Due donne, l’Alzheimer e Gorbaciov
un libro per un 8 marzo antiretorico

Quanti segreti ci sono nelle vite di Eleonora e di Alina? Quanti ne custodiscono e quanti, ciascuna per sé, saranno costrette a scoprirne nei mesi in cui coltivano il loro rapporto? C’è la Divina Commedia che Alina, moldava, conosce a memoria, mentre, assunta per accudire Erminia Ramonini, madre di Eleonora affetta da Alzheimer, finge di parlare un innocuo stentato italiano; c’è la diffidenza che Eleonora, docente di filosofia specialista in Foucault, biopolitica e gender studies, nutre verso questa donna cui prodiga sorrisi e attenzioni politicamente corretti; ma ci sono anche i progetti che nel segreto delle loro menti perseguono Misha, il figlio nei sogni di sua madre Alina destinato a un lavoro proficuo a Barcellona e Liuba, la nipote rimasta in Moldavia, pronta a espatriare accettando una ben più letale offerta; e ci sono le passioni occulte di Laura, la figlia di Eleonora, e di Paolo, suo marito…

La donna capovolta (Iacobellieditore, pp. 175, euro 16) è un libro con cui Titti Marrone, firma storica del Mattino qui alla seconda prova narrativa, porta in scena una realtà che, dopo essere entrata massicciamente nelle nostre vite vere, nell’ultimo ventennio è diventata argomento romanzesco: l’Alzheimer appunto. Libri come Patrimonio di Philip Roth e Mia madre, la mia bambina di Ben Jelloun, come L’estranea di Elisabetta Rasy o Lo sconosciuto di Nicola Gardini ci hanno raccontato, fin dai titoli così espliciti, lo smarrimento di un figlio o una figlia davanti al perdersi di un genitore. Ma hanno anche reso chiaro che oggi la demenza senile, con la sua tragica inesorabilità, ha preso il posto che nel romanzo, fino a un secolo fa, aveva la Tbc.

E allora, quale plot innesca l’Alzheimer della signora Ramonini, un tempo inflessibile professoressa di storia dell’arte, nello scenario napoletano della Donna capovolta? Avvia un confronto tra queste due donne, Eleonora e Alina e, appunto, col dipanarsi dei mesi, la scoperta di quanto sia fragile il progetto che ciascuna coltiva per sé e per i propri affetti. Eleonora si sente “crocifissa, capovolta” tra la madre perduta e la figlia irrisolta, ha un marito dalla presenza sempre più volatile e un fratello, broker a Londra, interessato solo a se stesso; insomma ha bisogno dell’altra, ma non tarda a percepirla come una presenza invadente, pericolosa presso i suoi genitori, una “nemica pagata” dice. Alina coltiva segreti, ma quanto diversi da quelli che Eleonora teme: non è la donna semplice che ostenta d’essere, è ingegnere elettronico, parla un italiano magnifico e odia Gorbaciov, il politico che ha distrutto il mondo in cui viveva sicura e che in Italia i borghesi-bohémien, questi bobos napoletani, chiamano con reverente affetto “Gorby”; ma certo, nei panni che qui è costretta a rivestire saprà diventare crudele.

La donna capovolta è costruito con un succedersi di punti di vista: in prima persona Eleonora, in prima persona Alina, poi un “loro” che ce le mostra da fuori, quindi un dialogo diretto tra le due… Ed è un romanzo che, benché ci narri una vicenda che ha a che fare con la realtà più piana e quotidiana, questa realtà sa filtrarla con una qualità rara di questi tempi: è un romanzo “colto”. C’è il Dante che Alina usa a tratti come una specie di baedeker per muoversi in un paese, il nostro, che il Poeta, nella realtà, non sa più chi sia: lei si sente in un “circolo cupo” che percorre in ogni meandro, in un “girone delle badanti” che Dante, ipotizza, metterebbe nel centro dell’Inferno. Ma c’è anche la Simone de Beauvoir della Donna spezzata che occhieggia tra le pagine di diario dell’inconsapevole Eleonora; c’è Genet, quello delle Serve, che traluce in certe ambigue notazioni di Alina. Sì, dev’essere stato proprio il doppiogiochista Genet a suggerire l’imprevedibile finale.
Un bel libro. Per un 8 marzo antiretorico. Un 8 marzo intelligente…