Cinque motivi per votare no
al referendum

Dopo il rinvio causato dall’emergenza coronavirus, il governo ha deciso: il 20 e 21 settembre si terrà il referendum costituzionale sulla modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione. Il contenuto della riforma è già noto, modifica l’articolo 56 riducendo i deputati da seicentotrenta a quattrocento, l’articolo 57 riducendo i senatori da trecentoquindici a duecento e, infine, l’articolo 59 che stabilisce il massimo di cinque senatori a vita di nomina presidenziale in Senato. Il PD ha votato a favore della riforma solo durante l’ultima lettura e si è accordato con il M5S per dei meccanismi correttivi ai cambiamenti indotti dalla modifica costituzionale. Questi prevedono una nuova legge elettorale con una base proporzionale e un’ulteriore modifica alla Costituzione in merito alla composizione del Senato, all’introduzione della sfiducia costruttiva, all’introduzione del referendum propositivo e, infine, al numero dei delegati regionali in fase di elezione del Presidente della Repubblica.

La riforma è stata approvata dalla Camera con 553 sì e 14 no, nessuno dei maggiori partiti si è schierato contro e il sentimento popolare antiparlamentare fa pensare che il sì vincera senza grossi problemi. Tuttavia, vorrei presentare le mie cinque obiezioni a questa riforma sbagliata.

Una scarsa visione d’insieme

La prima obiezione è legata al metodo della riforma, che è stata approvata da maggioranze diverse e con dei correttivi ex-post, non ancora presentati dettagliatamente. Questo dimostra la scarsa visione d’insieme che i partiti hanno del sistema politico. Le questioni rimandate a una ulteriore modifica della Carta costituzionale sono fondamentali rispetto alla modifica attuale, ma non sono ancora state definite e non è certa la loro approvazione una volta votate dal Parlamento (le riforme di Berlusconi e Renzi insegnano).

La seconda obiezione è legata ad uno degli slogan utilizzati dal Presidente del Consiglio per promuovere la riforma: l’efficenza decisionale. Secondo lui il Parlamento sarà più efficiente grazie alla riduzione dei suoi componenti. Secondo me, invece, il numero dei parlamentari non è una questione importante per l’efficienza dell’assemblea parlamentare (l’iter di approvazione della legge Fornero, durato due settimane, insegna). Inoltre il funzionamento del procedimento legislativo è sancito dagli articoli 70, 71 e 72 della Costituzione, dove si delega ai Regolamenti delle due Camere la predisposizione degli strumenti che impediscano le cosidette “navette” – ossia il passaggio da una Camera all’altra ripetuto a lungo per bloccare un disegno di legge. A tale scopo si potrebbe prendere come esempio il funzionamento della procedura legislativa ordinaria dell’Unione Europea la quale prevede che, qualora dopo la seconda lettura in Parlamento e in Consiglio non si sia ancora trovato un accordo, si ricorra a un comitato di conciliazione composto da membri del Parlamento e del Consiglio (articoli 289 e 294 TFUE). Per fare questo, non servirebbe nemmeno una riforma costituzionale.

Nel segno dell’antipolitica

La terza obiezione è legata al principale strumento di propaganda del Movimento 5 Stelle: il taglio dei costi della politica. Il taglio delle indennità dei parlamentari porterebbe ad un risparmio di circa 80 milioni di euro, pari ad appena lo 0,005% del PIL, poco più di un caffè all’anno a persona.

La quarta obiezione è sulla riduzione dei senatori a vita, una scelta che dimostra la completa irrazionalità con cui il legislatore ha messo mano alla Carta fondamentale. L’attuale numero di senatori a vita è pari a poco meno del due percento dei senatori, con la nuova riforma questi potrebbero raggiungere il 2,45%. Se il problema che la riforma voleva risolvere era il peso dei senatori a vita rispetto alla totalità dell’emiciclo i numeri dimostrano che non si è andati nella direzione giusta. Ancora peggio, se il problema fosse stata la possibilità dei governi di poter contare sul voto dei senatori a vita durante il voto di fiducia, allora bisognava modificare l’articolo 94, indicando espressamente che i voti dei senatori a vita non concorrono alla fiducia del governo.

L’ultima obiezione è anche la principale. Questa riforma diminuirà la rappresentanza della popolazione e dei territori in Parlamento. Qui devo fare una premessa, la progressiva degenerazione della qualità della classe politica, sempre più agli ordini del leader di turno, è responsabile della situazione politico-economica in cui versa l’Italia e le accuse mosse nei confronti della classe politica non possono essere considerate mero populismo. La responsabilità, però, è individuale e non si può gettare il bambino insieme all’acqua sporca. Il Parlamento è il cuore della democrazia rappresentativa e non si può rinunciare alla rappresentanza in nome di un risparmio, irrisorio, o di una semplificazione che comunque non ci sarebbe.

Chi sostiene che il numero dei parlamentari è maggiore in Italia rispetto ad altri paesi probabilmente mente o non ha comparato i numeri in maniera esatta. Prendendo come riferimento cinque stati Europei (Italia – con la vecchia e la nuova composizione del Parlamento, Gran Bretagna, Spagna, Francia e Germania) ho comparato il numero di rappresentanti alla Camera bassa, alla Camera alta e il loro totale. La prima tabella si riferisce alla Camera bassa:

La seconda tabella si riferisce alla Camera alta:

La terza tabella riguarda il totale dei deputati alla Camera bassa e alla Camera alta eletti direttamente:

La quarta e ultima tabella riguarda il totale dei deputati nella Camera alta e nella Camera bassa indipendentemente dal tipo di elezione:

Come si può vedere, attualmente l’Italia non è sovrarappresentata, bensì è in linea con i grandi paesi europei; con la riforma, invece, l’Italia diventerebbe l’ultimo paese tra quelli analizzati per il rapporto tra eletti e cittadini. Inoltre l’analisi dei numeri non può prescindere dall’analisi dei sistemi politici. Nel Regno Unito, la rappresentanza è di tipo maggioritario e ogni deputato ha un contatto diretto con il suo territorio, essendo direttamente eletto tramite il sistema first past the post. In Francia si elegge direttamente il Presidente della Repubblica e anche i deputati devono ottenere la maggioranza assoluta dei voti nel loro collegio. In Spagna e in Germania il ruolo delle regioni è maggiore rispetto al nostro sistema politico e per poter analizzare la rappresentanza dovremmo considerare anche queste. L’italia invece basa il suo sistema politico sulla centralità del Parlamento, da questo ne deriva anche il numero più alto dei rappresentanti rispetto ai paesi analizzati.

Un duro colpo alla rappresentanza

La rappresentanza deve essere necessariamente collegata alla cosiddetta autonomia differenziata: infatti, quando verrà approvata le regioni più ricche e più popolose avranno una maggiore autonomia finanziaria e saranno sovrarappresentate a discapito delle regioni più piccole, minando l’unità nazionale.
Un’ultima considerazione. Potrebbe essere invece che questa riforma, unita alla proposta del referendum propositivo, abbia un disegno teorico-ideologico: lo svilimento del Parlamento in favore di leader di partito e di grandi e strutturate aziende. Questa trasformazione, però, potrebbe portare alla fine della democrazia rappresentativa e alla nascita di un “grande fratello” orwelliano diretto dalle grandi potenze industriali che hanno l’obiettivo di svilire (ulteriormente) i diritti sociali garantiti dalla nostra Costituzione. Alla fine, forse forse, di quel caffè all’anno in più potremmo anche farne a meno.