Strage di Bologna,
non si può spegnere
il giorno del ricordo

C’è un paradosso che incombe sul quarantennale della strage del 2 agosto. Da una parte, le novità giudiziarie, la cifra tonda, l’uscita di due nuovi libri e la visita di Mattarella – il primo Presidente della Repubblica dopo Pertini arrivato a Bologna giovedì 30 a rendere omaggio alle vittime, pronunciando davanti alla lapide in stazione tre parole ricche di significato, “dolore, ricordo, verità” – ne fanno la commemorazione più importante da molti anni a questa parte. Dall’altra, quella di domenica sarà la cerimonia più mutilata e di basso profilo di sempre: niente corteo per via Indipendenza con in testa i gonfaloni dei Comuni, l’autobus 37 che 40 anni fa fece la spola a trasportare i morti, i taxi che portavano i feriti negli ospedali, il grande striscione con su scritto “Bologna non dimentica”, i sopravvissuti e i parenti dei morti e dei feriti con le loro gerbere bianche al petto che camminano tra due ali di folla stretti dalla vicinanza delle istituzioni e dall’affetto della città. Niente manifestazione nel piazzale delle Medaglie d’Oro, davanti alla stazione, dove tradizionalmente si svolge la manifestazione finale, con i discorsi del presidente dell’Associazione dei famigliari, del sindaco, del rappresentante del governo; soprattutto con il fischio del locomotore alle 10.25 e il minuto di silenzio, il momento più toccante. Quest’anno quel rito non ci sarà. Comune e Prefettura hanno deciso che per l’emergenza Covid non si può fare. La manifestazione si terrà tutta in Piazza Maggiore, con appena un migliaio di posti distanziati disponibili, prenotabili come al cinema e tutti già occupati da mezz’ora dopo l’apertura delle prenotazioni online, con il minuto di silenzio e il fischio del treno riprodotto in streaming, e con due presenze istituzionali che fanno storcere il naso a molti: la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberta Casellati, co-fondatrice di Forza Italia, e il sottosegretario agli Interni, Vito Crimi, reggente dei Cinquestelle.

La rinuncia al “rito”

Una decisione, quella della rinuncia al “rito” che ogni anno, da 40 anni, manda Bologna in ferie solo dal 3 agosto, che non è piaciuta alla città. I famigliari sono stati messi davanti al fatto compiuto e non hanno potuto insorgere contro le ragioni “di sicurezza sanitaria”: troppo grande la responsabilità che gli è stata riversata addosso. Hanno accettato malvolentieri di celebrare questo quarantennale sottotono. Lo stesso presidente dell’Associazione, Paolo Bolognesi, prima di dare il suo assenso alla scelta del Comune, aveva detto chiaramente di essere “a favore del corteo”, ma che c’era chi “remava contro”. Altre figure simbolo del 2 agosto si sono espresse a favore del mantenimento della manifestazione, convinte che fosse possibile organizzarla nel rispetto delle norme di sicurezza anti-Covid; anzi, che Bologna avrebbe potuto dare anche su quel fronte un esempio di compostezza e civismo all’Italia. Sul network Globalist e sui social c’è stata una campagna pro-corteo e ritrovo in stazione che ha visto, tra gli altri, gli interventi dell’autista dell’autobus 37, Agide Melloni, della ex presidente dell’Assemblea legislativa regionale, Simonetta Saliera, dell’attore e regista teatrale Matteo Belli, che negli ultimi anni è stato l’anima artistica delle celebrazioni, di giornalisti, intellettuali ed esponenti della società civile.

Il “Conto Bologna”

