colpevolmente coperto da quelli nazionali ha portato a questo esito. Ora tutti giustamente plaudono allo splendido risultato elettorale in Emilia Romagna della lista Coraggiosa e della sua capolista Elly Schlein, nessuno però parla o spiega come sia stato possibile arrivare alla totale cancellazione della sinistra nelle elezioni regionali calabresi.

Per non parlare del Pd, tenuto in ostaggio da gruppi dirigenti inamovibili, o pronti a passare sul fronte opposto (come è successo in queste elezioni per molti dei suoi ex-consiglieri regionali o esponenti di primo piano), e che, nonostante avesse la guida della Regione, ha perso sistematicamente tutte le elezioni politiche e locali degli ultimi anni, senza mai fare i conti con i propri insuccessi. E senza che mai nessuno ne chiedesse il conto.

Nel commentare il risultato in Emilia Romagna, si è sottolineato al primo punto, e giustamente, il buon governo di Bonaccini. Ovviamente sui cinque anni di Oliverio è invece calato il silenzio assoluto. La sanità commissariata, nonostante il Presidente avesse in più occasioni minacciato di incatenarsi davanti a palazzo Chigi se il governo non vi avesse messo fine, e non è successa né l’una né l’altra cosa. Non c’è stato uno straccio di risultato di governo da rivendicare non né prima né durante la campagna elettorale. Si è dovuti correre ai ripari a pochi giorni dal voto alla ricerca di un candidato e di un possibile rinnovamento, con Pippo Callipo, tentativo risultato così tardivo e debole.

Come era possibile, quindi, che non vincesse la destra che, invece si è presentata unita, con sei liste a sostegno della propria candidata, il vento in poppa a livello politico e questa situazione di fronte? La Calabria è una regione complessa e per capire la quale non sono sufficienti valutazioni superficiali e disattente, ormai prevalenti nella politica italiana. E allora si preferisce lasciar perdere, non sforzarsi nemmeno di comprendere né tantomeno esercitare una qualche direzione, limitandosi tutt’al più a stringere patti con i potenti di turno a fini congressuali o elettorali.

Un drammatico ritorno al passato, quello precedente ai partiti ed alla vita democratica, fatto di notabilati locali e trasformismo. Se il centro sinistra vuole tornare ad essere credibile a queste latitudini, non ci sono scorciatoie possibili, occorre fare seriamente i conti con ciascuno dei problemi sollevati, provando prima e capirli e poi a risolverli. E dato che nei prossimi mesi si tornerà a votare in tante altre importanti Regioni, anche del Mezzogiorno, forse non sarebbe un esercizio inutile.