Tim, avvoltoi americani
e bulli francesi

Mentre i partiti litigano e non riescono a trovare il bandolo della matassa per creare una maggioranza di governo, qualche cosa di rilevante si muove nel mondo dell’economia. Nonostante la confusione del quadro politico e un governo moribondo (Gentiloni è in carica solo per l’ordinaria amministrazione), la Cassa Depositi e Prestiti, il potente braccio finanziario del Tesoro per le politiche industriali e strategiche, ha deciso di acquistare il 5% del capitale della vecchia e gloriosa Telecom, oggi Tim, il cui controllo è conteso dai francesi di Vivendi che hanno il 24% e gli americani di Elliott, un fondo attivista o avvoltoio secondo le definizioni più o meno buone, che ha rastrellato il 13% dei diritti di voto.

Da anni lo Stato si è disinteressato del destino di Tim, lasciata nelle mani dei privati italiani poco attenti e spreconi, poi degli spagnoli di Telefonica e infine di Vivendi controllata dal finanziere Vincent Bollorè che si è comportato come se l’Italia fosse il suo giardino, con ripetuti sgarbi e violazioni delle regole, tentando pure di scalare Mediaset. Ora un governo privo di maggioranza e una Cdp con il vertice in scadenza entrano a piedi uniti nella vicenda Tim per tutelare, si suppone, gli interessi nazionali. Alla buon’ora, verrebbe da dire. Dopo oltre vent’anni dalla privatizzazione di Telecom, la “madre di tutte le privatizzazioni” imposta dall’Europa per consentirci di salire sul treno dell’euro, dopo il depauperamento, la spoliazione di una delle più belle imprese italiane, ora lo Stato batte un colpo e non si capisce perché si sia mosso solo adesso. Forse è l’ultimo colpo della “dottrina Calenda”? Forse un riflesso statalista che emerge dalla politica dominata dai “barbari” del M5S e della Lega? Oppure solo un atto di buon senso per salvare, per quanto possibile, un pezzo della nostra Italia industriale.

La Cassa Depositi e Prestiti condivide le richieste degli americani di Elliott che vogliono sostituire i consiglieri nominati da francesi, ma soprattutto l’obiettivo è di separare la rete e di fonderla possibilmente con Open Fiber, società creata da Cdp ed Enel per dotare l’Italia di una rete moderna. Lo scorporo della rete, la creazione di una nuova forte realtà infrastrutturale, la possibile quotazione in Borsa con una presenza di garanzia dello Stato potrebbero essere le tappe di un progetto industriale capace di generare valore per Tim e anche di soddisfare il mondo politico.

Pur in assenza di un nuovo esecutivo, nessun partito ha espresso dubbi o contrarietà all’ingresso della Cdp in Tim. Contenti i grillini che puntano su un ruolo più deciso della Cassa nelle politiche industriali, contenta la destra e soprattutto Berlusconi che non vede l’ora di allontanare Bollorè e magari di creare un asse tra Mediaset e Tim. Il Pd tace, nessun segno di vita anche in questo caso.

Adesso bisognerà attendere l’assemblea degli azionisti del 24 aprile per conoscere l’esito di questa partita sul futuro delle telecomunicazioni italiane, una partita feroce tra l’avvoltoio americano e il bullo francese. Si possono però segnalare un paio di curiosità. Ad esempio: non si capisce come mai la decisione della Cdp di entrare nel capitale Tim sia stata anticipata il giorno precedente la delibera del consiglio facendo così lievitare i prezzi e il costo dell’operazione. C’è stata una fuga di notizie? E magari c’è qualcuno che ci ha guadagnato? In Italia esiste il reato di insider trading.

C’è poi da segnalare il caso di Franco Bernabè, consigliere di Tim, già ai vertici dell’Eni e poi di Telecom vent’anni fa all’epoca della scalata Olivetti. Bernabè, che in un simpatico siparietto su La7 è stato indicato dalla sua amica Lilli Gruber come possibile candidato premier di un governo istituzionale, sembra conquistato dalla causa dei francesi e certo non condivide l’ingresso ingombrante dello Stato. Legittimo. Però è strano perché all’epoca della scalata Olivetti propose di vendere Telecom alla Deutsche Telekom, bella impresa ma saldamente nelle mani dello Stato tedesco.