Ma il Comune non ha voluto cogliere quel sentire diffuso. Non c’è stata nessuna apertura, nemmeno a un momento pubblico davanti alla stazione alle 10.25, che poteva essere una mediazione accettabile. “Scelta dolorosa, ma dobbiamo e vogliamo dare il buon esempio”, ha detto il sindaco Merola. Una rigidità che una parte dei famigliari e della città ha però interpretato con diffidenza, temendo che con la scusa del Covid si stiano facendo le prove per spegnere il rito del 2 agosto. Un evento che è comunque delicato da gestire, per certi versi ingombrante, perché lì prevalgono le storie personali, la memoria, i sentimenti sulla politica; e lì, davanti alla stazione, i rappresentanti del governo che arrivano a promettere la rimozione del segreto di Stato o altri impegni che poi non vengono mantenuti, sono spesso apertamente contestati.
A quarant’anni dalla strage fascista più orrenda, 85 morti e 200 feriti per la bomba assassina che fece saltare la Stazione di Bologna alle 10.25 del 2 agosto 1980, la possibilità di scoprire la verità anche sui mandanti non è mai apparsa così vicina. Le novità giudiziarie emerse negli ultimi mesi sono molte. La condanna in primo grado del neofascista dei Nar, Gilberto Cavallini, come autore materiale dell’attentato, che si aggiunge a quelle definitive di Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, oltre che a quelle per depistaggio dei piduisti dei servizi segreti Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, del faccendiere Francesco Pazienza e del capo della P2, Licio Gelli. Poi i contatti emersi tra lo stesso Cavallini e una struttura supersegreta denominata “Anello” che coordinava gli uomini del verminaio di trame segrete collegate a Gladio. Soprattutto, la incredibile riscoperta di un documento con l’intestazione “Conto Bologna” trovato in tasca allo stesso Gelli il giorno del suo arresto in Svizzera, il 13 settembre 1982, mentre camuffato e sotto falso nome stava cercando di andare a salvare dal sequestro della magistratura il suo ingente tesoro (duecentocinquanta chili di oro e milioni di dollari provenienti in gran parte dal Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra tre mesi prima del fermo del Venerabile) custodito nella filiale elvetica dell’Ubs.

Per la verità giudiziaria

Si tratta di un foglio a quadretti con l’indicazione di una serie di pagamenti da cui era incredibilmente scomparsa l’intestazione e che per questo è passato per decine di anni inosservato, girando mutilato di quella dicitura (rimossa per sciatteria o da una manina?) per le diverse Procure che indagavano sul crack dell’Ambrosiano, su Sindona e sulla P2 senza mai arrivare a quella di Bologna. Fino a quando un ex-magistrato bolognese, Claudio Nunziata, è riuscito a recuperare il documento originario, con l’intestazione “Conto Bologna”. Quel foglio, assieme a un altro appunto scritto a mano sequestrato nella casa del Gran Maestro della P2 a Castiglion Fibocchi nel marzo del 1981, ha aperto nuovi scenari, arricchiti poi dal lavoro dei legali dell’Associazione famigliari delle vittime e da un libro dell’ex giornalista de l’Unità e della Rai, Roberto Scardova, L’oro di Gelli (Castelvecchi editore, luglio 2020). Da quei documenti emergerebbe che Gelli fece versamenti per cinque milioni di dollari a persone collegabili ai gruppi eversivi di destra pochi giorni prima della strage del 2 agosto. Il che farebbe ritenere verosimile che la strage sia stata pensata, organizzata e finanziata dalla P2 e dagli uomini dei Servizi della rete Gladio, servendosi dei terroristi neofascisti. Probabilmente in un contesto socio-politico che va oltre Bologna, nazionale, con agganci Oltreoceano. Una ipotesi sconvolgente che ora dovrà reggere alla prova dell’inchiesta sui mandanti che si aprirà nel prossimo autunno.
“Scoprire la verità sui mandanti della strage alla stazione significa scoprire la verità sui misteri d’Italia”, dicono il presidente Bolognesi e i legali dell’Associazione dei famigliari. Un quadro inquietante ma tutt’altro che inedito, finalizzato a stabilizzare, destabilizzando con la strategia della tensione, la situazione politica italiana. Una tela criminal-politico-affaristica mirata a tenere la sinistra ex-comunista lontana dal governo del Paese e che per questo non si fa scrupolo di usare indifferentemente il terrorismo nero e quello rosso, l’assassinio di Moro e le stragi. A dimostrare questo perverso intreccio c’è anche l’incredibile scoperta che il covo delle Br di via Gradoli, quello stesso covo usato per il sequestro di Moro, gestito da una società riconducibile ai Servizi segreti, è stato poi utilizzato anche dai terroristi neri dei Nar. Non è solo una tesi suggestiva. E’ la verità storica di quel che è accaduto in Italia da Piazza Fontana in poi che ora potrebbe diventare anche la verità giudiziaria.

L’altro libro uscito in questi giorni di questo Quarantesimo l’ha scritto Cinzia Venturoli, la storica che in questi anni ha raccolto le storie e le testimonianze delle vittime ricostruendo una preziosa memoria collettiva che continua a trasmettersi di anno in anno tra le generazioni e nelle scuole. Si intitola Storia di una bomba. Bologna, 2 agosto 1980: la strage, i processi, la memoria (Castelvecchi, luglio 2020), ha la prefazione di Carlo Lucarelli e costruisce, a partire dalle 10.25 di quel tragico sabato 2 agosto 1980, la più corale delle cronache della strage: i soccorsi, l’umanità, la costernazione, la solidarietà della città e la sua tenace voglia di verità e giustizia, nel delicato contesto politico e lungo il tortuoso percorso investigativo.