Suzi Andreis:
l’ombra dell’omofobia
sul voto in Polonia

INTERVISTA Domenica i polacchi eleggeranno il nuovo presidente della Repubblica. La campagna elettorale del PiS (Diritto e Giustizia), il partito del presidente attuale Andrzej Duda, è stata caratterizzata da una escalation di prese di posizione omofobe, nell’evidente tentativo di far leva su settori dell’elettorato prigionieri di pregiudizi e paure della diversità. “L’ideologia lgbt è peggio del comunismo” ha dichiarato il presidente nei giorni scorsi. Ne abbiamo parlato con Suzi Andreis, una laureata in slavistica che da una ventina d’anni vive a Varsavia, dove dirige una squadra di calcio femminile ed è molto impegnata sul tema dei diritti civili.

Com’è la situazione a pochi giorni dal voto?

È abbastanza difficile. Proprio in vista delle elezioni abbiamo assistito a una escalation di dichiarazioni omofobe da parte di esponenti della vita politica, soprattutto del PiS, Diritto e Giustizia, il partito del presidente Duda. L’ostilità nei confronti del nostro mondo non è certo una novità per la Polonia. Nelle classifiche fatte dalle organizzazioni che si occupano dei diritti lgbt, come ad esempio ILGA Europe, risultiamo sempre agli ultimissimi posti tra i paesi della UE. Su questa triste realtà di fondo, le affermazioni ostili di persone di primo piano, che si rivolgono a noi non come a persone ma come espressione di un’ideologia da combattere legittimano non solo le discriminazioni, ma anche le violenze. Non ci sono norme nella legislazione polacca che difendano le persone dalle discriminazioni fondate sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale. Anzi, una c’è: nel diritto del lavoro. È stata introdotta nel 2003, giusto prima dell’entrata della Polonia nell’Unione, ma soltanto perché era una condizione specifica che da Bruxelles ci chiedevano espressamente per l’adesione. Per il resto, il nulla assoluto: nella pubblica amministrazione, nell’educazione, nella salute, niente. Nella Costituzione, è vero, c’è un articolo che proibisce le discriminazioni, ma poiché non esplicita quali discriminazioni, non cita quelle basate sull’identità di genere o sull’orientamento  sessuale, non è utilizzabile in ambito giudiziario. È così da sempre, ma da qualche tempo la situazione si è aggravata perché si è cominciato a tollerare l’obiezione di coscienza da parte di chi non vuole fornire beni e servizi a persone lgbt. Nel 2017 un  tipografo di Łódź  si  rifiutò di stampare del materiale per una associazione lgbt, che per questo gli fece causa. Il tipografo fu condannato, ma la Corte Costituzionale, cui si era rivolta la Procura su richiesta del ministro dell’Interno, nel 2019 emise una sentenza di incostituzionalità della norma su cui si era basata la condanna e di fatto riconobbe il diritto all’obiezione di coscienza. Ora chiunque può rifiutarsi di fornire un servizio o vendere qualcosa sulla base dell’orientamento sessuale del cliente. E c’è anche di peggio per quanto riguarda la rettifica di sesso. La procedura prevede che le persone trans per avere la correzione del nome sui documenti intentino una causa ai propri genitori.

Davvero bizzarro, e perché?

Perché deve dimostrare che c’è stato un errore da parte loro nel determinare il sesso del figlio. Altrimenti niente. È assurdo, ma è così. La mancanza di leggi sui diritti è gravissima. Nel 2015 veramente una legge era pronta in parlamento per essere approvata. Allora c’era una maggioranza liberale, ma si avvicinavano le elezioni e sapevamo tutti che stavano per vincere quelli del PiS. Nonostante questo, si prese tempo e la legge non fu approvata. La Polonia è uno dei pochissimi paesi in cui non solo non è regolamentato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma non esiste neppure alcuna forma di unione civile. E questo non è colpa solo di chi governa adesso, ma anche di chi ha governato prima.

Quindi bisogna sperare in un cambiamento politico radicale. Quando sono le prossime elezioni parlamentari?

