Il girotondo dei bambini
contro l’inquinamento
dell’acciaieria ex Ilva

Una rivoluzione silenziosa e pacifica è in corso a Taranto. È quella delle famiglie stanche di contarsi i lutti, delle mamme, degli ambientalisti che, per una volta senza partiti e sindacati, si battono contro l’inquinamento industriale e contro il potere costituito. Contro il comune e lo Stato che invece di chiudere la fonte che inquina, ordina la chiusura delle scuole e costringe gli abitanti del quartiere Palo VI a ridosso dell’acciaieria a rifugiarsi in casa quando c’è vento. Cittadini capaci di fare paura quando decidono di assediare l’ingresso della Prefettura dove è in corso una riunione tra sindaco di Taranto e i funzionari dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale venuti da Roma e ad occupare il municipio mettendo spalle al muro il sindaco Rinaldo Melucci costretto a firmare un documento in cui si impegna ad adottare provvedimenti importanti come la costituzione dell’Osservatorio sulla Salute per la valutazione preventiva dell’impatto ambientale e sanitario non escludendo «l’eventualità di assumere provvedimenti di fermo degli impianti».

Tutto in dieci giorni

Ad accendere la miccia, il 25 febbraio scorso, è stata la «Fiaccolata per i nostri Angeli», l’iniziativa organizzata dall’associazione «Genitori tarantini» in memoria dei bambini morti di cancro e di tutte le vittime di malattie riconducibili all’inquinamento industriale. Una manifestazione riuscita oltre le migliori aspettative con migliaia di manifestanti, si parla di almeno diecimila, con un toccante corteo silenzioso che ha attraversato le strade del centro di Taranto aperto dai genitori dei bambini morti per tumore con le croci bianche e le foto dei propri bimbi. «Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un solo bambino» era la frase di uno striscione che è stata la parola d’ordine della protesta silenziosa.

Pochi giorni dopo, il 2 marzo, il coordinatore nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli denuncia uno spaventoso aumento della diossina nell’aria. Citando dati dell’Arpa, l’agenzia regionale per l’ambiente della Puglia, l’ambientalista con il presidente di Peacelink Alessandro Marescotti, diffonde la notizia secondo cui «in un anno il valore della diossina a Taranto è aumentato del 916% passando da 0,77 picogrammi del 2017 a 7,06 picogrammi del 2018.

Bonelli sostiene che «sono in aumento le diossine anche nell’area dell’agglomerato del siderurgico con un valore di 11 picogrammi, e nel quartiere Tamburi, in via Orsini, con valore pari 5,5 picogrammi. In altri paesi europei come Francia e Germania – sottolineano – i valori limiti sono pari a 5 e 4 picogrammi». L’Arpa, che non aveva reso pubblici i dati finiti nelle mani di Peacelink, è costretta a confermarli contestando la genericità delle elaborazioni illustrate da Bonelli povere di dati di confronto.

Lo stesso giorno, 2 marzo, il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci firma un’ordinanza di chiusura temporanea, sino al 31 marzo, di due plessi scolastici del rione Tamburi, il De Carolis e il Deledda. Il 5 febbraio i carabinieri del Nucleo ecologico avevano sequestrato un’area di nove ettari all’interno dello stabilimento perché sospettate di contenere, sotterrate, tonnellate e tonnellate di rifiuti industriali pericolosi. Le «collinette» confinano con il quartiere Tamburi e con le due scuole, pertanto il primo cittadino cittadino è preoccupato per i potenziali rischi e chiede ulteriori accertamenti da parte dell’Arpa. I due istituti approntano un piano per trasferire gli scolari in altri plessi distanti dal quartiere industriale.

La misura è colma

Le «collinette della paura», i dati sulla diossina diffusi da Peacelink, le migliaia di fiaccole accese e il lungo corteo muto accompagnato da un lugubre rintocco di campane suonate a morto, le gigantografie dei bambini morti, hanno risvegliato gli animi sopiti dei tarantini per troppi anni intrappolati dal ricatto occupazionale: inquinamento o disoccupazione.

Così, il 4 marzo, la prima mossa che meraviglia tutti e spaventa i vertici di Arcelor Mittal, la società indiana proprietaria del siderurgico appartenuto ai Riva e prima ancora allo Stato: gli abitanti del quartiere Paolo VI accompagnati da esponenti delle associazioni ambientaliste si portano in corteo davanti all’ingresso degli uffici dello stabilimento e chiudono il cancello con una catena. Poi incollano un cartello con la scritta: «Oggi vi chiudiamo noi». La provocazione riaccende la rabbia e decine di tarantini si recano davanti alla sede della «fabbrica chiusa» per mettere il proprio nome sul cartello bianco.

