Studiano di più, ma spesso per bambine
e ragazze c’è un futuro senza lavoro

L’Atlante dell’infanzia a rischio di Save the Children, giusto alla sua undicesima edizione, illustra la condizione dei minori in Italia “con gli occhi delle bambine”, affronta cioè, con un approccio di
genere le questioni che tradizionalmente tratta la pubblicazione: povertà economica ed educativa, trend demografici, percorsi scolastici, ecc, con il supporto di mappe, dati, e interviste ad esperti.
Quest’anno, alla narrazione “dalla parte delle bambine”, curata da Vichi De Marchi con il contributo redazionale di Diletta Pistono e Elena Scanu, ha contribuito anche un nutrito gruppo di
scrittrici e scrittori: Nadia Terranova, Ritanna Armeni, Igiaba Scego, Rosella Postorino, Carola Susani, Susanna Mattiangeli, Viola Ardone e Bruno Tognolini. Ad arricchire l’edizione 2020, come
l’anno scorso, vi è, poi, l’inserto curato dalla rivista di letteratura per ragazzi Andersen con un articolo di Anselmo Roveda e un percorso bibliografie sulle “eroine di carta”.

Il ritratto delle bambine e delle ragazze che emerge dall’Atlante e dalle testimonianze delle giovanissime è quello di una generazione di adolescenti resilienti e combattive nonostante le molte difficoltà di un percorso di crescita che si deve confrontare con stereotipi e ostacoli, spesso invisibili, o visibilissimi come la povertà. In Italia, infatti, ci sono 1 milione 137mila minori in povertà assoluta, una vera emergenza.

Più brave a scuola

L’Atlante da conto di numerose indagini Pisa-OCSE, analizza i test INVALSI, i dati del MIUR, quelli dell’Istat. Da essi emerge il ritratto di ragazze che sono mediamente più brave a scuola dei coetanei, abbandonano meno gli studi anche se la percentuale di dispersione scolastica è in Italia molto elevata: il 13,5 %, tre punti in più della media europea. Disaggregando il dato si nota, però, come le ragazze lasciano meno la scuola (11,5 %) rispetto ai maschi (15,4%). Anche il percorso di studi universitari è “più brillante”. Ci sono più laureate di laureati anche se scontano una
“segregazione formativa” che le tiene lontane dagli studi scientifici. Bambine e ragazze sono percentualmente lettrici “più forti” dei coetanei, visitano di più mostre e musei. Poi, però. Il loro
“vantaggio” si rovescia. Tra i così detti Neet, giovanissimi e giovani adulti cioè che non studiano, non lavorano o non sono impegnati in un percorso di formazione, le ragazze sono maggioranza:
una su 5 contro 1 su 4 dei ragazzi con punte drammatiche al Sud e la previsione che il loro numero cresca sino a toccare la cifra di 1.140.000 giovani di ambo i sessi a causa della crisi economica da pandemia.

Mercato del lavoro ostile

Tra gli ostacoli nel percorso femminile che l’Atlante mette in risalto una volta che le ragazze si affacciano al mondo adulto ci sono le condizioni di un mercato del lavoro a loro ostile, con più
precarietà e bassi stipendi, la difficoltà di conciliare i tempi di cura e domestici con quelli lavorativi, l’assoluta carenza di servizi per la prima infanzia, settore in cui l’Italia sconta un forte ritardo anche rispetto agli obiettivi posti dall’Europa e che partecipa della povertà educativa così diffusa nel nostro paese.

Su questo quadro di fragilità, sui mille stereotipi e sul rischio di subire violenze di bambine e ragazze, si è poi abbattuta l’emergenza sanitaria da Covid-19 che ha penalizzato le frange dei
minori più fragili, quelli, ad esempio, che non hanno avuto gli strumenti (Pc e tablet) per seguire le lezioni a distanza (19% degli studenti al Sud), che vivono in case sovraffollate, in famiglie dove il
rischio povertà è aumentato. Per questo il post Covid deve rappresentare una ripartenza – suggerisce l’Atlante – per politiche di inclusione che mettano al centro anche un riequilibrio di
genere, fin dall’infanzia e combattano la povertà che toglie futuro ai minori.