Diritto di migrare e Covid-19:
dal 3 giugno torna la libertà?

Da moltissimo tempo non è così scontato (come si crede) contemplare la libertà di migrare fra le libertà degli individui umani sul pianeta. Non esiste proprio un’assoluta libertà di cambiare permanentemente residenza, ovvero le libertà prima di emigrare dal luogo dove si sta e poi di immigrare altrove. Né, tantomeno, esistono un diritto di andarsene comunque da una comunità e di insediarsi dove si vuole in un’altra. Tuttalpiù dal dopoguerra esistono (anche se non risultano sempre garantiti) il diritto di fuggire da un pericolo per la propria incolumità e il separato connesso diritto di ricevere asilo dove quel pericolo non sussiste. Ovviamente, non è solo questione di regole sociali e norme giuridiche. All’interno di un fenomeno migratorio asimmetrico e diacronico, ad accrescere un certo relativo grado di libertà di migrare concorrono abilità e capacità individuali, disponibilità di mezzi trasportistici e finanziari, dinamiche e opportunità di famiglie e gruppi, conoscenza di rotte, tragitti, lingue e culture.

Dal 3 giugno 2020 in teoria, in base all’articolo 1 decreto legge 33 del 16 maggio scorso, non esisteranno più limitazioni a provvisorie emigrazioni e immigrazioni: si dovrebbe poter viaggiare con la nostra carta identità nei 27 paesi europei (compresa per poco anche la Gran Bretagna), con il nostro passaporto in circa altri 120 Stati del mondo, dotandosi di un visto nei restanti paesi. Eppure, non sarà così! La libertà di movimento all’estero non la decide l’Italia. Il movimento e la migrazione internazionali sono fenomeni asimmetrici. Il concetto di asimmetria viene definito come una mancanza di corrispondenza o di proporzione fra due o più parti di una stessa configurazione o distribuzione, di uno stesso evento. Il fenomeno migratorio è asimmetrico in sostanza perché implica un duplice (almeno) fattore luogo, consiste da circa diecimila anni in un doppio fenomeno, l’emigrazione da un ecosistema o un luogo umano «confinato» e l’immigrazione in un differente ecosistema o in un altro luogo umano «confinato», due fenomeni collocati in contesti residenziali differenti, con motivazioni e gradi di libertà, capacità e opportunità, diritti e doveri che impattano asimmetricamente su origini e destinazioni del movimento, specie in presenza del costituzionalismo interstatuale moderno e contemporaneo.

In Italia si è comunque appena deciso che dal 3 giugno si “potrà” di nuovo andare e venire fuori e dentro i confini di ogni Regione (rispetto ad altre Regioni italiane) e della stessa nazione (rispetto agli altri Stati), con le opportune definite cautele, controlli, verifiche. La sincronia di date per l’Italia non altera la diacronia di date in Europa e nel diritto internazionale. Il nostro decreto legge non può imporre il diritto di entrare in un altro Stato e già alcuni Stati della stessa Unione Europea, considerando l’emergenza dal loro punto di vista, hanno stabilito che, per ora e anche dopo il 3 giugno, dall’Italia non si potrà arrivare per entrare nel loro paese, ammesso che italiani vogliano o debbano pensare di partire.

Pensiamo all’Austria, a esempio, dove pare verrà introdotto solo un corridoio umanitario fra Germania e Italia. Altri paesi possono vietare ai loro cittadini di dirigersi verso determinati Stati considerati pericolosi (anche verso l’Italia). C’è un aspro negoziato in corso che riguarda più il viaggiare che il migrare e la fantasia giuridica bilaterale e multilaterale si sta esercitando con multiforme retroterra sanitario scientifico. Accordi bilaterali sì o no, black list di paesi di destinazione o provenienza, apertura solo al turismo fra i paesi della UE dal 15 giugno, passaporti sanitari per turisti e aree autoproclamantesi Covid-19 free, quarantene obbligatorie appena usciti da dove o entrati dove (non necessariamente reciproche), tracciamenti tramite app (che rischiano di valere solo dentro i confini nazionali). Pensiamo alle scelte di chiusura del governo statunitense verso gli altri Stati delle Americhe e del governo inglese verso gli altri Stati dell’Europa (con quarantena obbligatoria, non reciproca).

