Labour, se The Many
pensano come
se fossero the Few

Spesso la semplificazione diventa inevitabile, perché rinvia ai limiti della cultura prevalente della società in un dato momento storico. Così gli individui, di fronte ad una situazione di impotenza e di ingiustizia subita, invece di cercare una comprensione nella dinamica dei rapporti sociali che evolvono contro di loro, imputano la loro sofferenza alla prevaricazione del potere altrui: l’Euro, il capitale finanziario, gli evasori, i politici corrotti, l’immigrazione e via elencando. Non che questi problemi non ci siano, ma quando si parla di una crisi sociale che si porta avanti da qualche decennio, essi sono soprattutto sintomi, ossia la febbre di un male profondo che richiede una diagnosi più complessa.

La sconfitta del Labour alle ultime elezioni, verificatasi in termini così netti nonostante la proposta di un programma radicale di politiche di welfare in difesa delle fasce più deboli della società, THE MANY come recita lo slogan, ci dice innanzitutto che la crisi rappresenta una sfida culturale di più ampio respiro rispetto alle soluzioni offerte da quel tipo di proposte.

La domanda da cui partire

La domanda principale dalla quale io partirei dopo questo deludente risultato è: come mai, dopo nove anni di politiche liberiste e di austerità, una maggioranza trasversale di elettori, inclusa una parte di coloro che hanno subito maggiormente gli effetti di quelle politiche, hanno confermato la loro fiducia nel governo dei conservatori?

Nel cercare una risposta, vorrei innanzitutto evitare quell’approccio semplificatorio che vorrebbe individuare dei colpevoli nelle ragioni di un tale esito: il cattivo trattamento dei media nei confronti del Labour, le bugie dei Tories, ovvero la campagna denigratoria nei confronti di Corbyn, o all’opposto la sua esaltazione come leader di sinistra radicale.

Jeremy Corbyn

Non solo, ma giustificare il risultato delle elezioni con l’ambiguità del Labour sulla scelta della Brexit a me sembra una ragione debole e fuorviante. In fondo il voto sulla Brexit andrebbe a sua volta spiegato. Come molte analisi del voto hanno confermato, dietro il voto per la Brexit vi sarebbe una protesta contro le istituzioni europee per riconquistare una maggiore sovranità nazionale. Perché allora non ha convinto il programma di nazionalizzazioni e di spesa pubblica nazionale proposto dal Labour?

Il tentativo di individuare colpevoli è certamente un meccanismo di negazione. Ma come ci insegna la psicanalisi, se questo meccanismo può aiutare a superare momentaneamente una frustrazione, il rimosso può tornare a presentarsi più tardi in forme ancora più distruttive.

Proviamo dunque ad affrontare il problema da una diversa prospettiva. Perché non prendere in considerazione l’idea che la narrazione dei Tories continui ad essere più attraente per la maggior parte degli elettori, THE MANY? Perché non accettare che la maggioranza degli esclusi, se è pur vero che chiede protezione, lo fa per ottenere più libertà dallo Stato? Perché non partire dalla constatazione che coloro che soffrono di un’ingiustizia sociale sono alla fine confusi, e spesso sanno poco o nulla del cambiamento necessario per la società?

In altre parole, il Labour dovrebbe considerare seriamente la possibilità che nella società si sia sedimentata sempre più l’idea che la privatizzazione del Sistema Sanitario Nazionale (NHS) possa essere una soluzione e non un problema. Una società dove i molti (THE MANY) credono che solo le imprese creino lavoro, che sia il potere del denaro che genera ricchezza, che la diseguaglianza sia un fatto naturale e l’egoismo sociale sia il motore del progresso. Ovvero che è il mercato a premiare i pochi (THE FEW), e quindi essi meritano il loro privilegio.

La percezione del privilegio

La cosa che mi ha lasciato molto perplesso durante questa campagna elettorale, è stata questa ossessione del Labour di dimostrare la copertura finanziaria per ogni proposta del proprio manifesto, applicando una sorta di pareggio di bilancio al suo programma. Come se il denaro dovesse “regolare ogni passo della vita” (J.M.Keynes) Questo è significativo di come lavora l’ideologia e di come, spesso inconsapevolmente, si è intrappolati nelle stesse catene culturali degli avversari.

Dunque il Labour dovrebbe cominciare a guardare la crisi principalmente come ad una sfida culturale che vada oltre l’intervento dello stato per redistribuire le risorse. Non si tratta di conquistare una vittoria elettorale con qualche tacca in più ma di cambiare la cultura di una società.

I sudditi pensano di essere sudditi perché il re è re, ma è altrettanto vero che il re è re perché essi continuano a comportarsi come sudditi.

Partire da questa debolezza dei molti (THE MANY), aiuta a comprendere perché il potere ha gioco facile ad avvelenare i loro pozzi, arruolando la grande maggioranza degli uomini alle proprie dipendenze e lasciando senza eserciti coloro che vorrebbero un mondo migliore.

Un potere in fase di dissoluzione

Io penso che il potere del denaro, il consumismo, continui a sedurre i molti (THE MANY), tanto quanto i pochi (THE FEW). Come brillantemente spiega Marx: “Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella tra le donne. E quindi io non sono brutto, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsiva, è annullata dal denaro. Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono storpio. Io sono un uomo malvagio, disonesto, senza scrupoli, stupido; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore.”

Questo potere è in fase di dissoluzione. La crisi, infatti, non è altro che il disgregarsi dei rapporti dati, della cultura dominante, con l’emergere di una crescente difficoltà a continuare a svolgere la vita umana sulla base di quel potere. I pochi, THE FEW, sentendosi appagati, credono ingenuamente di poter continuare a praticare il loro privilegio senza conseguenze.

La sconfitta del Labour è un’opportunità per confrontarci con i molti, THE MANY, offrendo loro non soltanto un manifesto di politiche di welfare, ma la speranza di un nuovo mondo nel quale la più grande ricchezza di un essere umano non sia nel denaro, ma in un altro essere umano.

È una traversata nel deserto quella che abbiamo di fronte.

Se non saremo capaci di confrontarci con la verità la crisi non potrà essere superata e sarà inevitabile la rovina della società intera.

Impariamo la lezione dalla sconfitta e dimostriamoci all’altezza della sfida. Non trasformiamo la sconfitta in oblio.