Tra scuola e tamburi migranti
alla Foce dell’accoglienza

Quando si arriva a La Foce lo sguardo si perde sul paesaggio che disegna le colline. Una stradina di cipressi serpeggia in salita fino al podere San Bernardino, l’ha disegnata l’architetto paesaggista Cecil Pinsent, negli anni Trenta, per i marchesi Iris e Antonio Origo che avevano scelto questa zona tra Chianciano e Pienza per mettere in pratica il loro progetto umanistico, per migliorare le condizioni di vita dei contadini, per realizzare un luogo di vita umano.
Dalle finestre grandi e luminose dell’asilo dei bambini, poi diventato orfanatrofio, si vedeva questo quadro rinascimentale. Così voleva Iris. Voleva che i figli dei mezzadri vedessero la luce, e per questo ha fatto progettare finestre grandi per le scuole. Per questo aveva organizzato un asilo a tempo pieno, come diremmo adesso, con un carro con i cavalli che girava per i poderi a prendere e a riportare i citti, i bimbi. Durante la guerra ospitò i bambini sfollati da tutt’Italia in queste stanze.
Tanti i bambini salvati, tanti quelli fatti studiare. Poche curve più in basso c’è il Dopolavoro Rurale La Foce: emozionante ancora oggi fermarsi e riflettere su quello che è stato costruito all’ombra dell’Amiata in queste valli brulle e affaticate dal lavoro della terra da due visionari che volevano cambiare il mondo e che lo hanno fatto.
Se questa valle è così è anche merito loro.

Incontriamoci: la tradizione dell’accoglienza.
Una premessa lunga, per dire delle radici. “Incontriamoci” è una onlus che lavora per dare una speranza ai poveri del tempo, ai senza casa e senza diritti, ai richiedenti asilo che arrivano sulle nostre sponde da terre lontane. È nata da un’idea di Piero Marabissi e di Donata Origo, la figlia dei marchesi Iris e Antonio; la presidente è Marta Cappelli, antropologa. Opera tra la Foce, Sarteano, Cetona e Chianciano, tra la Val d’Orcia e la val di Chiana.
In questa zona ci sono circa 200 ragazzi ospiti delle strutture di accoglienza della Misericordia – racconta Marabissi – e noi facciamo con loro corsi di italiano, di inserimento scolastico con ottimi risultati, di disegno con Giordano Masci, di formazione agricola nel podere Giuncheto degli Origo, di avviamento al lavoro…
Si ferma Piero, si gratta la barba bianca e sorride. Chiude il quaderno delle attività e parla della grandezza dell’incontro. Della forza reciproca di questa esperienza. Fuggono dal terrorismo, dalla povertà e delle guerre, lavoriamo per evitare che siano corpi estranei all’interno della società. Per prevenire meccanismi di esclusione che provocano disagio sociale per tutti. Prevenire è meglio di reprimere.

Si emoziona quando racconta dell’esperienza di Cetona, nella scuola. Un progetto potente che è stato realizzato grazie alla sensibilità delle istituzioni e del corpo docente che ha avuto la capacità di tradurre un tema delicato come quello dell’accoglienza in una serie di attività in cui gli alunni e questi ragazzi, tutti tra i venti e i trenta anni, potessero interagire. Sono nati laboratori di inglese, francese, di tecnologia e musica. I risultati sono stati sorprendenti.
Queste le parole di Clori Bombagli, docente e membro di Incontriamoci: il percorso teatrale si è rilevato il più faticoso, ma alla fine estremamente proficuo per i ragazzi, visto che li ha impegnati fin da febbraio. Il tema affrontato, grazie al supporto delle insegnanti di lettere e all’esperto teatrale, è stato quello del passaggio, inteso sia come transito tra le diverse fasi della vita, ma anche come abbandono del proprio paese di origine per approdare a uno nuovo.

Tamburi migranti.
L’ultima esperienza sta conquistando i cuori dei giovani in Val di Chiana e in Val d’Orcia. Nelle attività è emersa la musica, in particolare questa volontà di fare percussioni da parte di alcuni ragazzi. – racconta ancora Piero – Con incontri settimanali è nato il primo gruppo di “Tamburi migranti”, suonatori che hanno già debuttato in scena alla Festa della Musica di Chianciano e poi a Monticchiello. Con loro c’è anche un gruppo di danzatrici che li accompagna.
L’arte è un motore straordinario. Su questo aspetto Monticchiello, con il suo Teatro povero che porta in scena l’intera comunità a discutere della vita e dei problemi di ogni giorno, rappresenta un’esperienza culturale di valore internazionale, con la capacità di parlare a ogni abitante della valle. E anche a chi viene da fuori. Integrazione, interazione, riconoscimento reciproco. Per ricordarci che danzando insieme – seduti intorno a un tavolo, brindando, camminando e conversando, nel dono dell’ascolto – emerge ciò che ci lega molto più di quello che potrebbe dividerci.

Tutto bello, quindi, tutto perfetto? No. Perché le azioni di Incontriamoci toccano solo il 40% dei richiedenti asilo presenti nel territorio. È già moltissimo coinvolgere 80 ragazzi su 200. – aggiunge Marabissi – Alcuni non vogliono partecipare, non si mettono a disposizione. Ma il risultato che stiamo ottenendo è comunque notevole… Il progetto di integrazione è importante. Anche se qualcuno per motivi politici pensa che sia meglio isolare questi giovani, tenerli in strutture nascoste, lontani dagli occhi e dal cuore.
Non tutte le amministrazioni hanno compreso questo nostro progetto… Con un pizzico di amarezza così conclude Piero. Un’ombra. Poi snocciola gli appuntamenti di Incontriamoci e sorride di nuovo. C’è davvero chi le maniche se le rimbocca sul serio.

[FINE SECONDA PARTE]

Piero Marabissi di Incontriamoci Onlus