Tra il dire e il fare,
l’etica vuota
delle imprese

Ha riscosso una debole attenzione nell’opinione pubblica la notizia della sentenza di un giudice dell’Oklahoma, Thad Balkman, contro il colosso farmaceutico americano Johnson & Johnson che l’ha condannato a pagare danni per 572 milioni di dollari per aver causato, attraverso una campagna “falsa e pericolosa”, una vera e propria epidemia di oppioidi che conta soltanto nell’Oklahoma oltre 6.000 decessi dal 2000.

Con una campagna pubblicitaria, brandizzata e non, l’industria farmaceutica ha “diffuso il messaggio che il dolore dei pazienti fosse inadeguatamente trattato e che il rischio di abuso e di prescrizione di oppiacei fosse molto basso”, scrive il giudice nella sentenza di 42 pagine.
Notizia di poco interesse per il pubblico italiano: l’Oklahoma è lontano, si muore molto di più per le punture di zanzara nel mondo e poi, volete mettere come è più intrigante l’ultima dichiarazione di Di Maio o Salvini sulla crisi di Governo.

La “svolta etica” di 181 imprese Usa

Eppure, ha meritato molta attenzione nei media e fra i commentatori economici (e non solo) nei giorni scorsi, la “svolta etica” dei CEO di 181 imprese americane che, in uno scarno (e vacuo, diremmo noi) documento sulle “Finalità dell’impresa” della Business Roundtable, hanno dichiarato che scopo dell’impresa non è solo fare l’interesse degli azionisti, bensì quello dei propri clienti, dei propri dipendenti e delle comunità in cui esse operano.

Il documento parla di giustizia (nella retribuzione dei dipendenti e nel rapporto con i fornitori), di rispetto (per le persone delle comunità), di sostenibilità ambientale, di trasparenza, di generazione di valore di lunga durata (contro gli interessi di corto respiro del guadagno immediato), di inclusione, dignità. Questo documento si è guadagnato l’attenzione di decine di commentatori, alcuni inneggianti ai toni rivoluzionari, altri con qualche dubbio circa la genericità degli impegni contenuti nel documento, pochi critici (Paolo Cacciari su “il Fatto Quotidiano”).

Buone intenzioni e oppioidi

Cosa c’entra questo con l’Oklahoma? Ma è presto detto: chi è il presidente della Commissione Corporate Governance di Business Roundtable? Ma Alex Gorsky, CEO di Johnson & Johnson, ça va sans dire! Il quale ha commentato l’uscita del documento dicendo che esso “afferma il ruolo essenziale che le imprese possono svolgere nel migliorare la nostra società quando i CEO sono sinceramente impegnati nel soddisfare i bisogni di tutti i soggetti interessati”. Chissà se fra questi soggetti comprendesse anche quelli dell’Oklahoma.

Si dirà che è un classico né isolato caso di disallineamento fra intenzioni (buone) e azioni nei comportamenti umani. Questo è da un lato la debolezza intrinseca del documento di Business Roundtable (e di media che acriticamente accolgono e commentano i comunicati stampa dei comunicatori) e, dall’altro, è il problema fondamentale dell’etica (di cui pure si parla spesso a sproposito).

Tra il dire e il fare

Se analizziamo le 181 firme dei CEO che sottoscrivono il documento, possiamo notare che ben pochi sfuggono al problema del disallineamento sopra citato e molti hanno usato il sistema dei media per accreditare una immagine e promuovere il proprio business come etico e sostenibile mentre praticavano comportamenti quanto meno contraddittori con questa immagine.

Sarebbe fin troppo facile chiedere come i vari CEO delle major della finanza abbiano conciliato l’obiettivo di creare valori a lungo termine e non profitto per il profitto di breve momento con i loro comportamenti durante la lunga crisi finanziaria iniziata in Usa nel 2007. Eppure firmano il documento i CEO di Goldman Sachs, J.P.Morgan Chase & Co, Morgan Stanley, S&P Global, Bank of America, Citigroup, solo per citare i maggiori.

Il caso Exxon Mobil

Ma prendiamo il caso, paradigmatico, della Exxon Mobil Corp., il cui CEO Darren W.Woods, ovviamente è fra i firmatari del documento. Nel 2017 è stato pubblicato un corposo studio di due professori della Harvard University, Naomi Oreskes e Geoffrey Supran, che analizzando i documenti interni all’azienda e le sue campagne promozionali, giungeva alle conclusioni che la Exxon Mobil aveva “ingannato il pubblico” circa i rischi dei cambiamenti climatici e del ruolo in essi giocato dai combustibili fossili.

