La scuola classista
nelle note dei presidi

«Tutto ciò favorisce il contesto di apprendimento». La polemica che si è scatenata nei giorni scorsi sui documenti di autovalutazione di alcune scuole superiori ha a che fare con una frase così. La scuola mette in sequenza una serie di dati oggettivi (presenza di studenti non italiani, studenti con disabilità, contesto socio-culturale prevalente), su richiesta del ministero dell’istruzione. Fin qui, niente di (troppo) discutibile. O forse sì. Ma lo è di sicuro l’accento che alcune scuole hanno messo su questo o quel dettaglio (la presenza di figli di portieri!); lo sono le osservazioni su ciò che facilita o non facilita l’apprendimento.

L’orgoglio del liceo Visconti di Roma – pieno centro storico – sugli allievi illustri e sull’omogeneità del contesto sociale è penoso. La sottolineatura del liceo Falconieri di Roma sulla «presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri» è insignificante e penosa. La considerazione del liceo D’Oria di Genova sul fatto che «poveri e disagiati costituiscono un problema didattico» è quella che rilancia gli interrogativi essenziali. Che cosa costituisce «un problema didattico»? Che cosa favorisce o sfavorisce «il contesto di apprendimento»?

Siamo nel 2018, ma sembra il 1958. Nessuno nega che nel cosiddetto contesto di apprendimento entrino in gioco infinite variabili, ma l’«estrazione medio-alto borghese» degli alunni di cosa sarebbe garanzia? Basta mettere piede (mi capita almeno una volta a settimana) in una scuola per capire, senza chiamare in causa pedagogisti o don Milani, che solo su un’idea di istruzione pubblica retriva, anacronistica, classista può basarsi una simile convinzione. Ho visto contesti di apprendimento sulla carta privilegiatissimi non produrre alcunché di significativo, in termini di passione, attenzione, risultati effettivi; ho visto contesti di apprendimento svantaggiatissimi sulla carta dare sorprese, esprimere potenzialità straordinarie. Non è retorica alla buona. È un dato di fatto. L’arroccamento difensivo che quelle schede di autovalutazione esibiscono è inaccettabile. E se si fa specchio delle “pretese” di rassicurazione dei genitori, ancora peggio.

Il quadro è triste, su un piano concreto e perfino su un piano espressivo: scambiandolo del tutto per ipocrisia, abbiamo chiuso brutalmente i conti con il “politicamente corretto”. Se un preside o chi per lui si esprime come in alcune di quelle schede, c’è qualcosa che non va. Il punto non è nascondersi dietro eufemismi o formulette opache. Il punto è che dietro quel linguaggio c’è un pensiero inquinato, che non si vergogna più di se stesso, che si è auto-sdoganato, che si auto-valuta tutto sommato ineccepibile. Che c’è di male? Molti sono saltati con stupore sulle sedie. Che c’è di male? Tutto. Il modo di esprimersi, il pensiero che gli dà sostanza, la pericolosa convinzione di appartenere – perfino tra le mura di una scuola! – a una cerchia privilegiata e monolitica, al riparo dal confronto con altro, dal contatto con gli altri, al riparo dalla realtà. E se il problema (o la colpa) è da cercare nelle domande ministeriali, cari presidi, alzate la mano e ditelo.