Tra rottamatori
e tattiche la politica affonda nella palude

Gli alleati di governo castigati dal redivivo rottamatore? Dante li metterebbe forse nella “livida palude” con l’acqua fangosa a sommergerli per la loro indolenza, per la continua irresolutezza dinanzi agli eventi. Fuggono sempre dalla disputa, immaginano che, insinuandosi nelle contraddizioni del campo nemico, per occupare il governo alla prima occasione, forniscano una prova di grande realismo politico. Vivono solo per piccole rendite di potere da riscuotere con modici spostamenti parlamentari. Niente di più contempla la loro “responsabilità”. Mai avrebbero il coraggio di un moderato come Macron che non ha avuto paura della destra radicale, ha accettato la sfida e battuto Le Pen, figura non meno temibile di Salvini. La politica come lotta (ovvero lo svelamento del senso dell’essere, per Marx come per Weber) non è proprio nelle corde di un ceto politico che non osa, quando tutto l’equilibrio salta non azzarda iniziative rischiose perché deve preoccuparsi anzitutto di proteggersi dal popolo che non comprende.

Per aggiungere un posto a tavola

Al cospetto del suo immobilismo, Renzi ridiventa “piè veloce” che spiazza, rompe schemi, provoca. Dinanzi a mummie politiche che non sanno come uscire dall’angolo in cui si sono cacciate, il rottamatore gioca a fare il rinsavito e invoca esperienza, competenza, senso del limite istituzionale. Esibendo un piglio di autorevolezza, castiga persino l’antipolitica che, nel culto macabro dell’uno vale uno, porta alla catastrofe. Nel vuoto d’azione di un Pd in cui il consigliere del Principe è più visibile e ciarliero dello stesso Principe, che certo deve essere “largo domandatore” ma deve sempre esigere pareri “quando lui vuole e non quando altri vole”, Renzi dimentica le sconfitte, gli acciacchi, le usure.

Non approderà a nulla, se non a qualche posto nel tavolo delle spartizioni come segno di pace dopo le minacce di graffi, ma intanto finge di spruzzare disturbo entro la quiete che trasforma il nulla in un epigono piccolissimo di “Napoleone il piccolo” che, per una ambizione di potere, inventa staff, espropria le sedi istituzionali, pretende il controllo privato dei servizi.

Per il presidente incoronato senza alcun precedente ethos politico e, nel tempo della retorica della democrazia del pubblico, venuto dal nulla di una cronaca solo privata, il controllo dei dossier è vitale perché la politica che cammina in una zona opaca regala sempre imponderabili sorprese. Gli alleati non sanno come arginare la volontà di potenza di un presidente sorteggiato dall’anonimo e che, da servo di due padroni, si tramuta in aspirante leader che rivendica un ruolo da giocare nelle tappe che portano al Quirinale. Accentra competenze nella sua stanza dei bottoni approfittando di una squadra di governo gracile e senza qualcuno che abbia una dimestichezza minima con le cose dell’economia. E conduce una strategia narrativa per imporsi come l’insostituibile, già acclamato dai commentatori di “Domani” come lo statista di rango europeo, una versione mediterranea del cancelliere tedesco.

Stregati da un nuovo “cadornismo”

Ai tempi della prima stagione dell’epidemia, Conte, dal calar delle tenebre sino agli stati generali della festa della liberazione dal virus celebrata ai giardini di villa Pamphili, seguiva gli spartiti dello storytelling scritto per lui da un abile Casalino, regista di reality. Costretto dagli alleati a firmare le scelte di un rigore seppure tardivo e che lui assai disprezza, rompe la camicia di forza, e da presidente della liberazione dal male apre i confini nel segno della necessità di “convivere con il rischio calcolato”. In tempi di pandemia, Conte concede il bonus vacanze per intensificare le relazioni, invita agli spostamenti sia pure ecologici con il bonus monopattino o bicicletta. E soprattutto vuole vedere il popolo danzare nelle gremite discoteche preparate per le ferie d’agosto.

In estate, alla festa del quotidiano che ospita la penna della biologa proclamatasi virologa, la firma prestigiosa che scambia la sigla del partito post-nazista tedesco per una felice oasi culturale, Conte dava i numeri. Neppure più interrotto da un Padellaro sin troppo ossequioso, diceva che in Italia si contavano già 135 mila morti. Per le vittime del Covid la parola morte scorre sin troppo leggera, non assume in Italia lo stesso significato che commuove in pubblico Angela Merkel. E quindi, tra i banchi a rotelle e la prenotazione di un posto nelle librerie nella certezza di aver vinto la guerra in largo anticipo, si perdeva ogni tracciamento dei contagi e il clima di 8 settembre permanente di un’Italia a colori consegnava la seconda distruzione. Dinanzi agli assembramenti creati nelle città per le possibilità concesse tra le pieghe dei comportamenti “fortemente consigliati” dai decreti, il governo ricorre spesso a quello che Gramsci chiama cadornismo. Cioè la colpa delle scelte sbagliate non ricade su precetti errati e contraddittori ma sul popolo che non ha eseguito le raccomandazioni e quindi esce di casa senza alcuna disciplina.

L’economia politica del grande “ristoro”

Ai tempi della seconda epidemia, con l’Italia che diventa il paese europeo con più elevato numero di morti, superando persino il folle populista britannico, Conte passa dallo storytelling al ristorytelling. Soldi per tutti, in deficit e senza un’idea di crescita, con incentivi per auto, cellulari, e cashback per mediare con un bancomat il contatto fisico. L’economia politica dei ristori non allarma però il sindacato, che non percepisce che la sola certezza riguarda chi dovrà saldare il conto, cioè il mondo del lavoro (e non solo quello pubblico, come auspicano Cacciari e Prodi).

Il governo dell’indeterminatezza, che vuole tenere insieme economia e salute, compromettendo entrambi, rischia di favorire una terza ondata, la quale potrebbe realizzare la triste previsione contabile di Conte riguardo alle perdite umane. Però i morti per Covid non pesano dinanzi alla religione del consumo, e a sfiancare il governo saranno gli effetti distruttivi delle politichette dei ristori. Ciò che resta dell’impresa capitalistica, dinanzi al governo della allegra previdenza, pensa alla carta Draghi come uomo della provvidenza. Tra il gioco tattico fine a se stesso, sogni ad occhi aperti del super tecnico e promozione dell’avvocato del popolo a risorsa del progressismo europeo, la politica sembra spacciata, condannata a sopravvivere nella “livida palude”.