Politiche del lavoro
sì al confronto con M5S

Reddito di cittadinanza inteso come “un reddito minimo condizionato alla formazione e al reinserimento lavorativo “; “investimenti produttivi dello Stato a più alto ritorno occupazionale, destinandone il 34% al Sud Italia”; no alla precarizzazione con sostanziale abrogazione del JobAct, non solo per quanto riguarda la disciplina dei licenziamenti (art.18) ma l’intero impianto di quella legge liberista a senso unico; “salario minimo orario che ha il compito di salvaguardare quelle categorie di lavoratori non coperte da contrattazione nazionale collettiva”, “un patto di produttività programmato tra lavoratori, governo e imprese”; “riduzione dell’orario del lavoro a parità di salario in modo da aumentare l’occupazione e di incentivare la riorganizzazione produttiva delle imprese”.

Chi ha detto queste cose? Certo non qualche esponente del PD che malauguratamente ha impostato la sua campagna elettorale sullo slogan di sapore berlusconiano del “milione di posti di lavoro creati dal JobsAct” e anche per questo è stato punito dall’elettorato. Potrebbe averlo detto un esponente di Liberieuguali, data l’evidente sintonia tra questi obiettivi e la piattaforma programmatica presentata da quella lista, che aveva ben compreso la tendenza di fondo ma purtroppo non è stata in grado di intercettare una quota significativa del grande scontento sociale che si è manifestato nelle urne.

Quei temi programmatici sono stati invece enunciati dal prof. Pasquale Tridico, indicato dai 5stelle come ministro del lavoro in pectore della loro eventuale squadra di governo. Non si tratta dei desideri impossibili dichiarati prima delle elezioni. Ma di un enunciato programmatico formulato dopo le elezioni, da considerarsi quindi impegnativo sul piano politico. Questo la dice lunga sul fatto che il mainstream liberista che ha imperversato nell’ultimo ventennio è arrivato al capolinea. Persino la destra, in particolare nella trazione leghista, si è caratterizzata su temi sociali, dalla abolizione della legge Fornero alla rivendicazione della protezione dei lavoratori autoctoni. E’ dunque la richiesta di protezione da parte dei ceti più deboli, più esposti ai rischi della globalizzazione, di quanti sono o si sentono “esclusi” dalle dinamiche attuali del modo capitalistico di produzione il tratto dominante delle elezioni del 4 marzo.

Sta a una nuova sinistra consapevole il dovere di cercare di impedire che questa spinta si trasformi in una chiusura nazionalistica e regressiva fuori-tempo. E’ un vero peccato che Liberieuguali che nella sua piattaforma programmatica e nel suo stesso esserci aveva ben compreso la tendenza non sia riuscita ad ottenere una rappresentanza parlamentare più rilevante. L’intuizione era giusta. Essa purtroppo è stata tardiva. Questo è stato l’errore fondamentale. Il resto sono errori persino veniali sui quali è inutile recriminare. Ma la rappresentanza parlamentare di Liberieuguali, per quanto di ridotte proporzioni, proprio su questi temi dovrebbe stimolare i 5stelle a fare seguire alle parole i fatti, e su questo promuovere una profonda riflessione critica nel PD e in tutto ciò che una volta si riferiva al centrosinistra.