Tra tre anni. E intanto dobbiamo contrastare una escalation continua, che è andata inasprendosi soprattutto negli ultimi dodici mesi.

Perché?

Forse perché l’anno scorso il sindaco di Varsavia Rafał Trzaskowski, che viene dalle file di Piattaforma Civica, una formazione di orientamento liberale che guida la capitale, più aperta e progressista del resto del paese, aveva firmato una Carta dei diritti lgbt che prevedeva una serie di misure antidiscriminatorie e di supporto per la comunità lgbt. Poi la Carta restò lettera morta, ma fu come una scintilla che accese l’incendio delle reazioni omofobe. Le fazioni più conservatrici si spaventarono e cominciò una valanga di prese di posizioni contrarie, soprattutto nelle piccole città e nei villaggi, e soprattutto nei voivodati del sud e del sudest del paese, le regioni culturalmente più tradizionaliste. Si cominciarono a produrre Carte della Famiglia, per la Difesa dell’Infanzia o simili. Cose che, per ora almeno, non hanno alcun valore di legge, come la proclamazione di “zone libere dall’ideologia lgbt”, ma hanno un significato politico enorme. Coprono un terzo del territorio polacco.

Andrzej Duda

Che peso ha avuto in questa evoluzione la chiesa cattolica? In Polonia la chiesa è stata sempre molto conservatrice, ma l’avvento di papa Francesco non ha cambiato almeno un po’ le cose anche qui?

Direi di no. Papa Francesco è apertamente contestato in Polonia. Qui è come era prima del Concilio Vaticano II, la maggioranza del clero è su posizioni molto conservatrici. E voi sapete che peso abbia il cattolicesimo sulla vita pubblica polacca. La teoria dell’”ideologia lgbt” è stata sostenuta apertamente dalla maggioranza dei vescovi, tra gli altri anche dall’arcivescovo di Cracovia Marek Jadraszewski.

Quello che ha definito gli omosessuali la “peste nera” della società e ha celebrato una messa per la conversione dei “peccatori”…Chissà che cosa ne pensano in Vaticano. Affrontiamo un altro argomento: l’Unione europea. Qualche giorno fa la Commissione di Bruxelles ha fatto trapelare la minaccia della sospensione dell’erogazione dei fondi alle regioni polacche che dovessero avallare la pratica delle “zone libere”.

Bene. L’appoggio dell’Europa è importante, lo sentiamo molto. Ma dobbiamo chiederci onestamente: funziona? Che qualcuno nel Parlamento europeo condanna le violazioni dei diritti che si consumano in Polonia è certo una bella cosa. C’è stata una seduta del Parlamento europeo dedicata alle riforme con le quali il regime ha messo sotto controllo politico i tribunali. Ma poi? Nessuna conseguenza pratica. Le riforme sono in atto, il potere giudiziario è controllato dal ministero della Giustizia. Il rischio è che si resti sul piano simbolico. Noi da qui vediamo quello che sta succedendo in Ungheria. Orbán fa delle cose anche peggiori di quelle che accadono qui, ma continua tranquillamente a stare nel gruppo parlamentare del PPE.

Non è facile per l’Unione europea trovare il modo di impedire derive autoritarie nei paesi. C’è l’articolo 7 del Trattato, ma per costringere il governo di uno stato a non violare i princìpi della democrazia è necessaria l’unanimità. È un’arma spuntata…

