Tra l’indicibile e la testimonianza eroica:
un’anatomia dei percorsi verso il suicidio

Sarah Kane, autrice “maledetta” era talmente determinata a uccidersi che, fallito il tentativo con i barbiturici, si impiccò alla maniglia della porta nella camera dell’ospedale dove era stata ricoverata. Un suicidio “annunciato” dalle feroci disperazioni che riversava negli scioccanti spettacoli di violenze, stupri, un teatro dell’orrore che denunciava gli abissi dell’animo umano e divenne presto un cult.

La giovane e delicata Antonia Pozzi scelse anche lei i barbiturici ma si lasciò andare nel caldo abbraccio della neve sulle sue amate montagne, immersa nella natura, musa ispiratrice delle sue poesie. E il perbenismo della famiglia, che non l’aveva mai compresa, le negò anche l’ultima verità dichiarando che era morta di polmonite.

Cesare Pavese si era congedato con il celebre «non fate pettegolezzi», ma le sue ultime parole, vergate su un foglio, bruciarono insieme alla sigaretta.

Cesare Pavese e il biglietto che lasciò

Ci sono suicidi annunciati, suicidi inspiegabili, suicidi simbolici e clamorosi, come quello di Yukio Mishima, lo scrittore giapponese che praticò in diretta televisiva il Seppuru per protestare contro l’occidentalizzazione del suo paese e la fine della cultura dei samurai.

Venticinque storie

Ma anche suicidi inevitabili dopo vite di intollerabili sofferenze, e parliamo di Marina Cvetaeva che si appese a una corda dopo aver perso figli, amici, speranze; o di Sandor Máráj che ormai vecchio, rimasto solo dopo una serie di dolorosi lutti, si sparò un colpo e non conobbe il successo che lo avrebbe incoronato. Suicidi provocati come quello di Antonin Artaud, ricoverato a forza in manicomio e condotto alla follia. E persino suicidi che si potrebbero chiamare omicidi se parliamo di Edmondo De Amicis, sempre alle prese con la miseria, con la moglie in manicomio, i figli senza futuro e destinati a fini tragiche tanto che si parlò di “maledizione Salgari”, mentre i suoi editori mietevano ricchezze con i suoi leggendari romanzi.

Marina Cvetaeva

 

Tra i tanti scrittori e scrittrici che hanno messo fine alla loro vita Susanna Schimperna ne ha raccontati 25 per farci seguire il sentiero interiore che li ha portati alla scelta «ineluttabile» di rinunciare alla vita: «Non so perché, nel senso che non so perché io da sempre sia stata attratta dalle vicende e dalle opere di chi è morto suicida», scrive l’autrice nell’introduzione ricordandoci che un tempo «uccidersi o lasciarsi uccidere significava non rinnegare, non abiurare. Un valore positivo […] non si parlava di suicidio ma, appunto di sacrificio». Certo questo valore “politico”, simbolico, del suicidio ha mantenuto la sua importanza, pensiamo ai bonzi, a Jan Palach, ma anche, come racconta Schimperna, ad Alfredo Ormando, l’omosessuale che si diede fuoco in piazza San Pietro per denunciare l’omofobia della chiesa cattolica, mentre «I suicidi per motivi personali […] continuiamo a ritenerli indicibili». Su questo scandalo esistenziale l’autrice in L’ultima pagina (Iacobelli editore 2020) scrive pagine accorte e libere da pregiudizi prima di affrontare le vite e le morti che ha deciso di raccontare. Ma non racconterà quella di Roberta Tatafiore alla quale dedica il libro: «A Roberta Tatafiore,/ la cui storia non è in questo libro/ perché la distanza emotiva e affettiva/ da questa meravigliosa amica e scrittrice/ è per me ancora così breve/ da rendermi impossibile scrivere di lei».

Le ragioni della scelta

Quali siano le ragioni delle scelte la stessa Schimperna confessa di non saperlo: «Non volevo, d’altra parte, scrivere una specie di dizionario: avrei sempre, inevitabilmente, lasciato fuori qualcuno», né sa perché a un certo punto si è fermata. Lo stop avviene dopo la storia di John Polidori, che per primo lanciò nel mondo la moda dei vampiri con il racconto Il Vampiro, scritto in quei famosi giorni, chiuso nel castello svizzero insieme a Shelley, alla di lui moglie Mary che ci consegnò Frankenstein, e a Lord Byron al quale lo legava un rapporto di amicizia ben presto divenuto tumultuoso e persino umiliante.

John Polidori con il suo “Vampyre”

Ma se l’intenzione era di fermarsi di fronte al suicidio del ventiseienne scrittore italo-inglese,  le cose sono andate diversamente perché Schimperna proprio alla fine ha “incontrato” un giovanissimo poeta, Eros Alesi, figlio della beat generation, logorato da un rapporto paterno controverso. A vent’anni neppure compiuti Eros decide di buttarsi giù dal muraglione del Muro Torto a Roma. «Il giorno dopo il suicidio – ricorda Schimperna – su un quotidiano c’è questo incipit: “Il capellone ventenne che ieri sera ha concluso la sua carriera di drogato”». È a questo giovane poeta che riserva il primo posto nella lunga lista di ritratti così lucidi e appassionati, a «l’unico del quale non avevo mai sentito parlare, di cui non avevo letto nulla, che fino a quel momento mi era del tutto sconosciuto e che all’improvviso mi è apparso come un amico perduto a cui pensare con infinita nostalgia». È una frase che potremmo condividere dopo la lettura di queste pagine dedicate alla fine di autori e autrici molto amati, non perché non conosciamo gli scrittori e le scrittrici di cui Schimperna ci offre ritratti colti da un’ottica così particolare, ma perché dopo averle lette sembra di conoscerli di nuovo. E di sentirli più vicini.

Nel libro troverete anche le storie di Eros Alesi, Antonin Artaud, Albert Caraco, Alfonso Costafreda, Hart Crane, Marina Ivanova Cvetaeva, Pierre Drieu la Rochelle, Ernest Hemingway, Sarah Kane, Leopoldo Lugones, Vladimir Majakovskij, Klaus Mann, Sándor Márai, Yukio Mishima, Pamela Moore, Guido Morselli, Alfredo Ormando, Cesare Pavese, Sylvia Plath, John Polidori, Antonia Pozzi, Emilio Salgari, Virginia Woolf, David Foster Wallace, Stefan Zweig

 

Susanna Schimperna

L’ultima pagina

Iacobelli ed., Guidonia (RM) 2020

200 pagine, 18 euro