Taranto inquinata
il pasticcio Ilva

Che la città di Taranto non abbia mai occupato posti allegri nelle varie graduatorie sulla qualità della vita, è cosa risaputa e persino sopportata dai tarantini, popolo abituato al peggio. L’ultima classifica del Sole24Ore è una conferma. D’altra parte, quale altro valore potrebbe avere un luogo dove le probabilità di morire di tumore sono tra le più alte d’Europa? Dove quando c’è il vento che soffia da Nord scatta il coprifuoco, con le scuole chiuse e l’invito alle famiglie a tenere le finestre serrate e i bambini in casa? E dove i frutti del suo mare sono contaminati dalla diossina come anche i suoi formaggi e persino il latte materno? 

Eppure Taranto è la città dei musei, degli ori della Magna Grecia, delle terrazze sullo Jonio, è la città con due mari, dei delfini, delle isole, dell’estate tutto l’anno, dei pescherecci al molo. Taranto è stata la città di Alessandro Leogrande, per citare l’ultimo personaggio che tutta Italia ha pianto. 

E basta? Purtroppo no, perché Taranto è anche la città dell’acciaieria, dell’Ilva, delle ciminiere nei giardini e delle polveri di metallo sui parchi pubblici e sui balconi delle case. Di quelle polveri che tengono i bambini chiusi in casa quando c’è vento, le stesse polveri che entrano nei polmoni e nel sangue di chi poi si ammala. L’Ilva, però, è anche quella che fa campare tante famiglie, malate o no, le fa campare, rassegnate e perdenti di fronte all’arma del ricatto occupazionale: o la fame o la malattia e se ti va proprio male, la morte. Ecco la grande contraddizione di questo territorio e del perchè dovrà accontentarsi degli ultimi posti nelle classifiche. 

Sino a quando durerà questa rassegnazione è difficile dirlo. I tempi sembrano maturi, la rabbia sta montando ed è proprio di queste ore la notizia che rischia di farla esplodere: il ministro per lo sviluppo economico, Carlo Calenda, ha annunciato l’interruzione del negoziato tra probabili acquirenti dell’Ilva, la “Am Investco” e i sindacati. Motivo: il ricorso al Tar presentato dal presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, contro il decreto sul piano industriale dello stabilimento di Taranto che secondo il governatore allungherebbe i tempi dell’ambientalizzazione degli impianti. Se il tribunale amministrativo dovesse annullare il decreto salva Ilva, gli impianti sarebbero fuorilegge e quindi avviati per legge allo spegnimento, con disastrosi effetti sull’occupazione. Con una situazione di questo tipo nessun investitore sarebbe più interessato ad acquisire lo stabilimento. Non solo. L’eventuale perdita d’efficacia del decreto, farebbe venir meno la speciale immunità penale, da attuali e futuri danni ambientali (che come è facile comprendere qui a Taranto si sprecano), concessa ai commissari straordinari che gestiscono l’azienda Ilva e che sono già pronti a lasciare. 

Per tutto questo i sindacati, quelli almeno confederali, sono contro la Regione Puglia e, questa volta al fianco del ministro Calenda, si preparano alla mobilitazione. 

E i tarantini? I residenti, la gente della strada, le madri dei figli rinchiusi in casa perché c’è vento, quelle che ogni giorno lavano la polvere color ruggine dagli infissi e sui vetri, cosa ne pensano?  Li rappresenta bene il loro sindaco, Rinaldo Melucci che finalmente alza la voce e con queste parole non gliele manda a dire a Roma: «Venga a Taranto a parlare di miliardi di progetti il ministro Calenda. Venga qui il viceministro Bellanova a dirlo alle associazioni di cittadini e genitori tarantini che devono attendere il 2023 prima che si valuti quanto e come si ammalano irrimediabilmente. Vengano i commissari a spiegare in piazza alle nostre imprese che in quei miliardi non si trova il becco di un quattrino per l’indotto, mentre imprese lombarde e liguri ancora lucrano in questo momento in uno stabilimento moribondo. Che guardino negli occhi orfani, malati e lavoratori tarantini e dicano che l’acquisizione è a rischio, se per caso il sindaco o il governatore si azzardano a scandalizzarsi davanti ai fiumi rossi della città nei giorni di pioggia». Gli fa eco un’anziana signora, una delle nonne del martoriato quartiere Tamburi, il più vicino alle ciminiere e ai minerali del siderurgico. «Ma in che mondo viviamo? Invece di chiudere chi inquina, chiudiamo le scuole?».

i