Storie di ordinario
razzismo nel crudele
paese di Trump

Se anche ci fosse ancora qualche dubbio basterebbe l’arresto del reporter della Cnn in diretta tv mentre documentava le proteste di Minneapolis: circondato, ammanettato, privato della telecamera senza una parola di spiegazione. Ispanico dalla pelle scura, Omar Jimenez. Bianco il suo collega Josh Campbell, che stava facendo lo stesso identico lavoro per la stessa emittente e che non è stato minimamente infastidito dalla polizia.
Un caso non fa una statistica, certo. Anche se le statistiche non fanno che confermare quel caso. Quanti americani bianchi muoiono soffocati durante un arresto? Quanti americani bianchi vengono denunciati perché hnno disobbedito a qualcuno che li aveva invitati a mettere il guinzaglio al proprio cane?
A memoria, si possono citare i nomi di neri americani uccisi per “eccesso di zelo” da polizia, vigilantes, guardie private. Magari perché avevano il cappuccio della felpa calato sulla testa e le mani in tasca (Trayvon Martin, 17 anni). O perché erano a casa loro nel momento sbagliato, quando la polizia faceva irruzione confondendo l’indirizzo (Breonna Taylor, 26 anni). O perché è facile scrivere nel rapporto di un arresto finito male che il nero di turno ha fatto resistenza.

Il numero d’una statistica

La morte di George Floyd è una riga in più in statistiche già note, statistiche che dicono che gli afro-americani sono il 12 % della popolazione e il 33 per cento dei detenuti. Che un nome che suoni “da nero” ti dà il 50% di probabilità in meno di essere convocato per un colloquio di lavoro. Che persino il Covid 19 non colpisce nel mucchio indiscriminatamente: un morto ogni 1850 neri, per i bianchi il rapporto è uno su 4400.

Numeri che dicono che l’America è razzista più di quanto le piaccia credere e di quanto l’elezione di Obama a suo tempo autorizzerebbe a pensare. E che dicono che durante la presidenza Trump il razzismo è diventato più palpabile, più diretto, sono caduti i freni morali e culturali che mascheravano gli istinti suprematisti di una parte importante dell’America profonda.

Trump, “la persona meno razzista sulla faccia della terra” per auto-definizione, non ci ha messo molto per fare marcia indietro dalle parole di condanna per l’assurda morte di George Floyd passando alla minaccia di aprire il fuoco sull’esasperazione che a Minneapolis è diventata distruzione e saccheggio e in molte città Usa sta facendo salire la febbre oltre i livelli di guardia.

Teppisti”, così scrive il tweet presidenziale che Twitter censura come istigazione alla violenza, incurante del decreto che minaccia di chiudere per sempre l’epoca in cui i social erano immuni da tutto. La Cnn ricorda che quella parola, teppisti, ha già da tempo una connotazione razziale: non esistono teppisti bianchi, nel sentire comune il teppista è afro-americano. Dire teppisti non è diverso che dire negri, sì con la g. Non è perché a dirlo è stato Trump. Lo stesso appunto era stato fatto a Obama nel 2015, in occasione delle proteste a Baltimora dopo la morte di un nero arrestato dalla polizia. Allora Obama mandò la Guardia nazionale e fermò i saccheggi, ma senza incitare al tiro al bersaglio.

Trump invece ha liquidato in poche ore le sue promesse di giustizia – forse elettoralmente ispirate, nel tentativo di ottenere la benevolenza di qualche afro-americano – per ritrovare il se stesso più autentico, consapevole che il suo elettorato è clamorosamente bianco e convinto (Pew research) che i neri abbiano avuto fin troppi diritti e che la mano pesante è quel che ci vuole. Del resto The Donald ha sostenuto che Obama non era cittadino americano e che la sua presidenza era stata un abuso. E coerentemente ha contribuito a smantellare le politiche positive che faticosamente Obama aveva introdotto per portare davvero l’America fuori da una mentalità segregazionista.

La colpa è sempre di altri

Calcare la mano ora a Minneapolis non è esente da rischi per Trump in un anno elettorale. Il suo sfidante Biden, sarà anche una figura sbiadita ma hai visto mai che spuntasse fuori una Michelle Obama a incanalare la rabbia afro-americana verso il voto. Un rischio. Ma grande è anche la posta in gioco e una rivolta antirazzista è l’ultima cosa di cui Trump avrebbe avuto bisogno, con le presidenziali già funestate dal coronavirus e da un rapido deterioramento dell’economia Usa: le file per la distribuzione di viveri sono sotto agli occhi di tutti, i 41 milioni di disoccupati pure.

La tattica di Trump, che si tratti di Covid 19 o altro, resta la stessa: dare possibilmente la colpa a qualcun altro per tutto quello che non va. Il sindaco di Minneapolis (“uno della sinistra radicale” che manca di “leadership”), la Cina, i migranti che attraversano i confini, il resto del mondo che rema contro l’America first, Twitter che denuncia le bugie presidenziali – bugie collezionate ad una media di 23,3 al giorno, salite a 23,8 in era coronavirus, per un totale di 18.000 durante l’intero mandato.

Più facile allora promettere la soluzione da pistolero (o nuovi dazi alla Cina o che il virus sparirà per miracolo) che assumere un ruolo diverso da quello che lo ha portato alla Casa Bianca. Grazie ai social, che oggi vuol punire, quattro anni fa Trump ha infarcito la campagna elettorale di falsità e con queste ha governato, forte del vento in poppa dell’economia salvata da Obama. Veder allontanare un secondo mandato che sentiva già suo non facilita certo la sua conversione a posizioni di equilibrio, meno divisive e partigiane di quanto non siano state finora. Tentare il tutto per tutto, o la va o la spacca. Non sarebbe la prima volta.

Per questo fa un po’ sorridere che ancora ci sia chi prova a spiegare che una volta arrivati alla Casa Bianca bisognerebbe agire diversamente. “La morte di George Floyd non può essere invano. Dobbiamo cambiare il modo in cui sono trattati gli afro-americani da quelli che dovrebbero proteggerli. Non scuso le violenze nelle proteste causate dalla morte di Floyd, ma capisco la rabbia, la paura e la diffidenza che ne sono alle radici”. Così avrebbe dovuto scrivere Trump nel suo tweet, suggerisce la Cnn, così avrebbe potuto calmare un po’ gli animi e trovare una via d’uscita ragionevole non solo per sé ma per il Paese. Ma non sarebbe stato Donald Trump.