Storie di siriani accolti in Europa

Germania e Svezia, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, sono i due Paesi che hanno accolto e meglio integrato il maggior numero di siriani. Olanda e Norvegia hanno a loro volta riqualificato e avviato al lavoro o all’università nel tempo più breve (meno di dieci mesi) i siriani arrivati. Tutti e quattro i Paesi hanno investito in programmi speciali di riabilitazione psicologica e fisica per chi, sia in età pediatrica che adulta, hanno subito ferite invalidanti.  Il governo di Berlino ha accettato un milione e duecentomila profughi, quello di Stoccolma quasi trecentomila. I sopravvissuti alla guerra e al viaggio hanno raggiunto il Nord Europa dopo un periodo, spesso lungo, nei centri di detenzione e raccolta in Italia, Grecia, Turchia e Libia, dove hanno sofferto molto.

Questo 2018 sarà una replica del 2015, l’anno del grande esilio per un quarto della popolazione siriana. Panos Moumtzis è il coordinatoreregionale umanitario dell’Onu per la crisi siriana. Ripete che, dall’inizio dell’anno, “settecento e cinquantamila persone hanno dovuto lasciare le loro case a causa della guerra. Questa cifra- precisa – si aggiunge ai sei milioni e mezzo già trasferiti in altre aree del Paese e ai cinque milioni e seicentomila rifugiati nelle nazioni vicine”. Il Nord Europa è l’obiettivo ideale per la maggior parte dei siriani in fuga. Sanno che qui potranno trovare un lavoro sufficientemente adeguato alle loro qualifiche, che nel 43% dei casi sono universitarie o da diplomati. Un lavoro e una casa sono, per Germania e Svezia, il titolo dei programmi di accoglienza.

La burocrazia è il secondo nemico dopo la guerra. SafinazAwad, 32 anni, ingegnere, era finalmente serena in Svezia, dove aveva iniziato a lavorare per due anni nella compagnia informatica Sweet Systems. Era stata deportata in Grecia dopo il viaggio per mare con il figlio neonato e lì avevano ricevuto asilo. Tecnicamente non poteva fare una nuova domanda in Svezia. Il suo datore di lavoro svedese, BodilEkström, assieme al fondatore della società, Klas-Magnus Hilberth, hanno deciso testardamente di aiutarla. Hanno scritto al ministero per l’immigrazione e a quello dell’industria attaccando la decisione. Definita dagli imprenditori svedesi come “un triplice errore: per aver espulso una rifugiata siriana che si era già sistemata bene con la sua famiglia in Svezia; per aver danneggiato una madre che è la risorsa del figlio di tre anni già inserito alla scuola dell’infanzia in Svezia; per averci privato di una specialista di informatica nel momento in cui al nostro settore ne servono 30.000, come dite voi stessi del ministero”. SafinazAwad ha festeggiato da poco il suo rientro in Svezia e in azienda: sulla burocrazia ha vinto il buon senso.

Per AehamAhmad, cresciuto in Siria nel campo per i rifugiati palestinesi di Yarmouk, la musica è stata il passaporto per arrivare in Germania e cambiare il suo destino di due volte profugo. Nato nel 1988 da genitori palestinesi, madre insegnante, padre violoncellista, Ahmad da ragazzino viene ammesso a un’istituzione musicale d’élite a Damasco, al corso di pianoforte. Dopo dieci anni diventa docente di musica e, col padre, apre anche una liuteria di successo. A 23 anni sposa Tahani, “l’amore della mia vita”. La guerra spezza questo periodo così positivo, ma non la sua energia. Ahmad usa la musica come forma di resistenza. Suona e fa cantare i bambini fra le macerie, spesso accanto a siti d’arte patrimonio dell’umanità danneggiati dalla guerra. Diventa famoso come “il pianista di Yarmouk”. Quando capisce che il pericolo per la moglie e i due bambini è enorme, chiede asilo in Germania. Oggi vive a tremila chilometri da casa, a Wiesbaden, ma ripete che la musica collega i suoi mondi lontani, insegna e dà concerti.

In Olanda un documentario del giornalista Roozbeh Kaboly, per il programma giornalistico Nieuwsuur, ha cambiato la vita del danzatore Ahmad Joudeh, che si è formato all’Istituto Superiore di Arti Drammatiche di Damasco. Joudeh aveva patito giudizi negativi e incomprensioni. La danza è considerata da alcuni poco mascolina e quindi inappropriata per un uomo. “Balla o muori” è il titolo del documentario di quindici minuti che ha commosso nel 2016 l’Olanda. Bisognava trovare donatori per aiutare Joudeh e la sua arte. Il direttore del Balletto Nazionale Olandese, Ted Bransen, ha fondato “Dance for peace”. Joudeh è entrato alla Dutch National Ballet Academy ad Amsterdam per i quattro anni di formazione come ballerino e coreografo.

Chi ce la fa ad arrivare, senza essere sommerso e inghiottito dal mare, non è necessariamente un’eccellenza, ma sempre una risorsa. Come Abdul Rahman,40 anni, tecnico di radiologia in Siria. Oggi vive con la moglie e i quattro bambini in un appartamento con due camere da letto a Rothlein, un villaggio di 5000 persone in Baviera. Sono arrivati pochi mesi fa. Non hanno asilo ma il più precario status di titolari di “protezione sussidiaria” temporanea. Non è detto che ce la facciano a restare. Abdul Rahman lo sa e dice “chiediamo solo un posto sicuro. Per ora la Siria non lo è. La sera studiamo tutti tedesco”.