Tra socialismo e guerra
il giovane Gramsci a Torino

I primi scritti conservati di Antonio Gramsci, si collocano a partire dal 1910, anno in cui data un componimento scolastico al II anno del Liceo classico a Cagliari, intitolato dallo stesso ragazzo Oppressi e oppressori, e, nell’organizzazione dell’Edizione Nazionale, giungono al 1916, che conclude la prima annata di lavoro nella Redazione torinese dellAvanti!, il quotidiano organo del PSI. È questo corpus che occupa il vol. I della Sezione “Scritti” dell’Edizione Nazionale degli Scritti di Antonio Gramsci, in corso di pubblicazione per l’Enciclopedia Italiana, sotto l’egida della Fondazione Gramsci onlus di Roma.

Ma a parte qualche piccola cosa del periodo sardo, a parte i primi testi su giornaletti universitari (molto interessante è quello dedicato ai futuristi) e a parte il “famigerato” articolo dell’ottobre 1914, su cui si sono versati fiumi di inchiostro (articolo nel quale Gramsci sembra sposare argomenti mussoliniani, ma non certo la causa interventista), è proprio il 1916 l’anno che desta interesse, grandissimo interesse, nei lettori e negli studiosi. Antonio è stato assunto come redattore nell’autunno 1915 nel giornale, dopo essere entrato nel Partito due anni prima, grazie al compagno di università Angelo Tasca, che lo ha preso a ben volere, lo ha aiutato a trovar casa e gli ha instillato i primi elementi di socialismo, dopo quelli che Antonio aveva ricevuto a Cagliari dal fratello Gennaro con il quale convisse nel capoluogo isolano per tutto il triennio liceale.

Redattore all’Avanti!

Tasca, Terracini, Togliatti come la quasi totalità dei compagni di scuola e di partito sono al fronte o nelle retrovie, e si sono liberati posti di lavoro, e Gramsci ne usufruisce, occupando appunto una scrivania di redattore nel giornale del partito. È il suo primo impiego, il suo primo salario, e questo, dopo l’ingresso nel Partito socialista, gli dà una nuova serenità; i rapporti con la famiglia nell’Isola improvvisamente cominciano migliorare, avendo Antonio trovato una nuova famiglia nel partito, una comunità di menti e di cuori, in cui si viene accolti non per un accidente della sorte, come tra genitori e fratelli, ma per scelta; e si è compagni, che vale assai più che fratelli.

La redazione del «Grido del popolo» sul terrazzo dell’Associazione generale operaia nel luglio del 1916. Il direttore Giuseppe Bianchi, richiamato sotto le armi, è in divisa al centro, a sinistra Mario Guarneri e ultimo a destra Gramsci; in basso, seduto, Ottavio Pastore. Insieme a loro tre compagne che lavorano nel palazzo. Gli stessi redattori curano anche la pagina torinese dell’«Avanti!». Fino al maggio del 1916 la rubrica Sotto la mole è stata curata sia da Gramsci che da Bianchi.

Nel partito e, soprattutto, nel giornale, Antonio costruisce il proprio percorso, quello di un giornalista che, come avrà a notare Edward Said, tardo scopritore di Gramsci, si assume come divisa morale prima che politica, “dire la verità”. Siamo in guerra, la guerra a cui il venticinquenne sardo non può partecipare, la guerra che, grazie anche alla condizione (l’inabilità fisica) e al ruolo (redattore di un quotidiano socialista), egli può raccontare, giorno per giorno, attento non già ai fatti militari, e neppure al quadro geopolitico in cui il conflitto si inserisce, ma piuttosto le conseguenze in termini politici, certo, ma anche e soprattutto su quelli sociali, e – novità autentica non solo nel campo del socialismo, ma di tutto il giornalismo coevo – sul piano antropologico, mentale. Gramsci fin dai primi articoli comincia ad analizzare la guerra come gigantesco meccanismo di propaganda, e la propaganda si fonda sulla menzogna: compito del giornalista serio, che lavori in modo rigoroso, è quello di smontare quel castello di mendacio e arrivare alla verità. Tanto più cogente e fondamentale svolgere tale compito se il giornalista è un militante socialista, se interpreta il proprio ruolo come testimone di verità, per aiutare i proletari – coloro che della guerra sono le prime vittime, sugli opposti fronti – a comprendere che il patriottismo, la propaganda nazionalista, il bellicismo non sono soltanto orpelli retorici, ma strumenti essenziali nelle mani delle classi dominanti, che si servono dei loro lacchè, pronti ad asservire le penne e lo stesso cervello agli interessi di quelle classi.

Gramsci riempie colonne colonne di piombo sull’Avanti!, e anche sul Grido del Popolo, il settimanale del socialismo piemontese, diretto fino all’inizio di maggio da Giuseppe Bianchi e poi, partito per il fronte questi, da Maria Giudice, che nell’anno seguente sarà arrestata in seguito ai fatti di Torino dell’agosto e sostituita, a sua volta, precisamente da Gramsci. Il volume I della sezione Scritti li raccoglie tutti e li annota finemente, con dovizia di riferimenti, anche se le regole che il Gruppo di lavoro dell’Edizione Nazionale si è imposto, non consentono di rinviare alla bibliografia critica, ma soltanto ai testi sia di Gramsci, precedenti, e occasionalmente, successivi, e a quelli di autori del suo tempo, ai quali egli possa aver attinto o con i quali abbia avviato discussioni, polemiche, interlocuzioni. Abbiamo così un quadro che solo per ragioni di fedeltà alla teoria e alla metodologia storica non oso chiamare “definitivo”, della produzione gramsciana. Che appare di straordinaria ricchezza e varietà, piena di spunti per comprendere anche il nostro presente, un presente in cui ancora una volta siamo schiacciati dalla menzogna, o obnubilati dalle mezze verità (che sono bugie intere), o confusi dall’alternarsi di nero e bianco.

