Torna il Duce, l’Italia allo specchio litiga per un film-documentario

“Sono tornato” di Luca Miniero è veramente uno stranissimo film, un oggetto da maneggiare con cura. Ospitare il regista e il suo sceneggiatore, Nicola Guaglianone, nella puntata del programma “Hollywood Party” andata in onda giovedì 1 febbraio è stata un’esperienza spiazzante. Dagli ascoltatori di Radio3 (una fascia di pubblico notoriamente “sbilanciata” a sinistra) arrivavano messaggi preoccupati e spesso prevenuti, cioè basati su un pre-giudizio – ovvero un giudizio formato a priori. Ma è probabilmente inevitabile: fare comunicazione a tutti i livelli su un film nel quale Benito Mussolini torna, vivo e vegeto, nell’Italia di oggi è molto complicato. Le accuse di apologia, di nostalgia, o nel migliore dei casi di incoscienza politica sono dietro l’angolo. Secondo molti un film del genere sarebbe meglio non farlo. Addirittura un ascoltatore (del quale rispetteremo l’anonimato) ha espresso il seguente concetto: perché fare un film su una simile idea, meglio l’oblio. Quando invece l’oblio è il miglior viatico per essere ciechi di fronte al fascismo di ritorno, per non essere preparati quando la storia si ripropone. E come diceva Luigi Magni: la storia è quella cosa che, se la dimentichi, poi “ce sbatti er grugno”.

Che poi bisognerebbe capire (e porsi domande): dove torna, Mussolini? Per far cosa? E cosa succede a coloro che lo incontrano? Partiamo da un aspetto apparentemente “esterno” al film, che invece è – a nostro parere – il cuore pulsante di questa operazione. In “Sono tornato” ci sono inquadrature nelle quali i volti di alcune persone inquadrate sono “nascosti” da pixel digitali, come nei servizi di cronaca in cui si mostrano immagini di minori, o comunque di persone che non hanno firmato una liberatoria. Sono scene in cui Mussolini (interpretato da Massimo Popolizio) gira per le strade e viene visto dalla gente: c’è chi gli fa il saluto romano, chi vuole farsi un selfie con lui, chi lo guarda torvo, chi l’insulta. Come ci ha spiegato Luca Miniero, sono inquadrature “rubate”, realizzate con macchina nascosta: Popolizio si mescolava alla gente e la troupe lo seguiva, come cantò tanti anni fa Enzo Jannacci, “per vedere di nascosto l’effetto che fa”. “Poi – prosegue Miniero – in certe occasioni chiedevamo di firmare la liberatoria inseguendo letteralmente le persone, in altri non c’era tempo di farlo, o non pareva proprio il caso, e quindi abbiamo schermato digitalmente i volti”. Quindi, quelle scene sono autentiche reazioni di comuni cittadini che – attenzione! – non vedono “il vero” Mussolini, come vorrebbe la finzione del film, ma vedono un tizio che va in giro mascherato da Mussolini. Sì, stando a quel che ci ha detto Miniero c’era chi si arrabbiava, lo insultava, lo minacciava. Ma c’erano anche i saluti romani e soprattutto – il che ci regala l’auscultazione del polso del paese reale – c’erano molte richieste di selfie. E qui veniamo al punto.

“Sono tornato” non è un film su Mussolini. “Sono tornato” è un film sull’Italia di oggi nel quale la figura di Mussolini, o comunque di un tizio (un attore, bravissimo) che “mima” Mussolini fa da cartina di tornasole. Naturalmente l’Italia che Miniero e Guaglianone fanno sfilare davanti al duce nell’arco di 90 minuti di proiezione è parziale. Ciò non toglie che il film sia impressionante. La rapidità della finzione prevede che quasi subito tutti quanti, a cominciare dal documentarista sfigato interpretato da Frank Matano, si convincano che lui è davvero “tornato”, che quello caduto dal cielo in piazza Vittorio sia davvero Mussolini redivivo. E la cosa più agghiacciante – diciamolo da antifascisti convinti e consolidati – è che nessuno chiami la polizia! In fondo, se l’apologia di fascismo è ancora un reato Mussolini è letteralmente un “corpo del reato” che cammina. Invece – nel film – molti sembrano trovare la cosa divertente e il documentarista (descritto come un bravo ragazzo, forse un po’ troppo naif) la vede come un’occasione per diventare famoso. E qui parte il discorso sui media, il tema al quale Miniero e Guaglianone tengono di più. Mussolini viene subito ingaggiato da una tv: quale miglior reality, per fare ascolti, del duce a spasso per l’Italia? Per chi scrive, la scena più inquietante del film è l’irruzione di Mussolini in una riunione di palinsesto della tv in questione: di fronte agli orrendi funzionari e creativi capeggiati da una becera Stefania Rocca (becero il personaggio, non l’attrice: meglio esser chiari!) il duce sembra immediatamente un essere umano ed è quasi inevitabile provare empatia per lui.

“Sono tornato” è il remake dichiarato di un film tedesco intitolato “Lui è tornato” (“Er ist wieder da”, di David Wnendt, 2015). In quel caso il “revenant” era Adolf Hitler, per altro interpretato da un attore – Oliver Masucci – di chiare ascendenze italiane e che nella vita non assomiglia per niente al Fuhrer. Sempre durante “Hollywood Party” – perdonerete il continuo riferimento, ma i messaggi degli ascoltatori sono stati illuminanti – un ascoltatore ha scritto più o meno: “Perché fare un remake di un film tedesco? In Germania Hitler è veramente un tabù, mentre in Italia Mussolini è ancora presente, ha ancora i suoi tifosi”. A nostro parere (ammesso sia vero che in Germania i conti con Hitler siano chiusi) è proprio questo a rendere urgente l’esistenza di “Sono tornato”. Non stiamo dicendo sia un gran film: sicuramente non è una normale commedia, alterna momenti buffi ad altri terrorizzanti, e Luca Miniero si è mosso consapevolmente all’interno di questa sterminata forbice. Prendetelo come una macchia di Rorschach: ognuno di noi vedrà nel film ciò che vorrà, ma l’importante è ciò che sta dentro di noi (il nostro rapporto, risolto o irrisolto, con il fascismo), non la macchia.