Terzo settore, una legge
con troppi “buchi”
non ancora operativa

Quasi tre anni fa, e finalmente, il Parlamento aveva approvato quasi all’unanimità la riforma (meglio: la completa ristrutturazione) del Terzo Settore: l’atteso, profondo rinnovamento della disciplina su volontariato, onlus, cooperazione sociale, associazionismo no-profit, imprese sociali, servizio civile. Ebbene, la legge-delega è ancora praticamente lettera morta, non può essere operativa: manca infatti la più parte dei decreti applicativi che il governo deve emanare ma dopo una stringente valutazione delle Camere.

Mancano ancora trenta decreti attuativi

Per incredibile che possa essere il codice del Terzo Settore richiede ben 24 decreti, ma ne sono stati varati appena 9, e 4 in fase di elaborazione; circa l’impresa sociale, dei 12 atti applicativi ne sono stati adottati appena 3; mancano ancora i decreti sul 5 per mille e sul servizio civile. Insomma, risultano ancora da approvare una trentina di decreti applicativi dei 43 previsti, e solo 7 risultano in fase di elaborazione.

Di più, non c’è ombra del registro unico del Terzo Settore, indispensabile per tracciare in modo coerente il perimetro delle 35mila organizzazioni coinvolte (dalla sanità allo sport dilettantistico, dalle coop sociali al consumerismo) con la conseguente impossibilità dell’attribuzione di misure di sostegno e di corrispondenti obblighi. Ancora, il governo non ha trattato con l’Ue sulla compatibilità delle previsioni fiscali con la normativa comunitaria e quindi tutti gli incentivi fiscali previsti non sono tuttora applicabili.

E dire che la costellazione del Terzo Settore ha registrato nell’ultimo decennio una crescita superiore a quella di qualsiasi altro settore produttivo (+28% degli organismi, +39,4 degli addetti, un milione di lavoratori, cinque milioni di volontari…), una costellazione che rappresenta una delle risorse più variegate e importanti del tessuto economico-sociale anche sotto il profilo della tutela sociale. Il 38% ha natura mutualistica; nella sola assistenza sociale operano 25mila organismi e coinvolge 225mila addetti; il settore cultura-sport-ricreazione assorbe quasi 200mila realtà.

Le associazioni chiedono un confronto urgente

Insomma, ora la vera posta in gioco sono i decreti attuativi. Vero è che il Terzo Settore viene finalmente definito “in positivo”: non più mera (seppure importante) attività no-profit ma “il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento senza scopo di lucro di finalità civili, solidaristiche e di utilità sociale, e che – in attuazione del principio di solidarietà – promuovono e realizzano attività di interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e di scambio di beni e servizi”.

Ma la legge-delega fissa ancora solo generici criteri da cui partire per i decreti delegati. Quindi, soprattutto le tre confederazioni sindacali e partiti e movimenti della sinistra non accettano decreti a scatola chiusa, e pretendono, prima della stesura materiale dei decreti, un confronto reale, incisivo, tra il governo e le parti interessate. Questo perché le Camere hanno sì il diritto di esprimere sui decreti tutte le riserve e le correzioni che riterranno di esprimere (ancora nessun decreto è passato al vaglio parlamentare), ma il loro parere, se è “obbligatorio” non è però anche “vincolante”: cioè il governo può ignorare ogni rilievo.

Un particolare significativo dell’atteggiamento del nuovo governo è stato denunciato, in una interrogazione urgente al ministro del lavoro dai deputati dem Lepri, Serracchiani, Carla Cantone, Fiano e altri: a quasi cinque mesi dal suo insediamento, non è stata ancora attribuita ad un sottosegretario la delega sul Terzo Settore. Come dire che non c’è neanche l’interlocutore, nell’esecutivo, per trattare, discutere, confrontarsi sul merito dei decreti…E dire che tre anni fa il varo della legge fu salutato – e giustamente – come “un pilastro della legislatura”. Gettate le fondamenta, manca tutto il resto.