Tra calcoli, tatticismo e forma
la poesia cerca la via facile. E sbaglia

Nei giorni scorsi un mio articolo su Strisciarossa a proposito dell’indignazione dei poeti (http://www.strisciarossa.it/in-questo-mondo-disordinato-e-cattivo-dove-finita-lindignazione-dei-poeti/) assieme a quanto uscito a firma di Mario De Santis su Repubblica, Lello Voce su Il Fatto Quotidiano e Giuliano Ladolfi su Avvenire hanno suscitato un acceso dibattito. Il tema, quanto mai stringente, è quello dell’impegno. Nella scrittura (quindi anche nella poesia) come in ogni ambito.

Strane creature i poeti, pronte in alcuni momenti della storia ad appoggiare senza alcun tipo di filtro la volontà popolare e consegnarla al massacro: si scorge questo aspetto ad esempio leggendo il volume curato ottimamente da Andrea Cortellessa per l’editore Bompiani Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia dei poeti della Prima guerra mondiale. E non è sufficiente considerare la fase storica, il sentire comune, nemmeno appellarsi alla retorica del futurismo, non solo Marinetti dunque o D’Annunzio, nomi attesi, ma altri considerati certo più miti: Ada Negri, Clemente Rebora, tutti così pronti ad ammantare di fascino le tragedie della follia umana, l’inutilità di quel conflitto e dell’idea stessa dell’andare alla guerra.

La guerra la descrissero in tutt’altro modo i soldati che al fronte lasciarono spesso la vita: ben altre parole risuonano per esempio nel volume curato da Pietro Berra Poesie dal fronte. Dalla grande guerra all’Afghanistan. Vite in versi di soldati semplici edito da NodoLibri. Ed è forse questa semplicità, questo stare realmente dentro le cose a cambiare le prospettive dell’analisi, congiungere finalmente alla forma la sostanza, con esiti differenti, brutalmente differenti.

Si dirà: “questo è il passato, il futuro è un altro”. Ma come sempre i corsi e i ricorsi della storia ci insegnano che retorica e indifferenza sono concetti con cui quotidianamente dobbiamo fare i conti.

Fabiano Alborghetti nasce a Milano nel 1970 e nello sfarzo degli anni Novanta lavora in uno dei più prestigiosi alberghi della città, come portiere. Conosce, dalla porta di servizio (e non è solo un’immagine) tutto lo sfarzo di quella metropoli, di quel modo di intendere l’economia, la finanza e i rapporti umani. Quando non lavora però trascorre il suo tempo in un centro di prima accoglienza di migranti. Sono i primi anni del Duemila, quello che c’è oggi ancora non si è materializzato: trascorre tre anni in quel centro, parla con loro, mangia con loro, dorme con loro, vive con loro. Poi va a lavorare, altrove. Nel 2006 esce L’opposta riva. Il libro viene accolto quasi con indifferenza, Alborghetti non fa parte del gotha, per la poesia italiana che non considera maturi nemmeno i 50enni è, a 36, poco più che un lattante. Quel racconto duro e spietato di cosa sia da un lato la speranza di condizioni di vita migliori, speranza desiderata al punto da sradicarsi dalla propria terra e dai propri affetti per cercare una riscossa e una dignità altrove così difficile da ottenere, e di cosa sia dall’altra parte la realtà, la vita vera, la mancata accoglienza, l’indifferenza, l’odio, quel racconto vale anche oggi dopo più di 10 anni.

Di lì a poco capita che anche Alborghetti attraversi una frontiera, e diventi svizzero. In Svizzera velocemente si accorgono di lui fino a insignirlo nel 2018 del Premio Svizzero di Letteratura con Maiser, romanzo in versi che già nel titolo racconta il termine con cui venivano chiamati i lavoratori italiani in Svizzera, racconta quello che tanti anni prima erano stati gli albanesi, gli africani, gli slavi raccontati ne L’opposta riva.

Perché l’attualità della poesia dipende da una complessità di eventi, è uno sguardo che raggiunge innanzitutto l’umanità intera e non dipende tanto da un sentimento comune, magari politico, la poesia non è della maggioranza, non segue un “pensiero dominante”. La poesia deve piuttosto ragionare sull’indignazione, senza farsi rapire dalla “indignazione per l’indignazione”. Troppi calcoli, troppo tatticismo, troppa forma (anche perfetta, ma drammaticamente artificiale) e troppo poca attenzione per la sostanza rischiano di toglierci dalle priorità, non farci avvicinare a voci difficili da accettare come quella di Alborghetti che va dritto al cuore del problema, alla nostra pochezza umana: l’alternativa è quella di cercare la via facile, la risata, lo scherno, il dileggio di gruppo, la pochezza del branco, la vigliaccheria di attaccare in tanti per non sentirsi piccolissimi. Dovremmo essere in tanti invece ad indignarci. Dovremmo. Sarebbe giusto, sarebbe onesto.