Rafal Trzaskowski

Mi chiedo se il problema sia che l’arma è spuntata oppure una incapacità di imporre davvero l’attuazione degli alti princìpi che l’Europa afferma sulla carta. Sono abbastanza delusa. Comunque ammetto che, certo, l’Unione è un alleato di cui abbiamo bisogno. L’alleato più importante però sono i cittadini: che vadano tutti a votare per rompere il meccanismo perfetto che sta ingabbiando la società polacca. Per impedire che la deriva diventi senza freni. Bisogna sconfiggere Duda e chi c’è dietro: chi fa veramente la politica della Polonia oggi, ovvero Jaroslaw Kaczynski, con la sua concezione dello stato e la sua visione autoritaria. Il presidente della Repubblica è solo la penna che firma le leggi, è uno strumento nelle mani di Kaczynski. L’unico motivo di ottimismo è che dalle ultime elezioni parlamentari non hanno più la maggioranza in Senato. Le opposizioni, anche se sono molto divise, hanno una maggioranza per bloccare, anche se solo temporaneamente, le riforme più pericolose. Non è come nel 2017 e nel 2018, quando potevano fare quello che volevano: la Camera votava leggi per sottomettere la Corte suprema e i tribunali al potere politico, alla faccia della divisione dei poteri che abbiamo studiato a scuola. Il Senato le approvava in poche ore e il presidente le firmava a breve. Il meccanismo si è rotto, anche se l’opposizione non è certo un’alternativa omogenea. Sarebbe bello togliere loro anche la presidenza della Repubblica.

Pensa che sia possibile? Che Duda possa essere sconfitto? Chi è il candidato che ha più chance?

Direi proprio Trzaskowski. I candidati che contano sono 5: Duda, ovviamente, poi lui, il sindaco di Varsavia alla guida di Piattaforma Civica. Inoltre ci sono Robert Biedroń, candidato dichiaratamente gay: ha opinioni genuinamente e coerentemente di sinistra. È stato il fondatore di una importante associazione lgbt a Varsavia. Il suo partito Wiosna (Primavera), nato nel 2019 ha subito conquistato diversi mandati al Parlamento europeo

Robert Biedron

(anche se le aspettative erano decisamente maggiori) e alle elezioni parlamentari dell’anno scorso ha avuto anche un discreto successo. Io non voto perché non ho la cittadinanza, ma se potessi voterei per lui, come fanno la mia compagna e tutta la nostra famiglia. C’è chi dice che invece si debba votare tutti per Trzaskowski, per essere sicuri che vada lui al ballottaggio, ma io non me la sento, non mi fido del tutto di uno che la mattina firma la Carta dei Diritti e poi la sera magari va a messa per non scontentare nessuno. E poi penso che non ci si debba proprio arrendere alla logica del meno peggio. Altri candidati sono il cattolico Szymon Holownia, che raccoglie consensi tra i giovani delusi dal sistema dei partiti, un po’ come un tempo i 5stelle in Italia, e Władisław Kosiniak-Kamysz, del partito popolare erede dell’immarcescibile partito dei contadini, che è sulla scena polacca dal primo dopoguerra.

Va bene. Ora ci racconti qualcosa di lei. Venne in Polonia per studiare slavistica? E come è arrivata ad essere una stella del calcio?

Quando mi trasferii a Varsavia ero appena laureata in slavistica e parlavo bene il polacco. Venni perché allora, alla fine degli anni ’90, qui c’era una discreta crescita economica, con molte aziende che nascevano e avevano bisogno di persone bilingui. In Italia le mie conoscenze di linguistica slava non erano proprio richieste. Ho lavorato per anni per una multinazionale, poi mi sono stancata e mi sono dedicata al ristorante vegano gestito da una cooperativa sociale di un gruppo di amici.  Il calcio lo scoprii durante l’incontro delle componenti di una mailing list lesbica. Perché non fare una partitella a pallone come si faceva da ragazzine? Lo feci, mi piacque e qualche mese dopo avevo una squadra mia, i Chrząszczyki, gli scarabei in italiano. È un’impresa sportiva ma anche un impegno civile: ci battiamo contro tutte le forme di discriminazione, a cominciare da quelle di genere e quelle basate sull’orientamento sessuale, sia nel calcio, sia nella società attraverso lo strumento del calcio.

In Italia il calcio femminile ha avuto un momento di grande attenzione l’anno scorso, con i mondiali. Si dice che abbia favorito la causa della parità di genere. Poi però la passione s’è un po’ spenta. È successo anche da voi?

Un po’ sì. Abbiamo avuto gli stessi problemi delle italiane, a cominciare dal rifiuto delle autorità sportive a considerarci professioniste. Ma noi ci battiamo. Anche per questo.