Oltre che asimmetrico il movimento internazionale e il fenomeno migratorio sono pure diacronici, implicano un duplice (almeno) fattore tempo e, per quanto rapidi siano divenuti gli spostamenti fisici negli ultimi secoli, non c’è mai piena sincronia ecologica, sociale, economica, culturale. I flussi sono diacronici in sostanza non solo perché (come gran parte dei fenomeni fisici) hanno cause ed effetti sfalsati nel tempo ma soprattutto perché fra quando iniziano e quando provvisoriamente finiscono può accadere di tutto. Pure un singolo unidirezionale cambio di provvisoria residenza è una doppia avventura (sociale), in uscita e in entrata, ben prima che diventi davvero emigrazione e a prescindere che termini come un’immigrazione. Non esistono ovunque a esempio gli stessi diritti e doveri nel lavoro, tantomeno lo stesso Statuto dei lavoratori.

Con i focolai e le curve della pandemia faremo i conti per molti mesi anche se adotteremo in grandissima maggioranza un’etica della responsabilità di movimento. Un’analoga etica della responsabilità dovrebbe riguardare le fughe, ovvero le migrazioni forzate: la pandemia non blocca chi è costretto a fuggire, dai paesi che lo perseguitano, dalle zone di guerra, dalle catastrofi climatiche e geomorfologiche, dai campi dove si esercita violenza o non vi sono adeguate protezioni dal contagio. Chi è in fuga va accolto dove arriva, anche in Italia se del caso, rispettando le regole della protezione umanitaria e della ricollocazione europea, combinate con quelle dell’emergenza sanitaria. Vedremo i dati del 2019 in occasione della giornata mondiale del rifugiato il prossimo 20 giugno 2020, un quadro che pure non terrà conto di quanto avvenuto nei primi mesi del 2020.

migrantiLa formulazione del decreto italiano, come noto, non riguarda tanto chi esce, piuttosto chi dovrebbe poter entrare. Noi vorremmo che potessero arrivare tranquillamente e facilmente qui a trascorrere una parte dell’estate quanti più turisti possibile. Il nostro cruciale comparto turistico ha assoluto bisogno che non diminuisca troppo l’apporto di arrivi dall’estero. Pochi paesi hanno stabilito finora che verso l’Italia non si può viaggiare, tuttavia non c’è automatismo fra le due scelte. Il mondo era pieno di Stati con differenti regole di entrata e uscita rispetto allo stesso Stato di riferimento e rispetto ai differenti Stati, ben prima dell’attuale pandemia. I passaporti possedevano e possiedono pesi diversi e i visti, addirittura, qualche divieto preventivo. Tutto ciò si è accentuato per comprensibili ragioni sanitarie con la diffusione planetaria della malattia Covid-19. La pandemia resterà un fenomeno diacronico almeno fin quando non ci sarà un vaccino gratuito o a basso costo disponibile per i sette miliardi e settecento milioni di umani sul pianeta.

Non ogni movimento internazionale è cambio di residenza per almeno un anno (ovvero migrazione), lo sappiamo. Per una lunga fase sarà complicato riannodare i fili del lavoro, del turismo, dello studio in paesi diversi dal nostro anche senza trasferirsi lì. Ne soffriremo. Quando valutiamo esperienza e credibilità di un epidemiologo o di un virologo il fatto che abbia a lungo soggiornato in laboratori e università stranieri è titolo di merito. Vale anche reciprocamente, pensiamo ad altre professionalità, come quelle degli sportivi o dei musicisti stranieri che apprezziamo nei nostri luoghi dello spettacolo e della cultura. La libertà internazionale di movimento è cruciale per vivere meglio a questo mondo. Il protezionismo esasperato ci protegge anche da qualcosa che ci serve o piace. Probabilmente per lungo tempo vere e proprie migrazioni (emigrazioni e immigrazioni) saranno quantitativamente poche, comunque meno delle percentuali precedenti la pandemia. Non è automaticamente una buona notizia, forse servirà approntare nuovi modelli di socialità fra sapiens. Resta il fatto che fortunatamente restano operativi ovunque i due patti internazionali che l’Onu ha definito e approvato a dicembre 2018, i due Global Compact, «on Refugees» e «for Migration», in vigore ovunque per gestire le migrazioni più libere e impedire tutte quelle forzate da una parte, garantire minime regole bilaterali per emigrazioni e immigrazioni dall’altra parte.