La campagna dei partiti
“dimentica” i precari

Cinquemilatrentasette candidati per un posto di infermiere, una sproporzione macroscopica: a Parma hanno dovuto affittare il Palacassa per il concorso e poco importa se alla fine si sono presentati in tremila, resta un’enormità. Un posto di lavoro sicuro, per questo si concorreva, per questo i cinquemila avevano in tasca la laurea triennale. Chiedono troppo? Si direbbe di sì. Il lavoro sicuro non è di questi tempi, e a guardare l’ultimo rapporto dell’Inps non c’è alcuna inversione di tendenza sulla precarietà.

Qualche dato: nei primi undici mesi del 2017 i contratti a tempo indeterminato sono calati del 4,5% sullo stesso periodo del 2016. Se ci si ferma al solo mese di novembre, abbiamo un crollo del 30,3% rispetto allo stesso mese del 2016. Nel 2016 erano in vigore gli incentivi contributivi per le assunzioni stabili, ma ridotti rispetto al 2015 quando, anche grazie allo sgravio contributivo triennale totale per i contributi previdenziali, furono stipulati 200.536 contratti a tempo indeterminato.

Per contro, sempre tra gennaio e novembre scorsi, si è registrata una forte crescita dei contratti a termine: ne sono stati firmati 4,4 milioni con un aumento di oltre 910mila unità rispetto al 2016 (più 26%). C’è stato poi un boom dei contratti a chiamata grazie anche all’addio ai voucher: sono passati dai 179mila del 2016 a 392mila nel 2017 con un aumento del 119,2%. L’Inps segnala con l’aumento dei contratti a termine e dell’apprendistato (+13,9%) anche l’incremento dei contratti di somministrazione (+20,3%). Ed è così che va scomposta la crescita dei posti di lavoro: è quasi tutta precaria.

I dati dell’Inps sono solo gli ultimi in ordine di tempo e ormai sulla precarietà sappiamo tutto, sappiamo anche che in assenza di prospettive di lavoro stabili anche immaginare il futuro diventa difficile. Ma se è vero che i problemi esistenziali riguardano solo chi li vive, così non è per gli effetti negativi che la precarietà ha sulla crescita economica, sulla sostenibilità del sistema previdenziale oltre che sulla migrazione dei nostri giovani. Se questo è il contesto ci si aspetterebbe dalle forze politiche impegnate nella campagna elettorale una presa in carico seria del dramma della precarietà nel lavoro. E invece mai come questa volta il baricentro delle politiche economiche si è spostato su altro: sulle tasse, sulle pensioni, cioè su fette di popolazione (ed elettorato) non direttamente alle prese con il problema della disoccupazione. Anche Berlusconi, the revenant, che a suo tempo mise la faccia sotto la promessa mai mantenuta di un milione di posti di lavoro, questa volta sceglie altri claim. C’è, è vero, una trasversale pletora di proposte sul sostegno alla povertà: il reddito di cittadinanza diversamente declinato ha preso il posto del reddito tout court, e si ha l’impressione che si trascuri di combattere la povertà con lo strumento più efficace: il lavoro. Si parla più di fisco che di economia reale, più di welfare che di occupazione, la sintesi è un po’ tranchant ma non si discosta molto dalla realtà. Per carità, di ricette se ne sentono ma al momento suonano come slogan: il M5S ha scelto di puntare sul reddito di cittadinanza (780 euro netti al mese per i single, 1950 per i nuclei familiari con due figli), una promessa molto precisa a fronte di un’inesistente indicazione sulla copertura finanziaria. Così come generico resta l’obiettivo di una drastica riduzione della disoccupazione tra i giovani attraverso non ben definiti investimenti in innovazione tecnologica in grado di moltiplicare i posti di lavoro.

Punta all’azzeramento della povertà assoluta anche il programma del centrodestra che in fatto di lavoro (e di precarietà, a proposito) propone il ritorno ai voucher e ancora apprendistato, stage, formazione e lavoro stabile con l’obiettivo della piena occupazione per i giovani. Come? Nelle ultime ore ha preso forma la ricetta di rafforzare significativamente gli sgravi contributivi a favore dell’impresa che stabilizza i giovani lavoratori: zero tasse e contributi per sei anni per le assunzioni di under 35 con contratto di primo impiego. I costi? Ogni punto di cuneo tagliato sui nuovi contratti a tempo indeterminato costa inizialmente 1 miliardo di euro, per stabilizzarsi a circa 2,6 miliardi. Un costo alto, al momento senza copertura.

La proposta della destra ricalca l’impianto della politica di questi anni dei governi a guida Pd, politiche di cui i Dem annunciano il proseguimento: tagliare il cuneo di quattro punti nei quattro anni della prossima legislatura, la contribuzione per i nuovi assunti a tempo indeterminato passerebbe così dal 33 al 29%.

Ma gli incentivi a stabilizzare il lavoro, per sottrarlo alla precarietà, funzionano? Nel 2015, anno di introduzione della decontribuzione, si è visto che l’81% della crescita occupazionale (nuova o trasformata) era costituita da contratti a tempo indeterminato. Terminata la decontribuzione totale, nel 2016 i contratti stabili sono crollati al 27% con rinnovata avanzata dei contratti a termine. Un quadro che, come si è visto con gli ultimi dati, si è cristallizzato, anzi peggiora. A favorirlo, non solo lo scarso appeal del contratto a tutele crescenti introdotto con il Jobs act che, dove è stato applicato, ha creato una sorta di apartheid tra giovani e vecchi lavoratori, ma soprattutto la liberalizzazione dei contratti a termine introdotta con il decreto Poletti del 2014: si possono rinnovare per cinque volte nel corso di tre anni, senza rispettare alcuna causale. E’ chiaro che per un datore di lavoro non c’è alcuna necessità di ricorrere a un altro tipo di contratto. Ecco, forse ripensare il decreto Poletti potrebbe essere una buona proposta altrimenti non restano che gli incentivi la cui spinta propulsiva, tuttavia, finisce quando si chiudono i cordoni della borsa.

Di certo il Pd non toccherà il Jobs act; quanto al centrodestra, che nei giorni scorsi lo aveva brutalmente attaccato, ora si limita a parlare di correttivi. Il M5S, parla invece di superamento. Decisa è invece la condanna di Liberi e Uguali che con il leader Pietro Grasso sostiene che, grazie alla riforma di Renzi, 9 posti di lavoro su 10 sono precari. Per LeU il Jobs act va smantellato e vanno ripristinate le tutele per i licenziamenti ingiustificati oltre alla reintroduzione delle causali per i contratti a termine in modo da arginarne la crescita.

Restano sullo sfondo del confronto appena iniziato tutti i temi relativi alle politiche attive del lavoro: in questo Paese domanda e offerta di lavoro non si incontrano, la sinergia tra uffici di collocamento e agenzie private non decolla, la formazione necessaria per spostarsi da un’occupazione all’altra quasi non esiste, alla prima sperimentazione dell’assegno di ricollocazione ha aderito solo il 10% dei 27mila disoccupati a cui era diretta. E neanche si promuove l’autoimprenditorialità, come sa bene chi va a chiedere un prestito per provare a fare da sé.