Torniamo a dirci sinistra

Ho visto le facce delle persone che defluivano  venerdì sera da Piazza del Popolo a Roma dopo il comizio finale dei 5 Stelle. Facce di popolo. Giovani, tanti, ma soprattutto tanta gente comune che si avviava verso la metropolitana, probabilmente per tornare in periferia.
Erano facce allegre come quelle che avevano i “nostri” dopo l’ultimo comizio del Pci prima del voto. Probabilmente i più vecchi di loro erano “nostri”, probabilmente i più giovani sarebbero potuti diventare “nostri”.
Qual è l’errore capitale che ci ha portato a sperare che il Pd raggiunga almeno il 22%, LeU almeno il 5%? Parlo dell’errore con la prima lettera maiuscola, perché di cazzate ne abbiamo fatte tante. Pensateci un po’, pensate agli ultimi appelli elettorali, quasi al limite della disperazione dei dirigenti piddini: sono tutti rivoli al popolo di sinistra che li sta abbandonando per restare a casa o per andare dal Grillo di governo. La stessa LeU deve sperare che ci sia in giro ancora una quantità di “comunisti” che senta la voglia di far proseguire la battaglia vitale della sinistra non arrendendosi all’estinzione.


L’errore con la prima lettera maiuscola è stato proprio quella di aver detto al nostro popolo che la sinistra non solo era vecchia (e fin qui l’analisi era persino banale) ma addirittura superata. Bisognava andare “oltre” e in quell’oltre il primo e più duro sacrificio è toccato ai lavoratori.
Il primo centro-sinistra, quello della Dc e del Psi, in cui si combattevano una sinistra e un mondo cattolico riformista contro democristiani reazionari, aveva in testa una legislazione sul lavoro che a lungo è rimasta fra le più avanzate del mondo.
Il secondo centro-sinistra ha inneggiato alla precarietà, ha contribuito a smontare diritti sociali quasi che fosse questo il prezzo da pagare all’avanzata dei diritti personali.
La sinistra ha avuto paura dei suoi nomi. Ti vuoi chiamare socialista dopo Craxi? Al massimo socialista europeo. Ti dici comunista? E allora a te che nel cinquantasei eri bambino o non eri ancora nato ti sbatto in faccia i carri armati di Budapest.
Intellettuali pensosi e molto liberali hanno scritto editoriali e libri per spiegare che il male italiano non erano stati il “sistema democristiano”, la viltà di una borghesia imprenditoriale e di una casta di burocrati, ma dei comunisti che avevano occupato le case editrici, i giornali, Cinecittà, le mostre d’arte.


La quantità di vittime del gulag comunista in Italia negli anni ha superato quello delle povere vittime dello stalinismo in Russia. La stesa Resistenza, che Claudio Pavone chiamò “guerra civile”, con una definizione che era revisionista ma accettabile, divenne poi, per firme facili, l’eccidio dei poveri bianchi e neri per mano di comunisti assassini.
Non si è salvato niente e nessuno. A questo popolo abbiamo scientificamente tolto le bandiere, i ricordi e quindi il futuro inventando partiti finti, liquidi e liquefatti, spingendo milioni di persone che giudicavano i dirigenti con una certa severità a farsi ammiratori di gente che dilagava in tv.
Io nel mio piccolo mi sento responsabile di questa serie di errori. Non perchè li abbia commessi io, o tutti io, ero e sono troppo piccola cosa, ma perché solo tardi, troppo tardi ho capito che il tema del nostro popolo era quello che non gli potevi togliere una sinistra che assomigliasse, pur nel suo antichismo, alla sinistra vera. Che ci si poteva dire socialisti o comunisti italiani o altro ancora con un sonoro vaffanculo verso i critici di oggi, saccenti maestri di una modernità che ci sta portando a Di Maio e Salvini.
Facciamo a tempo a porre rimedio? Diciamo ai compagni/e di andare a votare. Votassero chi vogliono: il Pd, LeU , Potere al Popolo, ma diano un voto che ci possa far dire domenica notte che loro hanno vinto ma che noi ci stiamo preparando a fargli un “c…” così.