Infatti, mentre i documenti di esperti e ricercatori dell’azienda accoglievano le conclusioni circa la realtà e i rischi dei cambiamenti climatici cui giungeva la comunità scientifica mondiale, la Exxon Mobil ha speso migliaia di dollari ogni anno per una campagna di comunicazione sul New York Times e altri giornali per negare le evidenze scientifiche dei rischi dei cambiamenti climatici.

Dal 1979 l’azienda aveva consapevolezza di questi rischi sulla base di ciò che i propri esperti scrivevano e tuttavia l’81% della comunicazione si incentrava sul dubbio circa la realtà dei cambiamenti climatici e sulle cause antropiche degli stessi. Fra il 1972 e il 2001 la sola pubblicità sul New York Times è costata all’azienda 31.000 dollari a pezzo, il che porta complessivamente a cifre a sei zeri.

Investimenti “insostenibili”

Si tratta di comportamenti penalmente rilevanti? Non lo sappiamo, per quanto vi siano 17 cause pendenti negli USA verso la Exxon e altre industrie petrolifere per violazione delle norme in materia di protezione dei consumatori e degli investitori e anche delle leggi anti-racket, in relazione ai cambiamenti climatici. Certamente, però, sono comportamenti almeno problematici rispetto agli “impegni etici” inscritti nel documento dei 181.

Che richiama almeno un problema di coerenza e di trasparenza, nonché di dare un contenuto certo e verificabile agli impegni generici assunti con il documento. Per esempio, firma il documento Laurence D.Fink, presidente e CEO di BlackRock Inc. che, quindi, assume in solido l’impegno di “proteggere l’ambiente assumendo pratiche di sostenibilità nella nostra attività”.

Il colosso finanziario americano, tuttavia, secondo un recente studio dell’Institute for Energy Economic and Financial Analysis (IEEFA), ha procurato una perdita degli investitori pari a 90 miliardi di dollari per le sue politiche d‘investimento nei combustibili fossili. Nonostante i pronunciamenti pubblici in favore degli investimenti sostenibili, BlackRock (che da solo gestisce fondi per un totale di 6.500 miliardi di dollari, superiore al valore della terza economia mondiale) impiega solo lo 0,8% del proprio portafoglio in fondi ambientalmente, socialmente ed eticamente orientati (ESG).

Inoltre, le perdite stimate di 90 miliardi di dollari derivano per il 75% dagli investimenti (sbagliati) in solo quattro imprese – Exxon Mobil, Chevron, Royal Dutch Shel e BP, tutte legate al petrolio e derivati – che nel decennio considerato hanno pesantemente perso sui mercati. Ma perché BlackRock ha continuato ad investire nelle aziende petrolifere così poco performanti? La risposta è semplice: a causa del pesante conflitto di interesse che riguarda almeno 6 dei 18 membri del CdA dell’azienda che provengono appunto dalle major dei combustibili fossili. Comportamenti che etici davvero non possiamo definirli.

Conflitto di interessi ed etica

Ecco, allora, che correrebbe l’obbligo di definire il significato del termine “etica”. Sul tema sono stati versati i proverbiali fiumi d’inchiostro e non possiamo certo qui affrontare esaurientemente il tema. Possiamo però farvi cenno. L’etica non attiene meramente all’ambito assoluto dei principi o delle intenzioni (di cui è infarcito il documento dei 181), quanto piuttosto alla sfera sociale in cui norme e regole (scritte e non) inducono o impongono agli individui e ai soggetti dei comportamenti.

L’etica si muove in quel campo, per certi versi sempre incerto, che sta fra l’intenzione e l’azione; che attiene alla considerazione degli effetti delle azioni. Fra l’intenzione e il risultato dell’azione c’è sempre una relazione che è al contempo complementare (perché l’intenzione morale acquista senso solo nel risultato dell’atto) e antagonista (perché vi sarà sempre uno scarto, una tensione fra i due poli).

Un’ecologia dell’azione richiederebbe da un lato la consapevolezza che i risultati di tale azione dipendono non solo dall’intenzione ma anche dalle condizioni e dalle interazioni presenti nell’ambiente in cui l’azione si svolge; ma dall’altro una concezione dell’etica come una forte considerazione e presa in carico (anche morale, oltre che politica) degli effetti delle azioni, nonché dalla relazione stretta fra intenzione morale ed effetti delle azioni. Se c’è un distacco abissale fra intenzioni e azioni, come nel caso del documento dei CEO americani, si rischia un’etica vuota, angelicata ma incapace di affrontare i problemi della complessità che nel XXI secolo sono invece ineludibili.