Voci da Pomigliano
“Sinistra? Sparita”

La cosa che colpisce di più è il silenzio. Cupo. Di ghiaccio. E’ il cambio turno: tra le 13.15 e le 13.45 il piazzale davanti al Giambattista Vico si riempie di gente, con gli operai in uscita e quelli in entrata. Ma non si sente volare una mosca. E’ un segno, solo uno dei tanti, che il teorema Marchionne ha modificato radicalmente l’antropologia della fabbrica. Dal referendum capestro del 2010 (o mangiate la minestra oppure quella è la finestra), che provocò un improvviso rigurgito – probabilmente l’ultimo – di lotta operaia, sono passati non sette anni, ma sette secoli.

Ora che Pomigliano non è più lo stabilimento degli scansafatiche, come lo considerava il Gruppo prima della “rieducazione” del 2007 e la consultazione di tre anni dopo, è come se con la cattiva fama avesse perduto pure l’anima. E le distanze, tra questo lembo di Sud che resta aggrappato al sogno industriale, e i palazzi della politica, si sono allungate. Come dalla terra alla luna. Qui un tempo le baruffe a sinistra, le spaccature, le scissioni, avrebbero acceso discussioni. Analisi minuziose. Dibattiti infuocati, che avrebbero portato alla rottura di amicizie e antiche solidarietà. Deboli, indifesi, impauriti (il timore che la Panda, da sola, non garantisca più la sopravvivenza a oltranza dello stabilimento va facendosi sempre più fondato), gli operai del Vico hanno altro per la testa che lo scontro tra Renzi e D’Alema e la rottura tra Speranza e Pisapia.

Non c’è più una sinistra forte e organizzata (alle elezioni RSU di due anni fa la Fiom è arrivata quarta, ed è stato un mezzo miracolo), ma soprattutto non c’è più la politica (o almeno la politica dei partiti, di questi partiti), dentro e fuori lo stabilimento. “La fabbrica di Antonio Bassolino, un tempo”, gira il coltello nella piaga Maurizio Rea, delegato della Fiom. Ricordando come, anche davanti e dietro questi cancelli, nel fuoco delle lotte per il lavoro e il salario, si sia costruita una delle ultime e più significative leadership della sinistra meridionale. Nell’enorme piazzale d’ingresso dal quale s’intravede il tabellone che annuncia il 246esimo giorno senza infortuni sul lavoro, non vedi un volantino, un manifesto. Eppure l’altro giorno c’è stato uno sciopero proclamato dalla Fiom, che per mercoledì prossimo ha organizzato un’assemblea in fabbrica e per il 12 novembre ha invitato i parlamentari della zona a un confronto pubblico. Sussulti. Bagliori improvvisi. “Sono almeno cinque anni, ma forse anche di più – racconta Antonio, reparto montaggio – che qui non si affaccia più un solo politico. L’ultimo, probabilmente, è stato Bertinotti”. Preistoria, più o meno. Mai visto nemmeno Gigino Di Maio, pomiglianese, che per la verità questo piazzale non l’ha mai frequentato.

Si ha la sensazione che, se pure qualcuno s’azzardasse, rischierebbe di passare inosservato. Cancellato da un sentimento a metà tra lo scetticismo e l’indifferenza: l’eradicazione della politica dallo stabilimento è stata assoluta. Scientifica. Rea, ex migliorista del Pci e ultimo segretario della sezione di fabbrica dei DS, se la spiega con il ricambio generazionale prodotto dalla “rieducazione”. “Su 4.500 lavoratori, i cinquantenni, cioè gli appartenenti all’ultima leva politicizzata, siamo poco più di 1500. Un terzo. Gli altri due terzi appartengono ad una fascia d’età che va dai 32 ai 42 anni”. Tutto chiaro: la fuoriuscita dei sessantenni, che avevano vissuto la stagione della conquista dei diritti in fabbrica e fuori, ha privato della memoria storica la base operaia della fabbrica. Disseccando il terreno su cui sarebbe dovuta germogliare una nuova stagione di impegno politico.

L’impressione è che il resto se lo sia procurato la politica da sola, se per esempio l’immagine che tormenta Mario, pure lui del reparto Montaggio, uno dei pochi giovani che non volta le spalle al taccuino del cronista, è quella di Renzi “che applaude Marchionne, dicendo che per questo Paese ha fatto più lui che il sindacato”. Ma Gennaro, del reparto Logistica, è ancora più tranchant: “Il problema non è Renzi. Non ci fidiamo più di nessuno. Se pensi che siamo contro il Pd ti sbagli. Io non sono né contro né a favore. La politica non si occupa più di me e dei miei compagni, e io non so che farmene”. E gli altri partiti a sinistra del Pd? “Boh?”. Pisapia? “E chi è?”, domanda Ciro, reparto Lastratura. E l’Mdp? “Mai visto nessuno. Abbiamo contattato Arturo Scotto per l’incontro del 12 novembre, ma non ha ancora risposto”, interviene Franco Percuoco, segretario generale della Fiom di Napoli.

Ma sotto la cenere c’è fuoco, in un impianto in cui i contratti di solidarietà sono la regola e si viaggia ormai alla media (mostruosa) di 57 secondi a vettura; dove ogni operaio ha tre pause di 10 minuti in otto ore, “e in 10 minuti devi cercare di rifocillarti, riposare, andare al bagno, e nel frattempo la catena di montaggio non si è fermata e alla ripresa devi andare a recupero” lamenta Rosario. E il clima, giura Luigi, montatore tra i più bravi che nell’ultimo anno ha girato come una trottola: Cassino, Melfi, Val di Sangro, Torino, “è molto diverso rispetto a quello degli altri stabilimenti, dove non ci sono pressioni, né intimidazioni, da parte dei capi e si lavora in maniera molto più distesa”. “Marchionne ci ha usati come topi di laboratorio. E il centrosinistra gli ha consentito di tutto – è la conclusione di Rea. – Ormai è chiaro, il referendum del 2010 fu la premessa del Jobs Act: quella legge è nata in questo stabilimento. Adesso capisci perché dopo quasi quarant’anni di politica, c’è il rischio che ad aprile non vada proprio a votare?”.