Taranto tra due paure:
il mostro e
la disoccupazione

Taranto è attanagliata dalla paura. Ha paura del dolore, delle malattie ed ha paura del futuro. Un futuro di miseria, come sostengono Confindustria e sindacati confederali. O quello in cui si dovrà continuare a sopportare i lutti, le finestre serrate, i bambini chiusi in casa e i balconi senza panni stesi.

La politica non fa i conti con l’ambiente

taranto ilva arcelor mittalI tarantini, quelli che vivono in città e che vedono le ciminiere fumanti e quelli dei comuni in provincia da dove parte gran parte della forza lavoro che le ciminiere alimenta, hanno paura di essere considerati ancora un prodotto industriale indispensabile al Paese, all’acciaio, a quella politica industriale che da mezzo secolo non ha ancora chiuso i conti con l’ambiente. Ma i tarantini hanno anche paura di tornare a fare i migranti, lasciare o svendere le case dei quartieri industriali acquistate con un mutuo o ereditate o assegnate loro dall’Istituto autonomo case popolari.

Non ha paura chi vive lontano

Non tutti hanno paura. Non ha paura o ne ha poco chi vive lontano dal mostro, chi ne trae vantaggi, guadagni, chi ci campa con il mostro. Non ce l’hanno per niente gli imprenditori dell’indotto che senza il mostro chiuderebbero battente.

Anche la politica ha paura. Paura di un possibile gioco sporco di Arcelor Mittal che dietro la pretesa dell’immunità penale si possa nasconda un’analisi negativa sui profitti. Due milioni di perdita al giorno non può essere un affare neanche per il colosso franco egiziano che di acciaieria ne hanno in altre parti del mondo dove le Procure non sequestrano gli impianti e non arrestano chi li gestisce.

L’allarme della Chiesa

Un allarme, lucido, sullo stato delle cose, è quello che lancia la chiesa, l’unica, tra tanta confusione, a mettere sul tappeto i veri rischi con le responsabilità.
«Il disastro ecologico e sociale è alle porte, per l’ex Ilva servono patti chiarissimi», dice l’arcivescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, che invita il governo a non nascondersi dietro l’alibi dello scudo penale.

«La questione – dice il presule che è a capo della commissione Cei per i problemi sociali e il lavoro – non è tanto lo scudo penale, ma la scelta di Arcelor Mittal di rimanere o di andarsene. Il punto però – prosegue – è che ci vuole una manifestazione chiara di che cosa si vuole fare per continuare ad andare avanti». Il vescovo invita al dialogo: «Ci potrebbe essere ancora da parte del governo qualche segnale, qualche formula di garanzia che renda possibile la continuità della produzione, ma a dei patti chiarissimi che consentano lo sviluppo».

Trent’anni di noncuranza

Il vescovo poi ricorda un episodio che è un atto d’accusa nei confronti dei governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni. «Questo disastro viene da lontano. Nel 1989 – ricorda il monsignore – Giovanni Paolo II venne a Taranto e disse: “È suonato il campanello di allarme”. Il Papa – sottolinea l’arcivescovo Santoro – indicava una produzione non a danno dell’uomo, piani di sviluppo alternativi, lo aveva detto 30 anni fa. Il fatto è che siamo alla noncuranza da tanto tempo. C’è stata una lungimiranza mancata da parte della politica, dell’azienda, perché a quell’epoca già cominciava Riva che ha pensato solo a fare l’acciaio e non ad avere un rapporto positivo con l’ambiente e la città».

tarantoC’è poi la voce di chi ha più diritti di tutti a parlare. Sono le famiglie dei lutti e delle malattie, i genitori dei bambini che non ce l’hanno fatta. A loro poco importa se un Paese non ha un piano industriale, se per fare le lavatrici bisognerà acquistare l’acciaio cinese che non è buono o se qualche industriale che non tutela i propri lavoratori va in galera. Loro, che hanno fatto i conti con il dolore, quello che ti strappa un figlio dalla culla. Così l’Associazione Genitori Tarantini l’altro giorno ha raccolto i dati della vera paura e li ha sbattuti in faccia a chi ventila lo spettro della disoccupazione e la miseria.

La voce dei genitori tarantini

«Qui le malattie iniziate in gravidanza raggiungono il 45% in più della media regionale; qui, l’eccesso di mortalità entro il primo anno di vita è superiore del 20% rispetto alla media regionale; qui, l’incidenza tumorale nella fascia di età compresa tra 0 e 14 anni è del 54% in più, mentre la mortalità infantile raggiunge un +21%, sempre rispetto alla media. Nei bambini che vivono nei quartieri vicini al siderurgico si riscontra un deficit cognitivo di 10 punti rispetto ai loro coetanei di altri quartieri della città. Qui la diossina viene somministrata ai piccoli già attraverso l’allattamento al seno. Qui, quando il vento proviene da nord-ovest, i bambini non possono andare a scuola, le finestre delle abitazioni del quartiere più prossimo all’acciaieria devono restare chiuse, e i cardiopatici, chi ha problemi respiratori e gli ultrasessantacinquenni devono restare chiusi in casa».