Storie di bimbi
e di barconi

A ottobre l’Onu, attraverso le sue agenzie del polo agroalimentare, celebra la Giornata mondiale dell’alimentazione, declinando questo appuntamento in modo diverso a seconda delle urgenze e delle emergenze. Quest’anno il tema scelto è quello delle migrazioni e della sicurezza alimentare. Si fugge dal proprio paese per la fame, per la guerra. La guerra crea un popolo di affamati e di migranti, ma la fame può anch’essa fare da detonatore a una miriade di conflitti. Approdano ai nostri paesi donne, uomini, bambini. Molti di questi bambini li ritroviamo nelle nostre scuole, in aule che sempre più assomigliano a un grande affresco del mondo.

La letteratura per ragazzi è stata veloce e generosa nel cogliere questo aspetto e nel dedicare al dialogo interculturale, alla rappresentazione di cosa significhi essere un migrante, magari un migrante bambino, energie, idee, sentimenti e un impegno quasi “militante”. Nelle forme più diverse. C’è chi come Massimo Carlotto ha scelto il fiabesco per raccontarci le insidie della traversa in mare, in un viaggio sui barconi che è un po’ come giocare alla roulette russa, c’è chi muore e chi vive, come capita al piccolo protagonista di La via del pepe: finta fiaba africana per europei benestanti (edizioni e/o). Altri, come Francesco D’Adamo, autore di Storia di Iqbal   e di Storia di Ismael che ha attraversato il mare o anche di Dalla parte sbagliata, scelgono, invece di raccontare la vita dei più piccoli, nei paesi da dove origina gran parte del flusso migratorio che giunge da noi, come l’Afghanistan o il Pakistan. E di raccontare anche storie al femminile in luoghi dove nascere femmina è quasi una maledizione.  Le ragioni che spingono D’Adamo a scrivere di questi temi, le sintetizza in una recente intervista alla rivista Liber: “Credo che lo strumento migliore per provare a raccontare a un adolescente il difficile e non sempre gradevole mondo in cui viviamo sia la narrazione, quello che le parole riescono a muovere nella testa, nel cuore, nella pancia”.

Raccontare a degli adolescenti o a dei bambini le migrazioni significa raccontare anche le insidie, le frizioni, le scoperte di un rapporto tra “genti bambine” venute da lontano e che vivono con noi i tempi e i luoghi della scuola, dello sport, del tempo libero,che condividono con noi il cibo della mensa scolastica. Come ha fatto Sofia Gallo con Io e Zora (Giunti), storia di rivalità tra amiche di paesi diversi. O come ha fatto Takoua Ben Mohamed, origine tunisina, in Italia da quando aveva otto anni, che con la graphic novel Sotto il velo (Beccogiallo) racconta la vita di una ragazza di “seconda generazione” che porta il velo.

A rappresentare il mondo delle migrazioni, dei confini, della geografia, della convivenza o del respingimento concorrono molti generi, dal romanzo, alla fiaba, alla graphic novel, all’albo illustrato come il bellissimo Mediterraneo di Armin Greder (Orecchio acerbo) dove protagonista non è l’uomo ma il mare, un luogo fisico comune, evocativo di mille storie.

I titoli da citare potrebbero essere davvero molti e molti e bravi sono gli autori che si sono cimentati con queste tematiche. Ciascuno di noi, con uno sguardo agli scaffali di una qualsiasi libreria o nel mondo virtuale di internet, può allungare questo elenco di letture creando una personalissima rassegna che, attraverso le storie, ci racconta il mondo contemporaneo.