Tav Torino-Lione, Parigi non ci crede più

In Italia è un tema del tutto assente dalla campagna elettorale, in Francia il governo mantiene sul punto un insistito, scrupoloso silenzio: il Tav Torino-Lione, la linea ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe collegare le due città attraverso un lungo tunnel sotto le Alpi, è scomparso dai radar del dibattito pubblico. Come racconta in un lungo e dettagliato articolo il sito d’informazione francese “Mediapart”, il primo ministro francese Edouard Philippe durante la sua visita del gennaio di quest’anno in Savoia – dunque nel cuore del tracciato – non ha detto una parola sulle intenzioni del suo governo riguardo all’opera, mentre nel dicembre scorso il ministro dei trasporti Elisabeth Borne, ha dichiarato pubblicamente che fino a oggi lo Stato francese non ha impegnato un solo euro per finanziare i lavori.
Eppure il cantiere del Tav Torino-Lione è aperto e funzionante: sia dal lato francese che da quello italiano si stanno scavando le gallerie geognostiche propedeutiche al tunnel di attraversamento delle Alpi, oltre 50 chilometri, che dovrebbe collegare la Val di Susa con la Savoia. Solo che fino ad ora i soldi necessari a questi lavori preliminari li ha messi tutti l’Unione europea, che pure in base agli accordi tra Roma, Parigi e la Commissione di Bruxelles dovrebbe contribuire soltanto al 40% dei 20 e più miliardi stimati come costo complessivo dell’opera.

L’impressione è che l’amministrazione Macron si stia convincendo che la Torino-Lione è un’opera costosissima e poco utile, ma non sappia come chiamarsene fuori. Quanto all’Italia, da noi il dibattito sul progetto si è sviluppato come uno scontro tra opposte tifoserie: i “No Tav” contrari per principio all’idea delle “grandi opere” in cui vedono la personificazione dello Stato accentratore che impone le sue volontà a comunità locali inermi, i “Sì Tav” che in modo altrettanto aprioristico indicano nel Tav Torino-Lione, proprio in quanto “grande opera”, un simbolo automatico di progresso.

Sotto questa “guerra di religione” sono rimaste seppellite le ottime ragioni per dichiarare la Torino-Lione un’opera inutile, i cui costi superano di gran lunga i benefici che porterebbe. Come pochi volenterosi hanno continuato in questi anni a ripetere, sommersi dal rumore di fondo di “No Tav” e “Sì Tav”, con risorse molto inferiori a quelle che servono per costruire la galleria italo-francese, si potrebbero ottenere vantaggi tanto maggiori in termini di efficienza ed efficacia del servizio di trasporto ferroviario delle merci e dei passeggeri in quest’area; per esempio, guardando all’Italia, invece che scavare il tunnel sarebbe molto più conveniente – più rapido, meno costoso, più utile – ammodernare la linea storica e potenziare il nodo ferroviario intorno a Torino.


La pensava così, pochissimi anni fa, niente meno che Matteo Renzi. Nel suo libro del 2013 “Oltre la rottamazione” scriveva: “La Tav? Non è un’opera dannosa, ma inutile. Soldi impiegati male. Rischia di essere un investimento fuori scala e fuori tempo”. Come su tanto altro, diventato capo del governo Renzi ha cambiato idea, iscrivendosi pure lui al club degli “ultrà” filo-Tav.

Toccherà ai vincitori delle elezioni del 4 marzo, se ci saranno, scegliere tra prolungare l’agonia di un investimento senza logica e senza futuro o allinearsi ai cugini francesi e alzare le braccia ammettendo: “Meglio finirla qui”.