Di Salvatore: le Camere
non sono poltrone,
dico no alla riforma

“Spero che ci sia spazio per il referendum e mi impegnerò in prima persona per il ‘no‘”. A dircelo è Enzo Di Salvatore, docente di diritto costituzionale presso la l’Università degli Studi di Teramo, a proposito del taglio dei parlamentari. “Non vuol dire – ci spiega – che non possa essere toccato in assoluto il numero dei seggi, ma questo numero non può essere tagliato a caso. E quello del risparmio non è un argomento”. Noto per le sue battaglie a tutela dell’ambiente (è cofondatore del Coordinamento Nazionale “No Triv”, oltre ad aver fatto campagna per il “si” al referendum sulle trivellazioni del 17 aprile 2016) e della Costituzione (si è schierato contro l’Italicum e la riforma Renzi-Boschi), recentemente ha pubblicato La tradizione costituzionale. Cultura giuridica e giurisprudenza (Rubbettino, 2017) e ha curato il volume di Piero Calamandrei L’avvenire dei diritti di libertà (Galaad, 2018).


Professore, perché è sbagliata questa riforma?

Quello che non mi convince della riforma è la sua filosofia di fondo. Anzitutto perché si utilizza l’argomento demagogico del risparmio e quello del “taglio delle poltrone”, che la dicono lunga sulla percezione che i cittadini hanno della politica e del ruolo del parlamentare. Se il problema fosse questo, si sarebbe potuto intervenire diversamente, per esempio riducendo le indennità o le spese che incidono su alcuni settori, come, per esempio, sugli F-35, tentando di rivedere gli accordi che impegnano l’Italia al loro acquisto per il prossimo triennio, e non già riducendo gli spazi della democrazia rappresentativa. Inoltre, la riforma non mi convince perché non si aggancia ad alcun disegno complessivo. Infatti, per quanto il taglio incida formalmente su pochi articoli, bisognerà poi adeguare ad essa anche altri “pezzi” dell’ordinamento giuridico dello Stato, riformando ad esempio i regolamenti parlamentari.

 

A proposito di quest’ultimo aspetto, si parla dell’abbassamento dell’elettorato attivo per il Senato. Verrebbe meno, però, uno dei punti principali che differenzia le due Camere. Che senso avrebbe, in questo contesto, il bicameralismo?

Il bicameralismo, così come era stato immaginato in Assemblea costituente, aveva una sua logica. Per favorire la dialettica parlamentare si pensò ad una Camera “di riflessione”, dove riflettere con maggiore attenzione sulle proposte presentate. Oggi, invece, le forze politiche avvertono il bisogno di accelerare i tempi della discussione e nei fatti si è avuto un progressivo rafforzamento dell’Esecutivo; per cui il Parlamento finisce per essere subalterno al Governo. Anche questo, probabilmente, ha convinto la maggioranza a presentare una proposta di riforma costituzionale, pensando che il numero di parlamentari fosse ormai un problema. Un po’ come con la riforma Renzi-Boschi: si intendeva non solo far sì che si producesse un risparmio per le casse dello Stato, ma anche che si favorisse un’accelerazione della decisione politica. Tuttavia, per fare questo non è sufficiente ridurre il numero dei parlamentari: una riduzione che, peraltro, non è neppure a garanzia della qualità della rappresentanza o della decisione.
A differenza di questa riforma, la Renzi-Boschi affrontava il problema del bicameralismo, pur individuando una soluzione tecnicamente discutibile, perché immaginava una seconda Camera composta da consiglieri regionali e sindaci, anziché dagli Esecutivi regionali. Il bicameralismo andrebbe sì riorganizzato, ma con criterio, ripensando anche al “posto” che deve avere il regionalismo nel nostro Paese, magari istituendo macro-Regioni in luogo della attuali Regioni e adottando criteri diversi in ordine al riparto delle competenze.

 

Ma quindi c’è un criterio con cui è stato scelto il numero da tagliare? Parliamo comunque di circa un terzo dei componenti le Camere.

Non mi pare. C’è piuttosto un altro elemento da sottolineare: Di Maio dice che in Parlamento si presentano troppi emendamenti, troppe proposte e che ciò viene fatto al solo scopo di fare ostruzionismo. A me pare che questa affermazione tradisca una sorta di insofferenza per i meccanismi tipici della democrazia. D’altra parte, anche l’Esecutivo ricorre a più riprese allo strumento della questione di fiducia. E l’opposizione fa il suo gioco ricorrendo all’ostruzionismo. Io direi che abbiamo bisogno di più democrazia, non di meno democrazia: affinché si torni ad un effettivo controllo del Parlamento sul Governo, anche se questo dovesse comportare un allungamento dei tempi della decisione politica. Quello che deve essere chiaro è che la democrazia ha tempi e costi. Poi se si crede che la questione possa essere risolta attraverso strumenti plebiscitari, e cioè con un “sì” o con un “no” e magari attraverso una piattaforma online, allora è un altro discorso, che, però, a me non ha mai scaldato il cuore.

 

Infatti negli ultimi decenni tutti hanno proposto riforme costituzionali, ma l’obiettivo resta sempre quello di colpire il pluralismo del nostro ordinamento

Più che il pluralismo, l’idea che la politica abbia tempi fisiologici. La cosa curiosa è che mentre nel 2016 il M5S aveva avversato la riforma Renzi-Boschi, oggi, dopo aver proposto il taglio dei parlamentari, ha siglato un accordo con il PD e LeU, con il quale si impegna a “completare” la riforma: con altre proposte di revisione costituzionale, con una nuova legge elettorale e anche attraverso la riscrittura dei regolamenti parlamentari. Nell’accordo, tra l’altro, si legge: “in particolare si tratta di intervenire anche sulla disciplina del procedimento legislativo allo scopo di dare certezza di tempi alle iniziative del Governo”. In pratica, un pezzo della riforma Renzi-Boschi – definita allora come “eversiva” dal M5S – finirà per trovare ingresso nell’ordinamento percorrendo strade diverse dalla revisione costituzionale.

 

Chiudendo: come vede la possibilità di un referendum? E ci sarà la possibilità di lanciare una proposta organica di revisione dall’opposizione?

Alcuni vorrebbero che il referendum si celebrasse perché in questo modo sperano di legittimare la riforma attraverso il voto popolare, un po’ come è accaduto nel 2016. Certo, questa volta sarà più difficile respingere la riforma: la misura è manifestamente demagogica e occorrerà spiegare che il “no” non è affatto a vantaggio della casta; al contrario: è a vantaggio della democrazia rappresentativa, e cioè dei cittadini. Non si possono ridurre gli spazi della democrazia a caso, senza un disegno complessivo, o con l’argomento del risparmio economico. Non è di questo che abbiamo bisogno.