L’8 marzo esplode la protesta

In Prefettura è in corso un vertice tra Comune di Taranto e funzionari dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Si parla delle criticità ambientali degli ultimi giorni a Taranto e sotto accusa è la Arcelor Mittal. All’incontro era stato prevista la presenza del ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, che non si presenta. Un migliaio di manifestanti cerca di sfondare il cordone della polizia che protegge l’ingresso del Palazzo di Governo. Volano parole grosse tra forze dell’ordine e cittadini, si sfiora lo scontro. La protesta si sposta in piazza municipio dove un centinaio di tarantini, molte famiglie del quartiere Tamburi, tante mamme con i propri figli, sale la grande scalinata del Palazzo di città e lo occupa. Al termine dell’incontro in Prefettura, il sindaco Rinaldo Melucci con l’assessora Francesca Viggiano tornano in municipio e vengono accerchiati pacificamente dai manifestanti che chiedono un incontro. Non ci sono esponenti di partito. Al termine dell’incontro viene stilato un documento, storico per la città di Taranto.

Uno stralcio del testo

«Nell’incontro che si è tenuto stamattina a Palazzo di Città tra il Sindaco, l’assessore Francesca Viggiano e una delegazione cittadina si è convenuto di tracciare la strada che porterà alla costruzione di un percorso condiviso di provvedimenti ed atti finalizzati ad una sempre maggior tutela della salute della cittadinanza come ad esempio: attivazione dell’Osservatorio sulla Salute, valutazione preventiva dell’impatto ambientale e sanitario, costituzione di un tavolo permanente di confronto; … il Sindaco si è impegnato a proseguire nella salvaguardia dei diritti dei cittadini attraverso ulteriori provvedimenti utili, senza alcuna preclusione, che confermino la comune volontà politica di tutela della salute. Tra i citati provvedimenti, in ossequio al principio di massima precauzione, non si esclude l’eventualità di assumere provvedimenti di fermo degli impianti».

Scende in campo la Regione Puglia

Arcelor Mittal si difende. Gli impianti, sostiene la proprietà, marciano secondo i più alti standard disponibili e la produzione è pienamente conforme a tutte le regole dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia).
Ma è qui che s’inserisce il presidente della Regione Puglia che sempre l’8 marzo, sfodera un altro colpo di scena. Michele Emiliano chiede formalmente al ministero dell’Ambiente la revisione dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) dello stabilimento Arcelor Mittal. Non solo. Il governatore chiede la rimessione alla Consulta di alcune parti dei decreti «Salva Ilva» (ben 12 emanati dai precedenti governi) e, in caso di accoglimento dell’istanza di riesame, «la contestuale immediata riduzione al 50% dei livelli di produzione del siderurgico attualmente autorizzati, e la drastica riduzione del carico di inquinanti per la matrice aria, quale ulteriore garanzia della riduzione dell’impatto ambientale».

La parte da ridiscutere, per la Regione Puglia e per gli ambientalisti, è l’impunibilità penale di cui gode Arcelor Mittal. Uno scudo giudiziario deciso dal governo Renzi e tollerato dall’attuale giallo-verde, che il giudice delle indagini preliminari del tribunale di Taranto, Benedetto Ruberto, ha ritenuto essere incostituzionale sollevando quindi la questione di legittimità alla Consulta. Il giudice tarantino si chiede in sostanza se «il legislatore abbia finito con il privilegiare, con le ultime norme contenute nei cosiddetti decreti “salva Ilva”, in modo eccessivo l’interesse alla prosecuzione dell’attività produttiva, trascurando del tutto le esigenze di diritti costituzionali inviolabili quali la salute e la vita stessa, nonché il diritto al lavoro in ambiente sicuro e non pericoloso».

L’inizio della riscossa

Sembra l’inizio di un riscatto storico che Taranto e i tarantini attendono e meritano da tempo. Questa volta senza l’aiuto della politica (che è anzi la controparte), tenuta alla larga dalle foto dei bimbi morti, dalla rabbia di un quartiere e dal dignitoso dolore dei genitori che con le loro croci bianche hanno dato la sveglia ad un popolo dormiente.

E’ questo il senso delle parole dell’ambientalista Alessandro Marescotti di Peacelink. «Si chiude una settimana che passerà nella storia delle lotte popolari nonviolente italiane. Taranto ha scritto, con i suoi bambini e con il suo dolore, una delle pagine più luminose della resistenza non violenta alle ingiustizie. La presenza dei bambini ha dato un’impostazione gandhiana alla lotta e ha garantito che la contrapposizione Popolo/Palazzo assumesse una forte valenza simbolica senza degenerare nella contrapposizione fisica. La folla doveva proteggere i bambini da ogni pericolo e per questo ha messo al centro il loro girotondo e la loro voglia di vivere. Questo ha garantito il successo. La forza della mobilitazione è stata centrata sulla fragilità del bene da proteggere: i bambini e la loro salute. E così ai simboli del potere si è contrapposto il potere dei simboli. Don Tonino Bello avrebbe espresso la sua ammirazione».