La città in guerra, e anche l’Italia e l’Europa, dunque, immerse nel conflitto, sono lo sfondo su cui Gramsci tesse la sua tela, rivelando non solo una notevolissima capacità analitica, per un giornalista esordiente, ma anche una verve che si traduce in una lingua ricca, spesso fatta di neologismi o di derubricazioni di senso, usata in uno stile espressivo in cui la naturale vena ironica diventa sovente sarcasmo mordace, che col trascorrere delle settimane e dei mesi, si affina via via, mentre aumenta la capacità dello scrittore di combinare intelligenza degli eventi storici con la costruzione di un punto di vista teorico-ideologico, che si rivela, già in questo primo anno di produzione di testi, originale e complesso, nella sua dimensione critica tanto rispetto alle idee quanto ai fenomeni politico-sociali.

Maestro della penna

Il Gramsci del 1916, in particolare, dunque, sembra già, fin dalle prime settimane, un maestro della penna, che la intinga o no nell’acido pronto a sgominare la stupidità, ma anche un antropo-sociologo capace di cogliere nelle pieghe più intime le vere motivazioni dei comportamenti umani, individuali e collettivi. E tutta la sua analisi, tutto l’enorme dispiego di parole che egli produce in quegli articoli che quasi mai firma, neppure con pseudonimo (se non raramente), tutto il suo lavoro di giornalista è posto esplicitamente al servizio della causa proletaria. Che è la causa innanzi tutto della denuncia della guerra, e dello smascheramento dei suoi osceni imbonitori.

Ma sbaglierebbe chi vedesse in questo giovane scrittore soltanto il portatore di un punto di vista che potremmo definire di “critica critica”: quasi in ogni suo testo, anche se prevale la pars destruens, v’è una pars construens, magari solo accennata, ma presente. Perché Gramsci tra i 24 e i 30 anni, redattore collaboratore direttore di testate, non è semplicemente un giornalista; egli è un militante che vuole sostenere il buon diritto dei proletari a sostituire al governo delle nazioni le classi borghesi. E v’è in lui, chiarissima già nel 1916, la volontà di far capire che i socialisti assumeranno il compito della ricostruzione del paese, dopo la guerra, e le sue devastazioni fisiche, economiche, morali; pur non cessando di sottolineare le responsabilità borghesi nel suo scatenamento. Volere la pace, quindi, non è soltanto un volere la fine delle ostilità, ma combattere per quello che poco più avanti chiamerà un “ordine nuovo”.

Il fattore C

Le mani della borghesia sono lorde di sangue, e gli inviti alla penitenza provenienti dalla Chiesa cattolica, o le generiche esaltazioni della pace, non possono riguardare i socialisti, che quelle mani hanno pulite, in quanto alla guerra si sono sempre opposti e che per la pace, intesa come riscatto degli umili, hanno lavorato e stanno lavorando. Il grido che Gramsci lancerà contro gli indifferenti nel numero unico La Città Futura del febbraio 1917, è già pronto ad esplodere. Ma c’è un ultimo aspetto essenziale che vale la pena di richiamare: l’attenzione a quello che altrove ho chiamato il “Fattore C”, come Cultura. Basti prendere due articoli che aprono e chiudono l’anno 1916: Socialismo e cultura (29 gennaio) e L’Università Popolare (29 dicembre), un eccezionale dittico pedagogico in cui l’autore smonta i concetti correnti di formazione scolastica e di cultura, e ne propone di radicalmente alternativi. Contro l’erudizione e l’intellettualismo “bolso e incolore”, contro il dottrinarismo e il gesuitismo egli propone un insegnamento che sia “atto di liberazione”, una cultura che sia “formazione del proprio io interiore”, e “assunzione di responsabilità”.

Siamo qui alle prime scaturigini del primo dei tre motti imperiosi che troneggeranno sulla testata de L’Ordine Nuovo settimanale di cultura socialista, apparso il 1° maggio 1919: “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”. Un monito che a distanza di un secolo pare essere stato del tutto disatteso.

 

Oggi, 12 ottobre 2020, ore 17, la Fondazione Istituto Piemontese Antonio Gramsci in collaborazione con la Fondazione Gramsci, presenta:

Antonio Gramsci, Scritti (1910-1926) 1: 1910-1916 a cura di Giuseppe Guida e Maria Luisa Righi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2019.

Partecipano: Matteo D’Ambrosio, Angelo d’Orsi, Leonardo Rapone, Maria Luisa Righi, Giuseppe Vacca

Torino, Polo del ’900 (sala del ’900), VIA DEL CARMINE 14 – ORE 17